Chi era Fra Dolcino, l’eretico de Il Nome della Rosa

11 Marzo 2019 19.00
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Nel Nome della rosa cinematografico del 1986 Fra Dolcino era un personaggio su uno sfondo lontano: l’eretico ribelle tra la cui fila Remigio e Salvatore avevano militato tanti anni prima. Nel Nome della rosa televisivo che sta andando in onda in questi giorni il retroscena della disperata guerriglia di Fra Dolcino, interpretato da Alessio Boni, è mostrato in dettaglio: compresa la figura di Margherita da Trento, bellissima e battagliera compagna di affetti, di predicazione e di rivolta. Dario Fo di Dolcino e Margherita si occupò in dettaglio, presentandoli come antesignani di una rivoluzione sociale, prima ancora che di una Teologia della Liberazione ante litteram.

Curiosamente, è Maometto che nella Divina Commedia annuncia a Dante che Dolcino finirà presto in sua compagnia all’Inferno, tra i seminatori di scismi e discordie. «Or di' a fra Dolcin dunque che s'armi,/ tu che forse vedra' il sole in breve,/ s'ello non vuol qui tosto seguitarmi,/ sì di vivanda, che stretta di neve/ non rechi la vittoria al Noarese,/ ch'altrimenti acquistar non saria leve» si legge nell'Inferno, Canto XXVIII (versi 55-60). Il viaggio nell’Oltretomba avviene infatti suppostamente nel 1300, mentre Dolcino e Margherita verranno arsi sul rogo a Vercelli il primo giugno 1307.

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Nato a Prato Sesia nell’attuale provincia di Novara attorno al 1250, Dolcino era figlio di un prete secondo quell’Anonimo Sincrono che è considerato fra le fonti più attendibili della vicenda: «Uomo del tutto sconosciuto, eretico della maggior specie, giunse all’improvviso e inaspettatamente con alcuni suoi complici da regioni lontane nella diocesi di Vercelli nell’anno del Signore 1303». Tra queste «regioni lontane» c’era stata appunto il Trentino, dove aveva conosciuto Margherita. Una testimonianza registrata nei verbali dell’Inquisizione lo descrive però in principio come «un brav’uomo che diceva belle parole». Un predicatore che sosteneva la necessità che la Chiesa si spogliasse delle proprie ricchezze per tornare alla povertà del Cristo, come avevano fatto in realtà tanti altri: alcuni diventati eretici, come Pietro Valdo; ma qualcuno anche riconosciuto poi come santo come Francesco d’Assisi.

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DALLA PREDICAZIONE ALLA RIVOLUZIONE

La differenza fu che a un certo punto alla predicazione Dolcino iniziò ad aggiungere un’azione sempre più violenta. Divenne insomma un rivoluzionario, che si autofinanziava con rapine e saccheggi, e che a un certo punto fondò pure una sorta di repubblica socialista sulla Parete Calva in Valsesia. Un monte simile di aspetto a una fortezza naturale, in cui 1400 suoi seguaci si raccolsero, costruendo numerosi rifugi e case.

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IL FRATE ERETICO E L'IMMAGINARIO SOCIALISTA

Azzeccata dal punto di vista militare, la scelta fu però pessima dal punto di vista politico, perché facendo il contrario di quanto avrebbe predicato Dolcino si isolò dalla popolazione. In seguito questa svolta militarista si accentuò quando la sua banda si spostò sulle montagne del Biellese, dedicandosi sempre di più al saccheggio anche ai danni di chi avrebbe potuto essere attratto dal suo messaggio. Comunque fu solo il 23 marzo del 1307 che la Crociata armata contro di lui riuscì finalmente a sconfiggerlo e catturarlo. La fine, tra terribili supplizi, sarebbe arrivata in capo a altri due mesi e mezzo. Sconfitto in campo, però Dolcino passò alla leggenda. Unico eretico ricordato da Dante, poi accostato dalla polemica cattolica ai giacobini, a fine 800 venne definitivamente annesso all’immaginario del movimento socialista come una sorte di precursore. E da lì è appunto finito nelle pagine di Umberto Eco.

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