Il deserto dei tiranni

Barbara Ciolli
18/01/2011

Dal Maghreb al Medio Oriente, ecco i dittatori che tremano.

La prima volta per il Nord Africa. Gli analisti che hanno
valutato i fatti della Tunisia come un 1848 del Maghreb hanno una
motivazione forte. Non era mai successo che i cittadini di un
Paese dell’area rovesciassero un dittatore, al potere da
oltre 20 anni. Era accaduto naturalmente in altri Paesi islamici,
come in Iran nel 1978 o in Pakistan nel 2008, ma mai in uno Stato
arabo.
Bruce Riedel, ex ufficiale della Cia esperto di terrorismo e di
politiche medio-orientali, ne è convinto e in un lungo commento
sul
Daily Beast
sui fatti della Tunisia ha spiegato perché
ora anche altri dittatori del Maghreb tremano, al timore che
potrebbero cadere: «Questa rivoluzione ha marcato un bivio.
Adesso la grande questione è: chi sarà il prossimo?».

Mubarak, il despota ottuagenario

Che questo mese possa rappresentare una svolta cruciale anche per
i regimi vicini di casa (guarda la photogallery dei despoti) del Paese in
fiamme, soprattutto per l’Algeria e per l’Egitto, dove il
17 gennaio un uomo ha cercato di uccidersi, dandosi fuoco di
fronte alla sede del Parlamento al Cairo, è stato largamente
pronosticato (leggi l’analisi sull’effetto domino nell’area nord africana)
dagli esperti. Una situazione in bilico che potrebbe degenerare
nell’arco di una notte, anche se alcuni osservatori hanno
preso le distanze da ipotesi troppo precipitose, sottolineando le
differenze che caratterizzano i sistemi dittatoriali confinanti
(leggi l’approfondimento sull’instabilità del Maghreb) con la Tunisia di
Ben Ali.
IL REGIME DI MUBARAK. Al contrario Riedel, che
in passato è stato anche consigliere alla Difesa Usa e
consulente strategico nella campagna elettorale di Obama, non ha
dubbi nel ritenere il Paese più a rischio esplosione proprio
l’Egitto, lo Stato più popoloso e islamizzato del Nord
Africa, dal 1981 saldamente in mano all’ultra 80enne Hosni
Mubarak.
«Il giorno che si insediò al comando, dopo l’assassinio del
suo carismatico predecessore Anwar Sadat durante una parata
militare, ero a capo del dipartimento Cia in Egitto e assicurai a
un Reagan inquieto che Mubarak sarebbe andato al potere. Ho avuto
ragione per 30 anni», ha scritto Ridel. Secondo il quale,
l’ex capo di Stato maggiore dell’aeronautica che negli
anni è sfuggito ad almeno sei attentati ha «indubbiamente
portato una rimarchevole stabilità al Paese».

Egitto, un Paese povero e asfittico

Peccato che ormai questa si sia trasformata «in letargo e in
stasi»: un clima asfittico, in un territorio enorme e privo di
risorse, se si esclude il comparto turistico, ma ricco di
tensioni inesplose.
Ancora indeciso se ricandidarsi alle prossime elezioni o cedere
lo scettro al figlio Jamal (leggi l’articolo sullo scenario egiziano) negli ultimi mesi Mubarak
è apparso sempre più insidiato da Muhammad al Baradei, l’ex
direttore dell’Aiea, l’Agenzia internazionale per
l’energia atomica, «emerso come interlocutore per il
cambiamento» e «promotore di un’alleanza con i Fratelli
musulmani, il più grande movimento d’opposizione
dell’Egitto» (leggi l’approfondimento sui Fratelli musulmani).
IL DECLINO DEL PAESE. La formazione moderata
islamica, che raccoglie le istanze di larga fetta di popolazione
vicina, è stata ammessa alle elezioni nel 1974 dallo stesso
Mubarak che, con un gesto conciliatorio, aprì il Parlamento ai
Fratelli musulmani, a patto che questi si presentassero alle urne
sempre alleati ad altri partiti laici dell’opposizione.
«Persino prima che esplodesse la Tunisia», ha azzardato Ridel
sul sito di Tina Brown, «gli esperti più acuti ipotizzavano un
cambio della guardia in Egitto», stretto da oltre 50 anni
nell’immobilismo. Se osservato oltre la facciata, il
“regno” dell’autoritario Mubarak è infatti uno Stato in
mano ai vertici di polizia e servizi segreti sin dall’ascesa
del colonnello Nasser che, con la rivoluzione egiziana del 1952,
«strappò il potere a una monarchia decrepita».
LO STATO DI POLIZIA. Con il suo insediamento,
Mubarak ha solo esteso questo stato di polizia, accentrando
ulteriormente i poteri al ministero dell’Interno e ai servizi
segreti e aumentando le spese militari: «Oltre 1 milione e mezzo
di uomini delle forze dell’ordine, quattro volte le
dimensioni di un regolare corpo militare», che operano su un
territorio «disseminato di informatori».
«Dalla morte di Sadat», ha stimato Ridel, «l’Egitto ha
raddoppiato il numero della popolazione, e il presidente-despota
quadruplicato il numero dei penitenziari», e «rinchiuso in
carcere un numero stimato di circa 80 mila prigionieri
politici».

Libia e Algeria, il pieno di risorse

Una cappa di contenimento che nei decenni ha reso il Paese molto
più stagnante degli altri due regimi nord africani:
l’Algeria e la Libia.
L’Algeria di Abdelaziz Bouteflika, al potere dal 1999, è sì
guidata da un presidente-tiranno 65enne che, dopo essere sfuggito
a un attentato nel 2007, ha annunciato una riforma costituzionale
che gli permetterà di ricandidarsi in eterno senza più scadenza
di mandato, e di accrescere ancora di più i suoi poteri.
IL RAIS DI ALGERI. Ma è anche un Paese
dinamico, enorme, ricco di risorse energetiche appetibili per
l’Europa, che in passato ha già vissuto rivolte di piazza,
di portata minore, riaccese poi lo scorso 6 gennaio a causa del
rialzo dei prezzi dei beni alimentari (leggi le cronache dei
disordini di Algeri).
Deputato e ministro allo Gioventù e allo
Sport,  Bouteflika ha iniziato la sua carriera politica
nell’anno di indipendenza del Paese, il 1962, per diventare
ministro degli Esteri dal 1963 al 1978, presiedendo, con questo
incarico, anche l’assemblea delle Nazioni Unite.
Esiliato negli Emirati arabi e in Europa per un pesante scandalo
finanziario, il presidente oggi inamovibile è riuscito a
tornare in Algeria alla fine degli anni ’80, per
candidarsi a capo dello Stato come indipendente,
sostenuto dai militari.
IL FEUDO DI GHEDDAFI. Stabile, seppure sotto il
pugno di ferro del Colonnello la Repubblica della Libia, ricca di
petrolio e gas: un fortino nel quale il reddito medio dei
cittadini è il più alto del Medio Oriente, in cui Muammar
Gheddafi domina incontrastato dal vittorioso colpo di Stato
contro il re Idris del 1969, di cui fu la guida ideologica e
l’estensore della Costituzione.
Iscrittosi nel 1968 all’Accademia militare di Bengasi, dopo
un breve periodo di specializzazione in Gran Bretagna
Mu’ammar fu nominato capitano dell’esercito all’età
di 27 anni. Solo un anno dopo era già capo assoluto di un Paese
che, negli ultimi decenni, ha visto scendere l’analfabetismo
al 17,4%, e crescere la durata media della vita a 77
anni. Tanto che oggi lo Stato retto dal dittatore
69enne amico di Silvio Berlusconi è considerato il più ricco
del Maghreb e anche il meno esposto a rivolte popolari.

Marocco, l’ex dittatura di Hassan II verso la democrazia

Sulla via della democratizzazione, al contrario, la monarchia
costituzionale del Marocco dove, se si escludono i cruenti
scontri dell’esercito con la popolazione Saharawi (un
contenzioso che dura dal 1975), l’attuale re Mohammed VI
nell’ultimo decennio ha promosso una politica di apertura,
riformando il diritto della famiglia e favorendo
l’emancipazione delle donne.
IL MONARCA ILLUMINATO. Dal suo insediamento nel
1999 il monarca 47enne, considerato un modernizzatore illuminato,
ha sancito la fine del duro regime poliziesco ereditato dal padre
Hassan II, che dagli anni ’60 ai ’90 aveva stretto il
Paese negli ‘anni di piombo”, prendendo progressivamente le
distanze anche dal fondamentalismo islamico.
Finito per questo nel mirino di Al Qaeda, Mohammed VI, in buoni
rapporti con Stati Uniti e Spagna, ha intrapreso anche misure
efficaci per il risanamento economico che hanno reso il Marocco
un Paese in crescita costante dal 2003.
Piuttosto, l’onda lunga dei fatti della Tunisia ha raggiunto
il Medio Oriente, infiammando lo Yemen, unico regime
dell’area guidato dal clan familiare del presidente Ali
Abdullah Saleh, a capo dello Stato dal 1978, e la Giordania,
storica monarchia costituzionale sin dalla sua indipendenza nel
1946.

Saleh, il padre padrone dello Yemen

Autodidatta semianalfabeta, negli anni ’70 Saleh è stato
promosso giovanissimo a governatore dello Yemen del nord dai
leader tribali delle forze armate in cui militava, instaurando
poi, nel Paese unificato, un feudo personale basato sui rapporti
di forza del clan familistico e sulla corruzione.
Minacciato dalle centinaia di studenti e manifestanti che la
scorsa settimana hanno marciato dall’università della
capitale Sanàa all’ambasciata tunisina, innaggiando alla
rivolta del Maghreb, il 65enne padre-padrone dello Yemen,
considerato un serbatorio di terroristi islamici vicini alla rete
di Al Qaeda, è stato costretto ad aumentare le forze di
sicurezza schierate sul territorio. 
CORTEI IN GIORDANIA. In Giordania, Paese oggi
guidato da Allah II e vicino all’Occidente anche grazie alle
posizioni della moglie palestinese Rania, il 17 gennaio oltre 3
mila persone tra lavoratori, islamisti e attivisti di sinistra
hanno partecipato a un sit-in davanti al Parlamento di Amman,
gridando slogan pro-Tunisia.
Già la scorsa settimana c’erano state manifestazioni (leggi
l’articolo sulla manifestazioni in Giordania) contro il
caro-vita e la crescente disoccupazione.