Il gran rifiuto di Israele

Gea Scancarello
24/01/2011

Perché il conflitto in Medio Oriente potrebbe non ricomporsi.

Il gran rifiuto di Israele

«You can’t always get what you want, but if you try sometimes you might get what you need». Così scrivevano i Rolling Stones nel 1969, in una delle loro canzoni più celebri.
Con le stesse parole, 30 anni dopo esatti, il negoziatore di pace di Yasser Arafat, padre della Palestina, sceglieva di iniziare una nota riservata destinata all’omologo egiziano. Citazione di peso (Non sempre puoi avere ciò che vuoi, ma se ti impegni potresti ottenere quello che ti serve): non tanto perché l’immagine degli arabi che ascoltano gli Stones sgretola l’idea di un’avversione senza se e senza ma alla cultura occidentale. Piuttosto perché smentisce la teoria, diffusa a piene mani da Israele con il supporto dell’America, dell’incapacità palestinese di scendere a compromessi nel dialogo sul futuro del Medio Oriente.
PRONTI A CEDERE GERUSALEMME. Almeno stando ai 1.600 documenti segreti su dieci anni di negoziati (leggi la notizia dei documenti sui negoziati), resi noti domenica 23 gennaio dalla televisione Al Jazeera. I Palestine paper, come sono stati chiamati, sembrano dimostrare l’esatto contrario: i palestinesi sarebbero stati pronti a rinunciare praticamente a tutta a Gerusalemme Est pur di poter avere la propria nazione. A cedere, quindi, ciò di più caro, e simbolicamente rilevante, loro rimasto, per terminare un conflitto lungo 60 anni.
Non solo non ne è finita così, come le cronache di guerra da Gaza raccontano quotidianamente. La generosa concessione rischia adesso di trasformarsi in un boomerang senza precedenti per il Medio Oriente. Allontanando sine die le speranze di pace.

Si scommette sulla caduta di Abu Mazen

Mentre l’Occidente plaude, seppur in colpevole ritardo, alla disponibilità del presidente palestinese Mahmoud Abbas, i suoi cittadini si apprestano a fargli pagare caro il tradimento.  
Tutti i negoziati si incartano da 20 anni su tre punti principali: la parte araba di Gerusalemme come capitale di uno Stato palestinese, il ritorno dei profughi e il mantenimento dei confini stabiliti con la guerra del 1967.
Abu Mazen – il nome di battaglia di Abbas –  era pronto a rinunciare a tutti e tre, accettando persino di ridurre il numero dei rifugiati di ritorno in Israele a soli 5 mila in cinque anni. Un colpo di spugna per cui i palestinesi, all’oscuro delle trattative, potrebbero ora costringerlo a lasciare l’incarico. Oltre a destituirne l’autorità con una nuova escalation di violenza.
IL PARAFULMINE DI GAZA. D’altra parte, Abu Mazen non ha mai avuto vita facile. Chiamato a sostituire nei cuori la figura chiave del padre della patria Arafat, ha dovuto confrontarsi da un lato con il consolidamento di Hamas, il partito islamico che nel 2007 ha preso il controllo di Gaza, dall’altro con pressioni occidentali sempre più insistenti. Mentre la violenza al confine con Israele non accennava a diminuire.
Stretto tra i guerriglieri, l’economia al collasso e la necessità di siglare un accordo di pace quale che fosse, Mazen è diventato il parafulmine del malcontento generale. E la sua autorità non ha fatto che assotigliarsi giorno dopo giorno.
I DUBBI SU EREKAT. Non sembra un caso che il principale indiziato del passaggio dei documenti riservati ad Al Jazeera sia proprio Saeb Erekat, e cioè il mediatore che negli ultimi anni ha mantenuto i rapporti con Washington e Gerusalemme. Erekat, ovviamente, ha negato: sia il contenuto dei negoziati che la propria responsabilità nel renderli noti.
Ma l’ipotesi di un redde rationem all’interno degli stretti confini della Cisgiordania non è peregrina. Fallito Erekat con il buco nell’acqua degli ultimi colloqui di pace, a settembre scorso, il mediatore ha scelto di far fuori Abu Mazen. Lasciando campo libero a Hamas e ai razzi qassam.

Il rifiuto di Israele chiama in causa Teheran

Lo scenario dovrebbe far impallidire il resto del mondo, in primis gli israeliani asserragliati nei palazzi di Gerusalemme. Ma sono stati proprio loro a restituire al mittente le generose offerte dell’autorità palestinese. Mettendo a segno il duplice risultato di coprire Abbas di ridicolo e di svelare inconsapevolmente al mondo quanto poco la soluzione del conflitto realmente stesse loro a cuore.
«Grazie per averci pensato, ma la vostra proposta non asseconda i nostri desideri»: pare che Tzipi Livni, all’epoca ministro degli Esteri di Israele, abbia risposto così all’offerta palestinese di cedere Gerusalemme. Uno studio del centro di ricerca Tami Steinmetz di Tel Aviv, nel settembre scorso, aveva rivelato d’altra parte una verità inquietante: trovare un accordo di pace con i palestinesi era la priorità solo per il 10% degli israeliani. Il restante 90% è più preoccupato dell’economia, dei mercato e del lavoro. Oltre, ovviamente, della minaccia iraniana.
LE CONSEGUENZE NON CALCOLATE. Eppure tra Ramallah e Teheran il legame è molto più saldo di quanto gli israeliani abbiano valutato: non accorgersi di come le cose fossero intimamente collegate potrebbe rivelarsi un errore ferale per la dirigenza.
Ne sono consapevoli i cittadini, che si sono affrettati a riversare le proprie paure su internet: «Adesso Ahamdinejad verrà a liberare Gaza» è stato il commento più diffuso alla notizia.
La minaccia non è nuova e non è certo campata in aria, anche se finora l’Iran non è andata oltre le provocazioni verbali nei confronti di Israele. Ma una nuova escalation di violenza nei Territori, l’indebolimento della leadership palestinese e le turbolenze che si registrano nell’intera regione (leggi lo scenario libanese e quello tunisino) potrebbero dare il colpo di grazia alla situazione.
LA PROPOSTA DI LIEBERMAN. Non è un caso se, con un tempismo quantomeno sospetto, Avigdor Lieberman, il reggente degli Esteri dell’attuale esecutivo di Gerusalemme guidato da Bibi Netanyahu, ha reso nota una propria mappa per la creazione di uno Stato palestinese.
A sorprendere non sono stati tanto i contenuti, che si limitano a fotografare l’attuale situazione: nell’idea di Lieberman gli arabi manterrebbero il controllo di circa la metà della West Bank, ben al di sotto del 90% offerto in precedenza con gli accordi di Oslo – mai entrati in vigore – da Bill Clinton ed Ehud Barak.
La vera novità è che Lieberman è l’esponente più in vista di Yisrael Beiteinu, il più sionista e integralista dei partiti israeliani: quello che non ha mai nemmeno accettato la necessità di uno Stato palestinese.
Oggi Lieberman e i suoi sembrano aver cambiato idea. Forse perché i Palestine paper possono colpire forte tanto a Gaza quanto al di là del muro di protezione eretto per isolarla.