Il declino di Obama e il fascino di Wall Street

Mario Margiocco
25/12/2010

La presidenza Usa, la crisi finanziaria e la caccia al secondo mandato.

Il declino di Obama e il fascino di Wall Street

«Una grande potenza  veramente competitiva non dovrebbe avere il suo deficit commerciale che cresce così rapidamente, e nemmeno il suo debito federale, statale e municipale che a questi ritmi velocissimi esplode, letteralmente, nella stratosfera delle migliaia di miliardi di dollari». Queste semplici verità le ricorda sull’ultimo numero della New Republic Paul Kennedy, lo storico di Yale che oltre 20 anni fa con il suo The Rise and Fall f the Great Powers dette la stura alla scuola dei moderni “declinisti”. Il libro voleva essere una storia del declino degli imperi europei, quello britannico in particolare. Ma alla fine degli anni ’80 gli Stati Uniti per la prima volta dal 1917 tornavano ad essere debitori netti, e un ultimo capitolo sui rischi del declino americano, aggiunto su richiesta dell’editore, fece la fortuna del libro.
Kennedy dice ora che il declino sarà relativo, e sarà la fine di uno dei vari volti dell”eccezionalismo’ americano, quello della superpotenza. Il Paese sarà sempre una potenza, la prima delle potenze, ma assai più simile ad alcune altre, in una riedizione del “concerto delle nazioni” (si spera più duraturo) di un’epoca pre-americana.  
LA PIAGA DEL DEBITO PUBBLICO. Il peso del debito diventa per Washington sempre più insostenibile, dice Kennedy, «anche se questo semplice fatto è stato oscurato da migliaia di economisti americani e di consulenti finanziari che emettono grugniti positivi di fronte alla propria clientela per nascondere il fatto che non sanno riflettere in termini strategici». Il ridimensionamento è un dato di fatto, conclude Kennedy, «e una persona dovrebbe essere stata cieca e sorda per non avere osservato quest’ovvio deterioramento negli anni recenti». Anche se Paul Kennedy potrebbe avere ragione non al 100% e magari nemmeno al 70%, è su questo sfondo storico di “ritorno alla normalità” che va collocata la presidenza di Barack Obama, le sue linee strategiche, e i suoi ultimi sviluppi. E le prospettive, concrete ma difficili, di poter conquistare nel 2012 un secondo mandato. Che dipenderà ovviamente anche dalla qualità e credibilità dell’oppositore che le primarie repubblicane saranno in grado di presentargli. Più sarà legato a quella che ormai da oltre 30 anni è la tradizione oltranzista e fondamentalista della maggioranza dei repubblicani, più aumenteranno le chances di Barack Obama.

La promessa di un cambiamento e la delusione del post election day

  Già Barack Obama avrebbe dovuto essere una soluzione radicale e i guai della sua presidenza sono dovuti al fatto che non lo è stato.  Gli americani, anche se sull’intera psicologia nazionale l’ombra del declino è tutt’altro che assente, non ragionano in genere in termini storici, ma guardano soprattutto alla disoccupazione e alle proprie finanze. La disoccupazione sfiora il 10%, e fra disoccupati e sottoccupati involontari sono 25 milioni a soffrire questa stagione. Sono i più esposti, ma non i soli. Secondo dato fondamentale, la ricchezza delle famiglie continua ad essere inferiore dell’8% circa rispetto all’ultimo trimestre “buono”, l’aprile-giugno del 2007. Sono quasi 11 mila miliardi in meno  rispetto ai quasi 66 mila di allora, il crollo dovuto soprattutto ai valori immobiliari. Lo indica il sulle finanze private che, insieme a quello della disoccupazione, determinerà il futuro di Barack Obama, alla riga 42 della tavola B.100 del Flow of Funds , alla pagina 104 nell’ultima edizione del 9 dicembre scorso.
UNA SCONFITTA DIFFICILE DA DIGERIRE. Nel dibattito delle elezioni di midterm del 2 novembre, una pesante sconfitta con pochi precedenti storici per i democratici, i temi della disoccupazione e della mal digerita riforma sanitaria, che non riforma un granché, hanno spesso oscurato quello che  invece è stato fin dall’inizio e resta il tema centrale della presidenza Obama: la ricostituzione o meno della solidità e credibilità del sistema di regole che governano la finanza di Wall Street. Legato a questo c’è lo stato delle finanze federali, di cui si è parlato molto, ma in modo astratto, con i repubblicani che rinfacciano ai democratici un deterioramento che invece è a maggioranza responsabilità storica dei repubblicani, da Reagan in poi.
IL DEBITO SUPERA IL PIL.  Non bisogna mai dimenticare che, se si fanno con attenzione i conti, sommando al debito federale totale (Total public debt oustanding), quello degli stati e municipalità che resta peraltro incerto date le pratiche contabili spesso adottate, e quello delle megafinanziarie immobiliari Fannie e Freddie che Washington pienamente garantisce, si arriva a un debito che è circa il 140% del pil americano. E’ il secondo più alto al mondo fra i paesi industrializzati, dopo il giapponese e prima dell’italiano. Sono dati sui quali l’Anteamericano insiste da ormai un paio d’anni. Non sono dati da tutti condivisi, stranamente, ma se si cerca un’autorevole conferma, si può trovarla in Foreign Affairs, da 90 anni l’occhio dell’America sul momndo, e del mondo sull’America, e insieme al New York Times il cuore dell’establishment newyorkese.

I  benefici dei tagli fiscali: una cambiale sul futuro?

   Se si parte da questo, non è condivisibile fino in fondo l’entusiasmo con cui molti,  anche in Europa e in Italia, hanno salutato il recente accordo Casa Bianca-repubblicani che estende per due anni i tagli fiscali dell’era Bush jr., vi aggiunge un mini-stimolo per le piccole imprese e l’estensione per una parte dei disoccupati del sussidio in scandenza, e soprattutto, con effetto-stimolo immediato, la riduzione per tutti per un anno dei contributi pensionistici (social security).  Il tutto equivale a stimolare oggi prendendo a prestito risorse dal futuro.
Altro plauso è venuto per il passaggio dell’accordo Start sugli armamenti nucleari e per la possibilità per i gay dichiarati di servire nelle forze armate.  Sono, questi ultimi, punti a favore importanti per Obama che ha dimostrato dopo il ko delle elezioni di essere ancora in piedi sul ring e di essere capace di combattere. Ma vari media, americani e non, stanno confondendo risultati legislativi e successi politici . Se così fosse il voto di novembre avrebbe dovuto essere un successo perché non c’è dubbio che i primi due anni di Obama sono stati ricchi di produzione legislativa, che il presidente ha proclamato ripetutamente “storica”, giudizio non sempre condivisibile, soprattutto se si fa un confronto con quanto prodotto nella per alcuni aspetti analoga prima stagione roosveltiana, quasi 80 anni fa.
IL VALORE DELL’INTESA SULLE TASSE. Quanto all’intesa coi repubblicani sulle tasse, sembra difficile attribuirle un significato di svolta. E’ un’intesa dettata dai rapporti di forza, ora favorevoli ai repubblicani, e dalla necessità di Obama di non indebolire una mini-ripresa in atto, sulla cui durata nessuno può scommettere. Non si tratta, come vari hanno scritto, di uno stimolo che potrebbe rappresentare una svolta, perché i tagli erano presenti anche nel 2009 e nel 2010 (leggi l’articolo dell’Huffington Post e confermano, non aggiungono risorse all’economia. E’ chiaro che non prorogarli avrebbe indebolito la crescita. Così come prorogarli, anche per i redditi oltre i 200 (single) o i 250 (coppie) mila dollari indebolisce il già debole bilancio federale.
UNA RIFORMA DEBOLE. La riforma finanziaria varata nel luglio scorso non convince neppure Paul Volcker, l’ex presidente Fed, che si è visto ancora una volta usato per dare credibilità a decisioni di Washington che invece non ne hanno a sufficienza. Non convince i Nobel Paul Krugman e Jospeh Stiglitz, e non convince molti altri. «Benché sia una mossa nella giusta direzione», ha ribadito ancora in questi giorni Stiglitz,  «è  tutto un colabrodo di esenzioni ed eccezioni». Rinvia in definitiva al giudizio di organismi e uomini che nell’ultimo quarto di secolo Wall Street è sempre riuscita a dominare. E non risolve anzi istituzionalizza il “too big to fail” creando un cordone ombelicale tra grandi banche e il bilancio pubblico. 
GLI ISTITUTI DI CREDITO. La simbiosi tra debito pubblico e debito delle grandi banche si è purtroppo affermata anche  in Europa, dove però quella che in Italia si chiama sorveglianza bancaria non è stata, almeno nell’Europa continentale, fallimentare come negli Usa.. Le banche europee sono in media ancor più deboli quanto a capitalizzazione di quelle americane.  Ma non dettano dempre legge ai loro regolatori. Anche in Italia poi autorevoli uomini di banca come Guido Roberto Vitale invocano banche di dimensioni gestibili, sono contro il too big to fail e per la separazione tra banche ordinarie e d’affari, invocata da Volcker e di fatto disattesa dalla riforma Usa. Sul tema finanziario i repubblicani potrebbero però fare ad Obama un regalo notevole nella stagione delle presidenziali 2012 che di fatto si apre con il 1 gennaio prossimo.
L’ANALISI. Di chi la responsabilità della crisi finanziaria e del netto impoverimento della grande maggioranza delle famiglie? Non del mercato, dicono i repubblicani, imbaldanziti dalla vittoria elettorale del 2 novembre scorso. «A Washington il consenso è che le banche devono essere regolate, ma la mia opinione è che Washington e i regolatori esistono per servire le banche», ha dichiarato nei giorni scorsi Spencer Bachus,  repubblicano dell’Alabama e prossimo presidente della Commissione. 
Servizi finanziari della Camera. Mentre per Ron Paul, repubblicano del Texas, servono “law and order”, non nuove regole, «perché abbiamo perso la comprensione e la fiducia nel fatto che il mercato è probabilmente il più severo dei regolatori». Sarebbe bello se fosse così. E la pensava allo stesso modo Alan Greenspan quando si batteva contro ogni regola, salvo quella superiore del mercato. Si è visto come è andata.
POLITICA E FINANZA. I repubblicani, come si è visto anche nella vicenda della Commissione d’indagine sul crack finanziario (leggi l’approfondimento di Lettera43.it, sono fermamente convinti che la manipolazione politica del mercato ha portato alla grande crisi finanziaria. Mentre sul versante progressista la convinzione è che sia stata la manipolazione  della politica fatta da Wall Street ad avere ben più responsabilità. Obama stava da quest’ultima parte, e chiarissimamente, nella campagna elettorale del 2007-2008, come diceva in un importante discorso economico tenuto a New York il 27 marzo 2008. Poi, da presidente,  agiva in modo diverso, e con uomini che di Wall Street erano diretta emanazione, senza coerenza né tantomeno chiarezza. Se nel citato discorso accusava la politica di essersi lasciata sviare dai “corrotti” contributi elettorali di Wall Street, da presidente subiva secondo molti lo stesso fascino perverso. E questa è stata probabilmente la causa principale dei suoi guai.
I repubblicani però, con il loro oltranzismo ideologico e una visione assai più religiosa che pragmatica del mercato, potrebbero fargli un grosso regalo. Esattamente come su altri temi lo fecero 15 anni fa a Bill Clinton. Solo che Obama difficilmente avrà nel 2011 una vera ripresa  come Clinton ebbe invece quella del 1995, ma piuttosto l’effetto-stimolo dei nuovi deficit aggiunti con le intese bipartisan di dicembre. E dovrà per vincere persuadere  gli americani che la sua politica scongiura il declino, oggi e ancor più domani.