Il Nobel made in China fa flop

Redazione
09/12/2010

di Alessandro Carlini Doveva essere la risposta cinese al premio Nobel per la Pace, che verrà virtualmente consegnato il 10...

Il Nobel made in China fa flop

di Alessandro Carlini

Doveva essere la risposta cinese al premio Nobel per la Pace, che verrà virtualmente consegnato il 10 dicembre al dissidente Liu Xiaobo, rinchiuso in un carcere dalle autorità di Pechino. Ma il premio Confucio per la Pace, messo in piedi da una sconosciuta organizzazione non governativa, con tanto di patrocinio del ministero della Cultura cinese, si è rivelato come un evento grottesco, caotico e mal organizzato che non può che attirare nuove critiche contro Pechino e la sua politica di repressione.
Il giudizio dei media occidentali è stato unanime: si è trattato di una messa in scena. A partire dal modo in cui si è svolta la consegna del premio, come ha spiegato la Cnn, che doveva andare all’ex vicepresidente di Taiwan, Lien Chan, che naturalmente non si è presentato all’appuntamento. Tanto che un portavoce dell’ufficio di Lien Chan a Taipei aveva detto di «sapere chi è Confucio» ma di «non sapere nulla della manifestazione».
La giuria lo aveva scelto per quello che l’attuale presidente onorario del partito Kuonmintang aveva fatto per la riunificazione di Taiwan e Cina. Al suo posto, sul palco della premiazione pechinese, si è presentata una bambina di sei anni, lunga coda di cavallo e occhi sbarrati, che con fare estremamente impaurito ha ricevuto al posto di Chan un trofeo in cristallo e una mazzetta di banconote, per un totale di 100 mila yuan, pari a poco più di 11 mila euro. Secondo gli organizzatori, la ragazza era lì a rappresentare «la pace nel mondo» precisando che il premio in denaro sarà sì donato, ma non è stato chiarito a favore di chi o di che cosa.

Mistero fitto intorno al premio

Altrettanto impreparati i solerti accademici cinesi sono sembrati quando i giornalisti hanno chiesto loro della quantomeno curiosa concomitanza tra il premio Confucio e Nobel per la Pace: «Ci stavamo lavorando da molto tempo», si sono limitati a borbottare frettolosamente.
Tra gli stessi organizzatori sedeva anche uno dei candidati sconfitti, il poeta Qiao Damo, il quale ha troncato ogni ulteriore tentativo di approfondire la questione sostenendo che il comportamento tenuto dal vicepresidente taiwanese costituiva di per sé un «tacito consenso» a essere premiato.
In realtà, il sospetto (forse qualcosa in più) è che il governo cinese abbia messo in piedi questa manifestazione per cercare di spostare l’attenzione rispetto a quello che succederà, a Oslo, quando il premio Nobel per la Pace (quello vero) verrà consegnato a una poltrona vuota, sulla quale sarà stata messa una fotografia dell’attivista in carcere.
Il quotidiano cinese Global Times, si è limitato a ribadire che dietro questa iniziativa non ci sono le autorità ma «un’organizzazione non governativa».
Gli altri pretendenti al Confucio erano oltre il poeta cinese Qiao Damo, il presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen, l’ex presidente sudafricano Nelson Mandela, il fondatore della Microsoft, Bill Gates, e il Panchen Lama, il numero due della gerarchia del buddhismo tibetano che è stato scelto dal governo di Pechino.

Pechino, il 10 dicembre scatta l’allarme

Sempre Global Times ha ribadito alla vigilia della premiazione che l’assegnazione del Nobel al dissidente Liu Xiaobo (leggi le critiche di Pechino) è solo il frutto di un «complotto dell’Occidente per danneggiare la Cina».
Secondo il Times di Londra, invece, la polizia ha ordinato ai gestori dei ristoranti della capitale di non accettare prenotazioni per più di sei persone per il 10 dicembre, per evitare che ci siano tavolate di festeggiamento dopo la cerimonia di Oslo.
Inoltre, i siti web di alcuni mezzi d’ informazione internazionale, tra cui le reti televisive Cnn e Bbc, sono irragiungibili dalla Cina dal pomeriggio del 9 dicembre (leggi la notizia).  Dal canto suo, il presidente del Comitato per il Nobel Thorbjoern Jagland ha risposto chiarendo che il premio a Liu «non è contro la Cina» e che «al grande progresso economico» del Paese dovrebbe corrispondere un «eguale progresso nelle riforme politiche».