Il Kosovo verso l’Europa

Redazione
12/12/2010

di Giuliano Di Caro «Il voto è un referendum sul buon governo del Kosovo». Così il premier Hashim Thaci, del...

Il Kosovo verso l’Europa

di Giuliano Di Caro

«Il voto è un referendum sul buon governo del Kosovo». Così il premier Hashim Thaci, del Partito democratico del Kosovo (Pdk), ha salutato la vittoria alle elezioni legislative del 12 dicembre, le prime nella storia del Paese dopo la dichiarazione di indipendenza del 2008. Ci attende un «futuro europeo e atlantico», ha affermato l’ex capo guerrigliero, «ora ci aspettiamo legittimamente di entrare nella Nato e nell’Unione Europea perché i cittadini hanno votato per questo».
Stando agli exit poll dell’Istituto demoscopico Gani Bobi, al Pdk del premier Thaci sarebbe andato il 31% dei voti, rispetto al 25% che avrebbe ottenuto l’altro grande partito, la Lega democratica del Kosovo (Ldk) del sindaco di Pristina Isa Mustafa, alleato del Pdk nel governo uscente e politico più popolare del Paese.
Al di là del risultato, il 12 dicembre è stato un giorno storico per il Kosovo, chiamato alle urne per la sua prima votazione parlamentare (leggi la notizia). Elezioni condotte correttamente, hanno rilevato i sette europarlamentari posti a supervisionaere le operazioni ai seggi. Unica macchia, gli scontri scoppiati nella notte nel centro di Pristina fra sostenitori del Pdk e dell’Ldk, per cui è stato necessario l’intervento della polizia. 

Il nodo del riconoscimento internazionale

Il Kosovo si reca alle urne in un momento assai delicato della sua giovanissima vita repubblicana. La scritta “Newborn” a caratteri cubitali, monumento piazzato nel cuore della capitale Pristina dopo la dichiarazione d’indipendenza, è oggi imbrattata di scritte.
L’aspetto progressivamente trasandato dell’immagine simbolo della svolta ben rappresenta il bisogno di dare un seguito allo storico strappo con l’ex invasore e dominatore Serbo, di creare per davvero l’imbastitura di uno Stato sul quale i 2 milioni di kosovari possano contare per costruire il proprio futuro.
I problemi da affrontare immediatamente sono infatti innumerevoli. Primo fra tutti, un tasso di disoccupazione altissimo, attorno al 45%, per giunta ancora più elevato tra i giovani. E di conseguenza, un’economia tra le più fragili d’Europa, anche per via del costante ingresso illegale di merci serbe dai confini nord del Paese, non sottoposte ad alcun tipo di dazio doganale e dunque devastanti per le piccole imprese kosovare.
Infine la questione, attualissima, del riconoscimento internazionale del giovane Stato. Benché la maggior parte degli Stati occidentali abbia accettato il Kosovo, il newborn state ancora non fa parte delle Nazioni Unite. Se da un lato per uscire dai propri confini i kosovari devono chiedere un visto di non facile concessione, dall’altro i rapporti con la vicina Serbia sono all’insegna della tensione perenne.

La minoranza serba e il pericolo di nuovi scontri etnici

Proprio la minoranza serba presente sul territorio kosovaro, non più di 120 mila persone concentrate nel nord del Paese e a Mitrovica, la città divisa in due tra serbi e albanesi, è una delle incognite più grosse sulla roadmap del Kosovo di domani. Non soltanto perché la minoranza potrebbe giocare un ruolo nelle alleanze di governo, ma anche e soprattutto perché questo gruppo etnico si rifiuta strenuamente di riconoscere l’autorità dello Stato in cui abita.
A Mitrovica, roccaforte serba sotto il controllo dei peacekeeperdelle Nazioni Unite, campeggiano ovunque manifesti antielettorali: “No alle elezioni nel falso Stato kosovaro”.
Dietro ai volantini si cela un pericolo enorme. Quello paventato dall’ambasciatore americano in Kosovo, Christopher Dell, come rivelato in un cablogramma di Wikileaks venuto alla luce il 9 dicembre, di un progressiva estremizzazione della minoranza serba, che porterebbe a nuove violenze etniche nel nord del Paese. Un cortocircuito potenzialmente devastante per gli equilibri geopolitici dei Balcani, di cui il Kosovo è ormai una cartina di tornasole. E soprattutto per i loro abitanti.
La tensione nel Paese resta infatti molto alta. Nella notte dell’11 dicembre sono stati esplosi 25 colpi colpi di arma automatica contro la sede di una organizzazione non governativa danese a Zubin Potok, nel Kosovo del Nord. Non ci sono stati feriti ma solo danni materiali all’edificio. Sui muri sono state lasciate scritte di minaccia contro la forza della Nato Kfor, la missione civile Eulex e la polizia kosovara.
Secondo la polizia ad attaccare la ong danese sarebbero stati estremisti serbi contrari alle elezioni legislative. A causa di questo incidente i seggi elettorali di  Zubin Potok sono stati aperti con un paio di ore di ritardo, alle 9 invece che alle 7. Mentre a Prizren, città nel sud del Paese, sono state date alle fiamme tre auto nella nottata. L’ipotesi, in questo caso, è che si tratti di vendette fra partiti locali.