Il Dna? Vale un terzo

Michela Gentili
24/09/2010

Il genetista spiega fino a punto la natura può decidere per noi.

Il Dna? Vale un terzo

«L’abitudine al fumo? Tutta colpa di un gene», «Il tradimento? È scritto nel Dna», «La passione per la musica classica? Merito del codice genetico». A leggere i titoli delle ultime scoperte scientifiche rilanciate dai media, si viene assaliti dalla claustrofobica sensazione di nascere con il destino segnato.
Secondo i risultati proclamati da diverse ricerche, infatti, il Dna non condizionerebbe solo il colore degli occhi o l’insorgenza di malattie ereditarie ma anche alcune abitudini caratteriali come il vizio delle sigarette, la tendenza all’infedeltà e, addirittura, la passione per un particolare genere musicale.
Fino a che punto, però, i geni possono davvero influenzare la nostra vita ? «È vero che la maggior parte delle caratteristiche personali, come l’intelligenza, la resistenza allo stress o la predisposizione al tradimento, hanno una componente genetica. Ma nessuna di queste è mai interamente definita dalla natura» spiega il genetista Edoardo Boncinelli, che ha da poco pubblicato per Rizzoli “Lettera a un bambino che vivrà fino a 100 anni”.
Domanda. Quindi ognuno è libero di scegliere chi diventare?
Risposta. In linea generale, siamo condizionati per un terzo dal Dna, per un terzo dall’ambiente e, per un altro terzo, dal caso puro. L’intelligenza, per esempio, dipende dai geni per circa il 35-40%. Mediamente, in ogni popolazione è presente un 1% di ipodotati e un 1% di iperdotati. La maggior parte delle persone, però, nasce con un bagaglio di capacità nella norma: il margine d’azione personale, quindi, è piuttosto ampio.
D. E come la mettiamo con la ricerca dell’Istituto Karolinska di Stoccolma, che afferma di aver scoperto un gene capace di “regolare” l’infedeltà?
R. I risultati delle ricerche vanno letti attentamente: basta omettere un numero per far passare il messaggio sbagliato. In questo caso, i ricercatori sono partiti da un esperimento condotto sulle arvicole, una specie di roditori che tende ad accoppiarsi con numerosi partner nel corso della vita. Intervenendo su un gene specifico, che aumenta il livello di vasopressina, gli scienziati sono riusciti a rendere monogami questi piccoli animali.
D. Dunque possiamo controllare a livello genetico la volontà di tradire?
R. Qui nasce l’equivoco: questo tipo di mutamento, pur affascinante, non si può attuare sugli essere umani. I geni che influiscono sull’infedeltà, infatti, sono centinaia e, ammesso che si riesca a individuarli tutti, sarebbe impossibile modificarli uno a uno. Per lo stesso motivo, non si può giustificare l’abitudine al tradimento con la scusa di “averlo nel Dna”: le combinazioni poligeniche danno luogo a casistica sterminata di varianti alle quali, poi, bisogna sommare le influenze dell’ambiente e del caso.
D. Ma esistono malattie che ci portiamo dietro dalla nascita…
R. In questo caso, si tratta di mutamenti che dipendono da un singolo gene. Sindromi ereditarie come la distrofia, la fibrosi cistica, la talassemia, ma anche rari tumori giovanili come la retinoblastomia, sonodovute all’alterazione di una singola “lettera” all’interno dei cromosomi. In questo caso, un cambiamento monofattoriale può determinare di per sé l’insorgenza di una malattia: va detto, però, che accade solo nell’1% dei casi. La maggior parte dei tumori non ha una base genetica: solo per quelli che colpiscono l’utero e il seno si può parlare di una predisposizione, che si verifica solo nel 3% dei casi.
D. In questi casi, si può fare un esame del Dna?
R. Attraverso la mappatura, è possibile individuare i geni che predispongono ad alcune malattie. Ma si tratta di un esame ancora molto parziale, difficile da leggere fino in fondo. Tra 10 o 15 anni, forse, potremmo avere qualche informazione in più. Per ora, alcuni dati non sappiamo neppure cercarli.