Il giorno della partenza

Gea Scancarello
04/02/2011

Obama tratta le dimissioni di Mubarak.

Il giorno della partenza

Venerdì 4 febbraio al Cairo è il giorno della Partenza. Così lo hanno chiamato i gruppi di opposizione che, nonostante gli scontri durissimi dei giorni scorsi, non hanno abbandonato piazza Tahir. Un milione di persone sono scese nuovamente in strada, stretti tra i militari e gli infiltrati del regime, responsabili di violenze che hanno causato in 48 ore 13 morti.
Il primo ministro Ahmed Shafiq ha chiesto al collega degli Interni di non ostacolare i cortei in programma: forse una mossa per smarcare l’esecutivo dalle responsabilità del sangue che potrebbe scorrere. Anche se l’esercito ha dato conferma agli americani che non sparerà sulla folla.
La capitale egiziana è sprofondata in una guerriglia che sta assumendo i contorni della guerra civile: prima gli scontri tra oppositori e sostenitori (probabilmente pagati) del presidente Hosni Mubarak, poi la rivolta contro gli Occidentali e i giornalisti.
IL REGIME IN BILICO. Gli uomini di Hosni Mubarak rifiutano però qualsiasi addebito: «Impossibile che i nostri sostenitori abbiano commesso violenze», ha commentato il vicepresidente Omar Sulemain, fino a qualche giorno fa capo dell’intelligence e picchiatore professionista. Ancora più tranchant il Raìs, che ha affermato di essere impossibilitato ad andarsene, come gli chiede la folla, perché: «Il Paese finirebbe nel caos».
Una dichiarazione che suona quasi irriverente. Ma che potrebbe essere del tutto irrilevante: secondo indiscrezioni riportate dal quotidiano New York Times e poi confermate indirettamente dalla Casa Bianca, lo staff di Barack Obama sta trattando direttamente con il vice di Mubarak, Sulemain, per ottenere le dimissioni del presidente. Il nuovo esecutivo dovrebbe andare proprio nelle sue mani, con il supporto dei militari e dei leader arabi.
Resta da chiedersi se il popolo tradito accetterebbe la soluzione. Se il precedente della Tunisia ha qualche valore, si può immaginare di no.

Hosni, il servitore stufo. Gli Usa pronti a congedarlo

Mubarak finge comunque di non saperne nulla. Giovedì ha concesso un’intervista alla reporter della Abc Christiane Amanpour, dipingendosi come il leader che resta per il bene del Paese. «Sono stufo», è sbottato. «Ho fatto il pieno: dopo 62 anni spesi a servizio del pubblico ne ho abbastanza. Voglio andarmene». Ma «se vado via oggi ci sarebbe il caos».
In una selva di dichiarazioni di dubbia credibilità, il Raìs ha anche negato di aver mai avuto intenzione di scappare, né di lasciare che il figlio Gamal diventasse presidente dopo di lui. Ha poi dedicato qualche parola per quel «brav’uomo» del presidente Obama, «che però non capisce la cultura egiziana».
IL PIANO DEGLI USA. Può essere che abbia ragione, ma alla Casa Bianca non fa gran differenza in questo momento. Gli americani stanno valutando una «varietà di modi differenti» per andare verso una transizione pacifica in Egitto (leggi approfondimento sull’Egitto visto dagli Usa).
Tommy Vietor, portavoce del Consiglio della sicurezza nazionale americana, ha fatto sapere che: «È il tempo di cominciare una pacifica, ordinata e significativa transizione, con negoziati credibili e inclusivi».
Nella fattispecie, secondo quanto raccontato dal NYTimes, lo staff di Obama sta preparando l’uscita del Raìs, in favore del suo numero due Sulemain. Il cambio al vertice pare essere supportato sia dal generale Sami Enan, capo delle Forze armate, che da Mohamed Tantawi, ministro della Difesa. Nel governo di transizione ci sarebbe spazio anche per un ampio raggruppamento di forze di opposizione, inclusi i Fratelli Musulmani, banditi dal potere per 20 anni.
La possibilità che l’operazione vada in porto, hanno concesso gli americani, dipende da molti fattori, in primis dall’esercito (leggi la storia delle forze armate), che ancora una volta tiene in mano le sorti del Paese.
Resta da chiedersi, tuttavia, quali sarebbero le conseguenze se il piano dovesser funzionare. La rivoluzione dei Gelsomini, in Tunisia, dovrebbe avere insegnato ai leader nordafricani e occidentali che il cambiamento di facciata non è sufficiente, quando la coscienza del popolo si è risvegliata. Tutto lascia pensare che il cammino del Cairo sia ancora molto lungo.