Il nuovo (dis)Ordine del mondo

Redazione
25/12/2010

  Da Berlino Pierluigi Mennitti Fine d’anno è sempre tempo di bilanci. Se poi la fine coincide con quella di...

Il nuovo (dis)Ordine del mondo

 

Da Berlino

Pierluigi Mennitti

Fine d’anno è sempre tempo di bilanci. Se poi la fine coincide
con quella di un intero decennio, le analisi si fanno più
approfondite e riescono a focalizzare anche i cambiamenti di
lungo periodo. I primi 10 anni del Ventunesimo secolo possono
essere considerati un vero e proprio momento di svolta mondiale:
le novità sono già tutte visibili e destinate ad accelerarsi e
completarsi nel futuro prossimo. Quello che ci attende, e che in
parte già viviamo, è un mondo diverso da quello che
conoscevamo.
L’atlante del nuovo ordine mondiale, proposto dalla

Frankfurter Allgemeine Zeitung
ai suoi lettori
nell’edizione online (le edizioni cartacee osservano in
Germania la doppia pausa natalizia), descrive questo smottamento
tettonico che sta coinvolgendo la geopolitica del pianeta. «Il
boom economico dei paesi in via di sviluppo, unito alla loro
crescita demografica, sta cambiando la faccia del mondo», scrive
Holger Steizner «ma l’aumento della popolazione mondiale,
destinata presto a raggiungere i 9 miliardi di abitanti, conosce
due eccezioni: l’Europa e il Giappone».

Il “Vecchio” Continente: di nome e di
fatto

Il Vecchio Continente, in particolare, perderà nei prossimi 40
anni 50 milioni di abitanti, trasformandosi in una sorta di
laboratorio dell’addio al principio della crescita sinora
seguito. Non si tratterà più di conquistare con più persone
una maggiore produttività economica, ma di mantenere la stessa
con meno uomini per garantire un benessere stabile. Una
ristrutturazione anche culturale, che avrà grande influenza
sulle strategie e sui modelli di business delle
imprese. 
I PAESI IN VIA DI SVILUPPO. A livello globale è
invece già iniziato il processo di redistribuzione del potere.
La crisi finanziaria del passato biennio ha trasferito ampie
fette di potere verso i Paesi in via di sviluppo. In quelli
industriali la crisi, per lungo tempo nascosta dietro il generoso
finanziamento di prestiti delle banche, ha svelato debolezze
strutturali: alti debiti pubblici, sistemi sociali non più
sostenibili e società sempre più anziane limitano nel lungo
periodo il potenziale di crescita negli Stati Uniti, in Giappone
e in Europa. «Venti anni dopo la caduta della cortina di ferro
fra est e ovest» prosegue la Frankfurter nella sua analisi,
«anni in cui l’economia di mercato e la globalizzazione hanno
portato miliardi di persone a sperimentare un rapido e
straordinario sviluppo economico, i paesi industriali temono ora
una diminuzione del loro benessere».
LA BATTUTA D’ARRESTO
DELL’OCCIDENTE. 
Le democrazie occidentali, in
particolare, appaiono insicure e prive di senso di orientamento.
In tal senso, la crisi finanziaria di fine decennio è stata una
vera e propria cesura, determinata dalla mancanza di
responsabilità nella gestione dei conti pubblici: questi stessi
paesi continuano in larga parte a patirne le conseguenze.
Rispetto a crisi analoghe succedutesi dal secondo dopoguerra,
oggi appare impossibile per i nostri paesi continuare a
rivendicare il ruolo di leadership globale. Nuove potenze bussano
alla porta della stanza dei bottoni, la riforma del Fondo
monetario internazionale prevede già l’ascesa, accanto ai
tradizionali Stati del G7, dei cosiddetti paesi Bric, Brasile,
Russia, India e Cina. Altre economie giovani si fanno avanti,
come Indonesia e Turchia.
L’ECONOMIA CINESE. La Cina, in
particolare, sembra destinata a rafforzare il suo polo di
contrappeso agli gli Stati Uniti. Aumenta la propria influenza in
continenti come Africa e Sud America, penetrando dunque anche nel
tradizionale giardino di casa degli statunitensi, acquista
aziende in Europa, recupera il ruolo di potenza mondiale perduto
nell’era coloniale, si impone con il suo sistema misto di
comunismo e capitalismo come modello alternativo. L’occidente
resta a guardare, mentre in maniera strisciante abbandona il
mantra del libero commercio in libero mercato che ne ha decretato
a lungo il successo. «Lo Stato aumenta l’influenza
nell’economia, sempre di più si incrociano concetti dal sapore
protezionistico come guerra delle valute o svalutazioni
competitive. Il sistema cinese entra in competizione con il
capitalismo finanziario americano e le economie sociali di
mercato d’Europa e Giappone».
IL POTERE DELL’ORO NERO. E poi c’è il
polo petrolifero dei Paesi medio-orientali. Chi gestisce le
riserve energetiche di quell’area, acquista maggiore influenza
nel mondo. Già oggi, l’Arabia Saudita spedisce la maggior
parte della propria produzione in Asia. Presto, potrebbe accadere
la stessa cosa con l’Irak, una volta che il Paese sarà guarito
dalle ferite del dopoguerra. «Alla fine di questo decennio –
conclude la Frankfurter – i fondi statali di Cina,
Russia e degli Stati petroliferi del Medio Oriente hanno
investito nel mondo 3 bilioni di dollari e muovono più denaro di
tutti gli Hedge-Fonds messi assieme». Una cosa però
pare certa: il mondo multipolare che si sta formando, non sarà
necessariamente migliore di quello unipolare che ci siamo appena
lasciati alle spalle. Almeno per noi.