Il mio amico Julian

Redazione
15/12/2010

di Alessandro Carlini Julian Assange è una figura avvolta nel mistero, quasi fosse una creatura mitica, a metà tra il...

Il mio amico Julian

di Alessandro Carlini

Julian Assange è una figura avvolta nel mistero, quasi fosse una creatura mitica, a metà tra il cinematografico, il messianico e il fuorilegge. A seconda dei punti di vista. Del fondatore di Wikileaks, dipinto come paranoico e oscuro, non si conoscono certo i comportamenti quotidiani, i modi di fare e il carattere. Almeno, non si conoscevano. Perché finalmente è emerso il ritratto di un Assange privato, “umano”.
Ad aver raccontato la sfera privata dell’hacker-giornalista per il quotidiano Independent il 15 dicembre, è stato Vaughan Smith, l’ex capitano dell’esercito di Sua Maestà e inviato sui fronti di guerra più caldi. Nelle scorse settimane è stato lui, con altri amici, a ospitare Assange mentre si preparava alla sua lotta con la giustizia inglese. E Mr Wiki, se uscirà di prigione sotto il regime degli arresti domiciliari, tornerà a vivere proprio nell’abitazione di Vaughan (leggi l’articolo sulla sentenza di libertà vigiliata su cauzione).

«Un uomo che stupisce con un sorriso»

Di Assange si è scritto che non ride mai, che è un tipo schivo, indifferente a quello che gli succede attorno, un freddo calcolatore che sembra privo di emozioni, una sorta di Machiavelli dell’era di Internet. In realtà. non è così come ha raccontato Smith ricordando le ore concitate che hanno preceduto la consegna di Assange alla polizia britannica.
Assange la sera prima dell’arresto, il 6 dicembre, stava parlando via Skype col suo avvocato londinese, Mark Stephens, quello che ha fatto da tramite con le autorità del Regno Unito e che ha trattato le condizioni migliori per la resa. Immobile e nella penombra, Julian muoveva in modo ritmato il piede, «cosa che fa sempre quando è concentrato».
Al suo fianco c’era un’amica, Sue, per rassicurarlo in quel difficile momento. «Mi avvicinai in silenzio», ha detto Smith, «col timore di disturbarlo. Ma Julian invece di ignorarmi, mi ricambiò con un sorriso». «Questa è una delle sue caratteristiche più belle», ha scritto, «spesso è tutto concentrato sul suo computer e potresti presentarti con un vestito da clown e lui non se ne accorgerebbe. Poi, quando meno te lo aspetti, in un momento in cui nessun altro lo farebbe, ti sorride».

Un incorreggibile ritardatario

Assange, come è emerso dal racconto di Vaughan, non pensò neanche per un momento di non presentarsi alle autorità del Regno Unito. Mentre Sue e gli altri lavoravano al comunicato stampa ufficiale, lo stesso Vaughan aveva preparato la sua telecamera per filmare il momento. Ma non se ne fece nulla. Nonostante venga accusato di essere nel pieno di un delirio di onnipotenza, l’hacker ha preferito mantenere un profilo basso ed evitare messaggi video.
La riscostruzione di Smith ha toccato l’alba della consegna: «L’appuntamento era fissato per le 9, in una stazione di polizia di Londra. La prima tappa era a casa dell’avvocato Stephens, lì avremmo atteso da Scotland Yard il nome del commissariato scelto per l’incontro».
Mentre salivano in auto, Sue e gli altri cercavano di fare battute, scherzando sulla mancanza di puntualità di Assange. «Arrivi in ritardo per tutto!», gli dicevano ridendo. Ma si vedeva che Sue tratteneva le lacrime a stento. Era l’inizio di una lunga giornata.

«Julian è modesto, simpatico e ossessivo»

Dopo aver parlato con Stephens, la macchina percorse gli ultimi chilometri verso la stazione di polizia. Lungo il tragitto Assange, ha rivelato Smith, teneva il computer sulle ginocchia, fino a quando a un certo punto il pc andò in stand by. Allora il giornalista-hacker lo chiuse senza riaccenderlo più.
Una volta superato il grande cancello blu, l’ex militare avvertì di essere entrato in un territorio ostile. «Ho visto molte stazioni di polizia e prigioni ma non mi sono mai sentito così a disagio», ha scritto.
Un gruppo di agenti circondò l’auto e appena sceso lessero ad Assange i quattro capi d’imputazione della giustizia svedese. L’accusato ascoltava immobile e imperturbabile. Poi è avvenuta la consegna alle autorità britanniche.
Come ha scritto Vaughan: «Julian è diverso dalla maggior parte di noi, è acuto e ossessivo, ma è anche simpatico e modesto. Ha intrapreso qualcosa di dirompente ma inevitabile, una conseguenza delle comunicazioni moderne che non può essere fermata». E ha concluso: «Non lo abbandonerò mai».