Il Massimo conflitto

Redazione
24/12/2010

di Alessandro Da Rold e Marianna Venturini «L’uomo che ha fatto vincere Berlusconi». Dario Fo ama apostrofare così Massimo D’Alema....

di Alessandro Da Rold e Marianna Venturini

«L’uomo che ha fatto vincere Berlusconi». Dario Fo ama apostrofare così Massimo D’Alema. Il nobel per la letteratura ha avuto sempre un occhio di riguardo per il politici di centrosinistra, dai Ds fino al Partito Democratico.
E in particolare in questi anni si è accanito soprattutto contro ‘Max’, accusato nel bene e nel male di essere stato complice del successo del Cavaliere come delle ripetute sconfitte della sinistra italiana. Del resto, D’Alema è sempre stato più vicino alla real politik, propenso a collaborare sulle riforme con il centodestra più che con la sinistra massimalista di Fausto Bertinotti o Nichi Vendola.
Lo ha scritto anche il direttore di Repubblica Eugenio Scalfari, in un celebre editoriale di inizio settembre. «Massimo D’Alema ha sempre sostenuto che la sinistra e perfino il centrosinistra sono sempre stati in minoranza in Italia. Il nostro è un Paese il cui cuore batte a destra, perciò bisogna praticare l’acrobazia per portare la sinistra al governo». Finora non è ancora successo, se non in alcuni sporadici casi, come quando D’Alema convinse Umberto Bossi a far cadere il primo governo Berlusconi.
IL PATTO DELLE SARDINE. Correva l’anno, 1994. Era il 23 dicembre a casa Bossi a Roma, arrivarono Rocco Buttiglione e Massimo D’Alema: è la vicenda del famoso ‘patto delle sardine’ per un governo di transizione (il Senatur aveva messo in tavola sardine in scatola, pan carrè e lattine di birra). Da quel giorno i rapporti tra il leader leghista e D’Alema sono sempre stati abbastanza buoni.
Come peraltro tra D’Alema e lo stesso Berlusconi. D’altra parte, secondo alcuni sono stati due ‘nemici’ inseparabili. Dopo il cable di Wikileaks sulla magistratura ancora di più. In un dispaccio del 3 luglio 2008 reso noto il 24 dicembre, l’ambasciatore americaono, Ronald Spogli, ha scritto: «Sebbene la magistratura sia tradizionalmente considerata orientata a sinistra, l’ex premier ed ex ministro degli Esteri D’Alema ha detto che la magistratura è la più grande minaccia allo Stato». Pronta smentita («Sono stato frainteso») e qualche nervosismo avranno funestato la sua vigilia di Natale.
Anche D’Alema, come il Cavaliere, si è spesso lamentato dei giornali. Celebre fu una sua querela nei confronti di Giorgio Forattini che lo aveva disegnato mentre sbianchettava la lista Mitrokin. E ancora più nota la definizione che diede dei giornalsti: «Iene dattilografe».
Insomma, tra le maglie della sinistra, c’è che chi sostiene che D’Alema sia stato l’alleato principale di Silvio Berlusconi; dalla (fallita) Bicamerale alla (fallita) scalata alle vette della diplomazia europea, «i due nemici inseparabili, di fallimento in fallimento, hanno lasciato dietro di se’ solo macerie», scriveva nel 2009 un militante che aveva deciso di strappare la tessera del Pd.
L’ASSE CON FINI. Ora il suo lavoro è tutto concentrato sul Terzo polo. Fu lui, all’indomani della svolta di Gianfranco Fini a Mirabello il 5 settembre, a sostenere che il Pd avrebbe dovuto presentare subito un progetto di riforme istituzionali. «L’emergenza è adesso», disse D’Alema, «ci vorrebbe un costituente democratica» e se il Pd avesse già pronto un piano potrebbe «trovare interlocutori a tutto campo», a cominciare da Fini e Casini.
Bersani l’ha appoggiato negli ultimi tempi, ma la sua unica grande sponda centrista sembra essere rimasto Enrico Letta, da sempre in buoni rapporti con l’area centristra, particolare sostenitore della discesa in campo di Luca Cordero di Montezemolo. Persona su cui l’ex ministro degli Esteri ha sempre avuto più di un dubbio. Come per dire: uno di sinistra con aspirazioni a destra c’è già e sono io.

Il rapporto conflittuale con i compagni di partito

«Io ci sono, non per protervia ma perché ci sono. Punto e basta. E con questo potete fare i conti». Massimo D’Alema lo disse nel 2001 e ancora oggi questa frase descrive senza sbavature il suo profilo politico. È l’uomo prodotto dalla fabbrica di leadership del Pci e con lui prima o poi tutti gli esponenti di sinistra hanno dovuto fare i conti.
Sorretto dalla granitica visione nella coerenza della storia e nelle virtù della tattica politica, come ha scritto Andrea Roma in Compagni di scuola,  D’Alema ha attraversato la Prima e la Seconda Repubblica alternando fasi di successo ad altre di oblio.
LA DEFENESTRAZIONE DI OCCHETTO L’uomo della svolta della Bolognina, Achille Occhetto, sconfitto da Berlusconi nel 1994, si dimise dalla guida del partito e disse: «Un deputato di Gallipoli venne da me e mi disse: ‘Achille, sei tecnicamente obsoleto’». La colpa capitale per colui che aveva traformato il Partito comunista italiano nei Democratici di sinistra era stata l’aver fallito con la sua “gioiosa macchina da guerra” politica, la colalizione messa in piedi per sconfiggere il Cavaliere, appena sceso in politica, che invece aveva travolto i Ds.
Così l’allora delfino contestato 45enne passò da «semplice deputato di Gallipoli», il suo collegio elettorale pugliese, a essere il secondo segretario del Pds, il partito della Quercia. Con la fama di duro, razionale, quasi metallico leader orgoglioso del suo cammino all’ interno del partito, D’Alema ha incarnato anche nello scontro con il suo diretto superiore una cartesiana capacità politica e l’immagine dell’ uomo d’apparato nella migliore tradizione, capace di grandi passioni e sconfinati odii.
AMORE-ODIO CON VELTRONI Memorabile il testa a testa tra  D’Alema e Walter Veltroni per la segreteria dei Ds dopo le dimissioni di Occhetto. Settimane di dibattito nelle sezioni, una corsa che portò D’Alema alla segreteria per 246 voti a 173.
Per un lustro, dal 1995 al 2000, sono stati loro a dividersi gli incarichi tra governo e partito. Se uno era Palazzo Chigi, l’altro occupava il piano nobile di Botteghe Oscure, nella stanza che negli anni era stata di Togliatti e Berlinguer. Liberatisi dell’ ingombrante padre Achille, trasformarono lo scontro politico per la guida del principale partito della sinistra quasi in romanzo familiare.
D’Alema è sempre stato più duro, legato a una idea della politica da Vecchio continente europeo, mentre Veltroni era il movimentista, aperto e gioviale, kennediano e clintoniano.
Non basta delinearne il carattere per capire la storica rivalità. Perfino il loro passato politico, per quanto accomunato dalla storia, differisce. D’Alema l’ha riassunto così: «Io sono partito con la valigia di cartone per la Puglia, Walter, invece, è cresciuto per vent’ anni dentro Botteghe Oscure. Io per due».
Avversari politici un po’ alla Coppi e Bartali, alla Pavarotti e Domingo, non hanno avuto il potere di tenere col fiato sospeso la Nazione, ma hanno almeno distolto da certa fissità un centrosinistra altrimenti destinato all’immobilità perenne.

Il braccio di ferro con Cofferati e Vendola

Un altro rapporto al vetriolo è quello che l’ex ministro degli Esteri aveva instaurato con il segretario della Cigl, Sergio Cofferati. I due non si sono mai amati e lo hanno dimostrato in ogni occasione.
D’ Alema voleva allontanare il rischio scissione e auspicava un partito unito e senza correnti. In particolare, aveva ammonito Cofferati a «non trasformare la Cgil in una corrente dei Ds», il sindacalista aveva risposto con uguale durezza: «Il presidente del mio partito non passa giorno senza ripetere che la Cgil deve stare fuori dai Ds. Questa polemica ha l’ obbiettivo di farmi stare zitto, ma ottiene l’ effetto opposto, quello di farmi vincere la mia naturale propensione a parlare poco».
Il 29 maggio 2002 D’Alema e Cofferati si incontrarono nella sede della Cgil e nella Quercia per decidere sul futuro politico del sindacalista. Quattro mesi dopo, alla manifestazione contro la modifica dell’articolo 18 aderirono anche i Ds. Tutti tranne un grande assente: D’Alema.
Poi, con l’uscita di scena lenta e inesorabile di Cofferati, prima sindaco di Bologna poi ritirato
L’ABBAGLIO DI NICHI L’ultimo rapporto conflittuale ha visto contrapposti D’Alema e il governatore della Puglia, NichiVendola. Lo sconfitto delle primarie del centrosinistra nel 2005  e nel 2010 nella regione è stato proprio D’Alema. Il suo coinvolgimento diretto nella campagna di Boccia e il suo legame ombelicale con le vicende pugliesi non gli hanno dato la giusta prospettiva: il realista politico per definizione ha commesso l’errore capitale di sottovalutato la reale forza di Vendola, del suo consenso e dei legami generati nella regione.
L’ex leader della Fgci di Berlinguer non è riuscito a mettere a fuoco la portata del fenomeno Vendola e si è trovato fagocitato. Adesso ai due leader non resta altro che punzecchiarsi a distanza, l’uno forte del apparato che lo ha sempre sostenuto negli anni, l’altro convinto che conti di più il coinvolgimento della gente.

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