Il mio nome è Mikko

Redazione
09/12/2010

  di Roberto Carminati Con quella faccia un po’ così e i capelli biondi lungi e lisci raccolti in una...

Il mio nome è Mikko

 

di Roberto Carminati

Con quella faccia un po’ così e i capelli biondi lungi e lisci raccolti in una coda di cavallo somiglia più a una star del movimento grunge che andava per la maggiore all’epoca dei suoi vent’anni.
La maglietta rossa dell’Atari con cui compare in alcuni popolarissimi video dimostrativi su YouTube lascia invece trasparire qualcosa delle sue grandi passioni: «Colleziono videogiochi d’epoca perché tuttora li considero i più belli e i più emozionanti. Non hanno paragone», dice a Lettera43.it Mikko Hyppoenen, 41 anni, guru della lotta internazionale al terrorismo informatico e ai virus.
Corteggiato da organizzazioni governative più o meno segrete e da riviste patinate comeVanity Fair, il finlandese conserva invece della popstar alcune piccole manie. Prima fra tutte, la strenua difesa di quanto gli resta della sua privacy: «Vivo in un’isola praticamente deserta al largo di Helsinki» dice «dove mi circondano solo i miei familiari e i branchi di alci. Probabile che questo abbia a che fare col mio lavoro. Mi fa sentire sicuro, protetto, anche se la ragione principale è l’amore per la natura».
Il Van Helsing dei virus, che secondo gli agiografi conserva il primo codice software maligno mai comparso al mondo, dal 1991 dirige i laboratori della finlandese F-Secure. E oltre ad aver tracciato per primo il virus Sasser, che nel 2005 infiniti lutti addusse agli informatici di tutto il mondo, ha visto cose che noi umani non ci possiamo nemmeno immaginare. Per esempio, ha visto (online) anche Julian Assange.
«Vive fra noi, non è uno spauracchio inventato dalla stampa e dai servizi per creare turbolenze» dice Hyppoenen «e la sua opera ha un lato positivo e un altro discutibile. È positiva la sua creazione di software di cifratura a favore dei dissidenti, anche in Cina, ma Wikileaks è un affare complesso».
Il guru dell’antivirus afferma la legalità del fenomeno Wiki e punta l’indice sulle falle dei sistemi di protezione dei dati presenti anche ad altissimi livelli. Mentre il soldato Manning copia i suoi leak su cd di Lady Gaga in una base militare, in un’altra prolifera il codice maligno Stuxnet grazie all’uso incauto di una chiavetta USB. «Il punto» dice Hyppoenen «è che mentre di Wikileaks dovrebbero preoccuparsi solo aziende e organizzazioni che nascondono qualche illecito, nessuno può dirsi al sicuro da attacchi di hacking, che colpiscono soprattutto le piccole aziende e ne rubano dati critici».
Ma se già questo tipo di battaglie sono molto difficili da vincere, peggio ancora è quando i pirati sono ospitati o favoriti dai governi nazionali: «Alcuni bombardamenti di e-mail mirate a causare blocchi del traffico Internet presso enti strategici», dice, «provengono con ogni probabilità dalla Cina e dalle sue istituzioni, mentre altrove il cyber crimine intreccia legami con la criminalità comune».
È il caso dell’Ucraina, dove in primavera un fornitore di connettività che ospitava siti dediti alle truffe bancarie (phishing) è stato costretto a bloccare almeno una ventina di suoi clienti. «Già, ma dopo due settimane gli edifici del provider stesso sono stati dati alle fiamme. Banale coincidenza?». Il pericolo è il suo mestiere. Altro che grunge.