Il cinema contro i tagli del ministro Massimo Bray

25 Giugno 2013 15.00
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Il gioco si fa duro, almeno sul piano degli annunci ‘bellicosi’.
L’anticipazione di Lettera43.it sul vistoso taglio al tax credit per il cinema imposto per il 2014 al ministro Massimo Bray dalla presidenza del Consiglio ha agitato le acque. Molto.
Dopo un primo comunicato interlocutorio di giovedì 20 giugno, le principali associazioni produttive e sindacali del cinema italiano, cioè Anica, Agis, 100Autori, Slc-Cgil, Uilmcom-Uil e Fistel-Cisl, minacciano ora iniziative di forte impronta mediatica, destinate a far clamore nel caso fossero attuate.
«Si ristabilisca il livello di finanziamento del tax credit o reagiremo con tutte le nostre forze e i nostri mezzi, incluso il blocco di tutte le manifestazioni e dei festival», ha avvertito una nuova presa di posizione.
PROTESTA AI TEMPI DI BONDI. Qualcosa del genere è già successo in passato: ne fece le spese l’ex ministro ai Beni culturali, Sandro Bondi, oggetto di una contestazione vivace sui temi del Fondo unico per lo spettacolo (Fus), che culminò nel blitz degli autori alla conferenza stampa della Mostra di Venezia 2009 e soprattutto nella grande manifestazione, ripresa dai telegiornali in prima serata e dai quotidiani in prima pagina, che bloccò nei fatti la partenza del Festival del cinema romano del 2010.
INUTILE RESISTENZA DI BRAY. Poi, certo, tra il dire e il fare, eccetera. Tuttavia la preoccupazione è uscita dalle segrete stanze ministeriali, dove fino all’ultimo Bray ha cercato di tenere duro, non fosse altro per mantenere quanto promesso in un ottimistico comunicato stampa apparso sul sito Cincittà.news, ma poi smentito dai fatti, arrivando concretamente a minare gli interessi di quanti, produttori e registi, stanno per dare il primo ciak a un film o finendo di mettere a punto il pacchetto produttivo di altri progetti.
TAX CREDIT SCESO A 45 MLN. Che cosa sta succedendo? Esattamente quanto anticipato da Lettera43.it.
Per il 2014 il governo aveva promesso di difendere gli attuali livelli di sgravi fiscali destinati alle imprese cinematografiche, in pratica un sostegno indiretto che colma in parte il crollo dei finanziamenti pubblici per la produzione legati al Fus.
La cifra prevista si aggirava intorno agli 80 milioni di euro: meno degli 85 del 2013, dei 99 del 2012 e dei 91 del 2011, ma pur sempre una voce rilevante.
Invece il Tesoro ha fatto sapere, prima ufficiosamente e poi tramite Gazzetta Ufficiale, che il tax credit è destinato a scendere a 45 milioni di euro (in un primo momento era addirittura 30); e nulla si sa per il 2015.

Il settore si mobilita capeggiato dall’Anica

Di qui il richiamo alle armi, alla mobilitazione militante.
Scandisce come un bollettino di guerra il comunicato diffuso dall’Anica, che è un po’ la Confindustria del settore: «Il governo ha tagliato del 50% gli incentivi fiscali al cinema. Smentendo le sue affermazioni programmatiche e gli impegni pubblici presi personalmente dal presidente del Consiglio ha operato un taglio smisurato allo strumento più moderno e competitivo di sostegno alla produzione e alla digitalizzazione del parco sale italiano».
In sostanza, il taglio si aggiunge a quello apportato al Fus che ha comportato nel 2012 la più bassa incidenza percentuale dei fondi pubblici a favore del cinema.
RICHIESTA DI PORRE RIMEDIO. «Il risultato sarà un crollo della produzione: si realizzerà solo qualche commedia e un po’ di film a basso costo. Con una perdita di posti di lavoro valutabile nell’immediato in 2.500 unità, più l’indotto, che è vastissimo», precisano Anica, Agis, 100Autori e sindacati confederali, parlando esplicitamente di «tradimento degli impegni presi, in totale contraddizione con la linea politica che questo governo si attribuisce come qualificante».
Infine la promessa: «Vogliamo credere che tutto ciò sia avvenuto per mancanza di consapevolezza e che il governo porrà immediato rimedio. Ma se ciò non avverrà, tutta l’industria culturale reagirà con tutte le sue forze e con tutti i mezzi, incluso il blocco di tutte le manifestazioni e i festival».
IL NODO DELL’IVA SUL GOVERNO. In sostanza, pur salvaguardando le forme, il mondo del cinema ha ritirato la fiducia a Bray, abile nel comunicare ai giornali ogni suo più piccolo spostamento e incontro pubblico, ma incapace, come i suoi predecessori, di arginare le scelte del ministro dell’Economia.
Del resto, la situazione è quella che è: c’è da trovare in fretta 1 miliardo di euro per il rinvio di tre mesi dell’aumento dell’Iva, pena una possibile crisi di governo.
TOZZI DURO DOPO L’ELOGIO. Nei fatti il governo guidato da Enrico Letta sta facendo patire a Bray quanto il governo Berlusconi riservò a Bondi.
Il comunicato in cui il presidente dell’Anica e produttore in proprio con Cattleya Riccardo Tozzi esprimeva «vivo apprezzamento» per la scelta di Bray al ministero dei Beni culturali sembra ormai un ricordo.
«Credo che finalmente il mondo della produzione di cultura abbia trovato un interlocutore», era stata la tesi di Tozzi. Che però ora è pronto a dare battaglia, insieme con gli autori e ai sindacati di categoria, nelle forme più clamorose, incluso il boicottaggio della Mostra di Venezia e del Festival di Roma, il primo diretto da Alberto Barbera, il secondo da Marco Müller.
Saranno parole o fatti?

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