Il feudo in Parlamento

Daniele Lorenzetti
30/09/2010

Gruppuscoli, vassalli, servitù. Negli Usa come in Italia.

Il feudo in Parlamento

Negli States scottati dalla crisi il dibattito è caldo e mobilita le menti dei migliori think-tank. Come Barry Lynn, studioso della New America Foundation e autore di un testo assai discusso sul rischio di un nuovo feudalesimo. Perché negli States la questione è economica, ma la domanda la stessa che ci si pone in Italia: possibile che la libertà individuale stia diventando servitù, degenerando in un sistema di obblighi e favori tra i gruppi di interesse ed egemonia?
Il problema ulteriore, per noi, è che il feudalesimo, qui dov’era nato, secondo molti non se n’era mai andato. La riprova? Bastava osservare con cura il dibattito in parlamento sulla fiducia, mercoledì 29 settembre, e la riscossa dei particolarismi arrembanti: i  cinque “Popolari per l’Italia di domani” di Calogero Mannino, gli altrettanti  “Noi Sud” di Antonio Iannacone, e poi l’ex rutelliano Bruno Cesario (uno che dopo l’elezione non ringraziava il Pd che l’aveva inserito in lista ma padre Pio da Pietrelcina), l’ex dipietrista Americo Porfidia e quel Francesco Pionati che annunciava il suo sì con il plurale maiestatis («Presidente Berlusconi, il suo discorso ci ha convinto»). I nuovi-vecchi ascari sono una melassa sfuggente. Chiedono «attenzione», offrono «responsabilità».

Troppi scontri di potere


Flashback al 1994: il primo governo del Cavaliere era in sella da pochi mesi, ancora ignaro della crisi incipiente, e sulle pagine del Corriere della Sera il presidente del Censis Giuseppe De Rita vergava un quadro impietoso della deriva nazionale: «Oggi nel nostro Paese gli scontri di potere sono talmente tanti che si accavallano tra loro in un insieme di notevole confusione e di crescente preoccupazione. Sembra che si stia affermando un policentrismo più stretto e inerte, una sorta di Stato neofeudale. Un accaparramento degli spazi di potere ai fini della costruzione di feudi diversi». Scritto sedici anni fa, ma poteva essere ieri.
Nel frattempo dibattiti, tavole rotonde, analisi sconsolate. Come quella targata Eurispes del 2007: ancora una volta, l’immagine di un Paese neofeudale governato da un premier che, «come gli imperatori tedeschi, regna ma non governa». All’epoca, per la precisione, si chiamava Romano Prodi, e cercava lo slalom tra Mastella e Turigliatto.
Il check-up dell’istituto di ricerca descriveva una società ispirata alla logica dei reality televisivi, dove per eccellere possono bastare «un’infarinatura di tutto e una conoscenza di niente», purché si abbia «grinta» o si vada «al di sopra delle righe o delle regole».
«Ma attenzione» avverte il medievista Franco Cardini, «gli stereotipi sul Medioevo sono duri a morire. Quella che rivediamo oggi in Parlamento è una commedia degradante già vista: non feudalesimo, che fu una cosa seria, ma spappolamento. Il disfarsi dei gruppi, le denunce di compravendita di deputati. E’ l’eterna Italietta sopravvissuta al tentativo di nazionalizzare le masse».
Diceva Giolitti (e poi Mussolini) che «governare gli italiani non è difficile, è inutile».  Infatti i racconti sull’Italia dei favori feudali non nascono certo adesso. Qualche esempio da prima Repubblica? Il ministro Franco Nicolazzi, specialità Lavori pubblici, che fece arrivare l’autostrada da Torino a Gattico, il natìo borgo novarese. Ciriaco De Mita che riuscì a portare un mega-stabilimento Parmalat nella sua amata Nusco, grazie a un ambizioso Calisto Tanzi in fase emergente.

Gesti e fraseggi da vassalli


Il linguaggio, come sempre, è un indizio prezioso. E soprattutto oggi è tutto un discettare di fedeltà, tradimenti, giuramenti. Lo spaccato delle intercettazioni sulle varie calciopoli e appaltopoli, ha consegnato ai taccuini chilometri di fraseggio da vassalli in un Paese di scarse cortesie. Su un altro piano fece discutere, alla vigilia delle scorse elezioni regionali, la scena in cui Silvio Berlusconi accoglieva sul palco di piazza San Giovanni le mani giunte dei suoi candidati a governatore.
E ancora: a inizio settembre, mentre la sindrome Turigliatto tornava come una nemesi ad abbattersi sul Cavaliere, con lo spettro di dover contrattare ogni passo, ogni mossa, ogni provvedimento, il segretario repubblicano Francesco Nucara spiegava così il suo febbrile attivismo per allargare i confini della maggioranza: «Berlusconi non mi deve nulla. Io a lui devo tutto».  Intanto, nella Sicilia che tutto ha già visto c’era già chi denunciava il pateracchio centrista del governatore Lombardo: «E’ sempre più palese la crisi della politica e un evidente neofeudalesimo, da cui emerge la mancanza di proposte concrete alla soluzione dei problemi reali della società italiana e alle aspettative dei cittadini». A firmare la vibrante denuncia Domenico Cutrona, segretario del Movimento Popolare Federalista Europeo.
Sostiene lo storico Gian Enrico Rusconi, editorialista de La Stampa: «parlare di feudalesimo tecnicamente non è corretto. Ma l’irrompere di rapporti di forza e seduzione in politica è un fenomeno eclatante in Italia. E’ Berlusconi che ha incarnato il mutamento e ora sopravvive perché ha intorno a sé una classe politica forgiata a sua immagine. Guardiamo la sinistra: restano le sfere di influenza, D’Alema e i suoi, le fondazioni dei leader e dei loro portaborse».
Spiega Rusconi che in Germania il senso della legge e il rispetto delle istituzioni non tollera troppa indulgenza per gli scambi sottobanco. «Da noi invece il vassallaggio sta diventando patologico. Più che la capacità conta la protezione. Ma in questo senso, come in altri casi, non è detto che l’Italia non faccia da apripista».