Il corpo ferito del vicerè

Gabriella Colarusso
04/10/2010

Perchè Fini ha paura della tele-politica

 

Del corpo del re tutto si è scritto. Il cerone, il lifting, la bandana, le notti focose a villa Certosa e a palazzo Grazioli. Ma che ne è del corpo del vicerè? Casi della vita, e della politica, Gianfranco Fini, il leader schivo, enigmatico, quasi misterioso, che forse più di tutti ha cercato di proteggere il proprio privato dall’agone televisivo, si ritrova ora a giocare il proprio futuro non sul terreno a lui familiare della politica, dei discorsi «programmatici» e delle svolte repubblicane, ma su quello scivoloso della «bio-politica». Del corpo che si fa idea, programma, governo e persino martirio, come ha insegnato Berlusconi, tanto a suo agio con la propria nudità da esibirla anche se insanguinata (da Tartaglia).

Non ha imparato a gestire i media

Ma «il corpo di Fini non è un corpo televisivo, è un corpo tradizionale», riflette Federico Boni, sociologo della comunicazione e autore del bel libro Il corpo mediale dei leader (Meltemi editore). «Mentre Berlusconi ha sempre utilizzato la sua vita privata come elemento di forza e di vicinanza con il popolo, Fini ha subito l’irruzione dei media nella sua intimità, e non ha ancora imparato a gestirla. Anzi, dalle espressioni contrite delle sue ultime uscite pubbliche, direi che ne sta soffrendo». Prima le copertine di Libero: Il presidente è nudo, con tanto di foto dell’ex leader di An in spiaggia senza veli insieme alla compagna Elisabetta.
Poi il video, affidato al web senza contraddittorio, in cui il presidente della Camera cerca di spiegare le sue ragioni: «Nel video Fini è apparso in profondo disagio. Mi ha ricordato l’ex presidente americano Bill Clinton di fronte al Gran Giurì dopo lo scandalo Lewinksy. Sembrava un imputato che va a deporre per la sua difesa. Il set era molto tradizionale, lui aveva il volto teso, la pelle leggermente arrossata per il nervosismo». L’indice puntato contro Berlusconi del 15 aprile del 2010, quando Fini accusò il capo di aver comprato deputati siciliani (allora la scissione tra i due non si era ancora consumata), si è trasformato in una mano che rigira nervosamente la penna tra le dita, mentre cerca, senza riuscirci, di nascondere le emozioni.

Dopo l’affaire Montecarlo appare debole

Il pasticciaccio di Montecarlo ha mostrato un altro Fini, molto diverso dal leader autoritario e autorevole, integerrimo e infallibile, sicuro di sè, a cui eravamo abituati. Il sangue freddo dell’ex missino si è sciolto in un tiepido «non so, non sapevo». Fini all’improvviso appare debole, vittima dei propri affetti. «Quando sulla casa di Montecarlo dice: “Ho chiesto a mio cognato se è sua, mi ha detto di no”, sembra Arnaldo Forlani interrogato da Di Pietro durante Tangentopoli: non so, non so bene, non so altro. O menti o dici la verità, non puoi dire non sapevo. La via di mezzo è perdente, e Fini è apparso perdente».
Eppure, dopo 16 anni accanto a Berlusconi, l’ex pupillo di Almirante avrebbe potuto imparare che, a esporre le proprie fragilità, ci si può anche guadagnare. Politicamente, s’intende. «Il problema è che, a differenza di Berlusconi che ha sempre usato l’informalità a suo favore, Fini non rivendica questa debolezza. Lui è un leader conservatore, ha giocato tutto sull’affidabilità di politico serio e moralmente ineccepibile. Ora ammettere di non avere il controllo completo neanche di ciò che succede nella sua famiglia», conclude Boni, «gli provoca disagio». E così, quel sorrisetto di sfida con cui zittiva i suoi avversari nei talk show televisivi, ha lasciato il posto a un ghigno teso e rancoroso. Anche le sigarette fumate, dicono i suoi collaboratori, sono aumentate. Solo il linguaggio non mostra segni di cedimento. E rispolvera la retorica postfascista dell’ “infame”, rivolto a chi, ripete il Presidente ormai a ogni intervista, «getta fango» contro di lui.