«Il federalismo non si farà»

Fabio Chiusi
13/10/2010

Ricolfi: «La riforma è stata svuotata»

«Il federalismo non si farà»

Il cammino del federalismo è «indietrissimo» rispetto alla tabella di marcia, perché «nella sostanza manca quasi tutto». Del resto, la questione «non interessa più a nessuno, nemmeno alla Lega».
È tranchant Luca Ricolfi, docente di Analisi dei dati all’università di Torino e autore de Il Sacco del Nord. Secondo il quale il maxidecreto approvato giovedì scorso dal consiglio dei ministri (leggi gli approfondimenti qui e qui), è «il frutto di compromessi non dichiarati che finiranno per paralizzare il cammino effettivo della legge». In un parola, «pessimo».
Domanda: A parte gli annunci del governo, a che punto è realmente il federalismo fiscale?
Risposta: Indietrissimo. Manca praticamente tutto, e infatti si pensa di partire nel 2013 e arrivare nel 2019.
D. Pensa che i futuri governi, anche nel caso dovessero essere di centrosinistra, si impegneranno a completare e attuare la riforma?
R.
No, il federalismo non interessa più a nessuno, nemmeno alla Lega, altrimenti non avrebbe consentito il suo svuotamento. Alla Lega interessa solo poter dire ai propri elettori: «Avete visto come siamo stati bravi? Abbiamo portato a casa il federalismo…». Né la preoccupa il fatto che il federalismo non dia risultati tangibili: basta raccontare che entrerà in funzione nel 2019, e che nel frattempo bisogna attendere fiduciosi pregustando il fulgido momento in cui decollerà. Ha funzionato per un secolo con il socialismo e il “Sol dell’avvenire”, volete che non funzioni almeno per un paio di decenni con il federalismo e il “Sole delle alpi”?
D. Però l’opposizione continua a denunciarne i pericoli…
R. Di Pietro è diffidente con il federalismo, perché teme una riduzione del potere di spesa del ceto politico, specialmente al Sud. Una parte dell’opposizione, penso all’Udc, è onesta con l’opinione pubblica e non nasconde la sua ostilità al federalismo. Un’altra parte dell’opposizione, penso al Pd, parla con lingua biforcuta: nelle piazze, specie al Nord, continua a parlare di federalismo, e tutt’al più aggiunge l’aggettivo “solidale”; in parlamento e nelle commissioni, invece, lo frena, rendendo i decreti attuativi sempre più barocchi e meno incisivi.
D. Ma allora chi lo vuole, il federalismo?
R.
Gli unici a volerlo davvero, nel ceto politico, sono la maggior parte degli amministratori locali del Centro-Nord, insieme con una minoranza di amministratori del Sud. Solo che non hanno una controproposta articolata, né pensano di doverla avere: probabilmente non si sono ancora accorti che quello che a Roma passa per federalismo ha ben poco a che fare con ciò per cui si sono battuti per tanti anni.
D. Che cosa manca?
R.
Per ora è stata approvata la legge delega, sono stati emanati due decreti delegati (sul federalismo demaniale e su Roma capitale), e il Consiglio dei ministri ha approvato un certo numero di ulteriori decreti delegati. Formalmente non manca molto, perché (se non si perde troppo tempo) entro marzo tutti i decreti dovrebbero aver passato l’iter che la legge delega prevede. Nella sostanza invece manca quasi tutto, perché per partire il federalismo avrebbe bisogno di numeri, e a quel che si capisce i numeri non ci saranno prima della fine del 2012. I decreti delegati, infatti, non riescono a riempire di contenuti la legge delega, ma si limitano a rimandare a una selva di future decisioni politiche, negoziati, calcoli tecnici affidati a vari enti (Sose e Ifel in particolare).
D. E il maxidecreto, approvato giovedì scorso, sull’autonomia di entrata delle regioni e la determinazione dei costi e fabbisogni standard del settore sanitario?
R.
Pessimo, perché frutto di compromessi non dichiarati che secondo me finiranno per paralizzare il cammino della legge. Il maxidecreto, se approvato in questa forma, ha ottime possibilità di svuotare quasi del tutto il federalismo.
D. Il governo ha ceduto al ricatto delle Regioni?
R.
Sì, basta confrontare i contenuti del maxidecreto con quello che, pochi giorni prima, si poteva leggere su Panorama nella rubrica di Luca Antonini, presidente della Copaff (Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale): a me pare evidente che le ottime idee di Antonini (condivise dal governo, presumo) siano state tradite e stravolte dalle modifiche imposte dalle Regioni. Il discorso è un po’ tecnico, ma i punti chiave su cui il governo ha dovuto cedere sono almeno tre: l’aumento del peso dell’Irpef a scapito dell’Iva, il tetto del 3% per gli aumenti dell’addizionale Irpef, le modalità di territorializzazione dell’Iva (che doveva essere basata sui versamenti effettivi e invece continuerà a essere agganciata ai consumi).
D. Come pagheranno le tasse i cittadini della futura Italia federale, se mai dovesse essercene una?
R.
Fortunatamente molte piccole tasse e balzelli saranno eliminate (lo prevede l’articolo 7 del maxidecreto), ma in compenso ogni territorio avrà una notevole quantità di tributi, aliquote, esenzioni ed agevolazioni da manovrare, con la prevedibile conseguenza che non sarà facile per nessuno capire dove le tasse sono più basse. Addio trasparenza e concorrenza virtuosa fra territori.
D. Dobbiamo credere a Tremonti, quando sostiene che le tasse non aumenteranno?
R.
A me pare che il problema sia mal posto, perché al momento non esiste una definizione condivisa del concetto di gettito atteso di un territorio, né di che cosa debba essere incluso nel novero delle “tasse”. Se lascio invariata l’Irap ma aumento le tariffe pubbliche e i ticket ospedalieri ho aumentato le tasse oppure no? Ma soprattutto: come si fa a dire che le tasse sono aumentate o sono diminuite se ci sono decine di imposte e non si conoscono con ragionevole precisione le rispettive basi imponibili ? Eppure la realtà è questa, con 125 miliardi di evasione fiscale e contributiva l’Agenzia delle Entrate non ha gli strumenti per sapere quanto un territorio dovrebbe pagare se facesse il suo dovere fiscale, quindi non può neppure stabilire se una certa configurazione delle aliquote è più o meno esosa di un’altra. Quindi Tremonti potrà continuare a dire che le tasse non sono aumentate, e l’opposizione a sostenere il contrario.