Il parà a capo della Rai

Gabriella Colarusso
20/10/2010

Masi pensa a Fazio e Santoro. E il bilancio sprofonda.

Il parà a capo della Rai

Nessuno fino ad oggi, neppure il presidente della Camera, Gianfranco Fini, che l’ha caldeggiata in diretta tv da Santoro, ha fornito ragioni migliori per la privatizzazione della Rai del suo direttore generale, Mauro Masi.
Fu Masi, senza volerlo, a spiegare perché l’unica speranza per sottrarre l’azienda pubblica alla furia lottizzatrice dei partiti è venderla ai privati: «non funziona così neanche nello Zimbabwe», disse un anno fa, commentando (intercettato) le pressioni di Berlusconi per far chiudere Annozero, Ballarò, Parla Con Me.
Qualche giorno fa il dg ha inaugurato i palinsesti autunnali con uno dei suoi tormentoni: ha inflitto a Santoro dieci giorni di sospensione per avergli detto in diretta tv “Vaffan…bicchiere”. Risultato: Santoro ha battuto se stesso, con il 23% di share. Ma l’ultimo colpo di genio, il manager ex parà (Masi è stato carabiniere del battaglione Tuscania, pluridecorato) l’ha avuto due giorni fa, polemizzando con la trasmissione Vieni Via Con Me, di Roberto Saviano e Fabio Fazio, che dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) andare in onda a novembre su Rai Tre.
I due giornalisti hanno denunciato un tentativo di sabotaggio da parte della dirigenza Rai che non ha ancora firmato i contratti degli ospiti. Masi si è difeso sostenendo che i cachè chiesti, soprattutto quello di Roberto Benigni, erano troppo alti. Benigni ha fatto sapere che lui da Fazio ci andrebbe anche gratis…
 

I conti in rosso e la caccia alle streghe

Questione di soldi dunque. Eppure, il manager così sensibile ai problemi economici dell’azienda, nel suo anno e mezzo di gestione, non ha propriamente contribuito a risollevare i conti della Rai. Fatto strano, visto che, prima di entrare in politica come collaboratore di Lamberto Dini, e di barcamenarsi per oltre dieci anni tra governi di destra e di sinistra, uscendone sempre illeso, Masi si è occupato a lungo di economia: ha lavorato per 12 anni alla Banca d’Italia ed ha persino risanato il bilancio della Siae.
Dal giorno in cui ha messo piede al settimo piano di Viale Mazzini, il 2 aprile dell’anno scorso, però, il direttore sembra aver perso le sue qualità di manager. Il bilancio 2009 della Rai si è chiuso con un rosso di 61,8 milioni di euro. Quello del 2010 si annuncia ancora più negativo: potrebbe toccare i 116 milioni di euro. Un altro anno così e la Rai potrebbe essere vicina al commissariamento o alla cassa integrazione. Nello stesso anno, la Sipra, la concessionaria che raccoglie la pubblicità per la Rai, ha perso il 16,6% mentre la concorrente Publitalia che lavora per Mediaset “solo” l’8%.
Problemi non da poco, e non editoriali. Eppure il dg si spende senza sosta in direttive che «rischiano di imbavagliare i programmi di approfondimento informativo» (parole del consigliere Nino Rizzo Nervo) come quella emanata a settembre 2010 che di fatto estende il regime della par condicio a tutto l’anno solare, imponendo il contraddittorio sempre e a tutti i programmi, e vietando gli applausi. Una solerzia che sarebbe bello vedere anche nel risanamento dei conti di Viale Mazzini.
Invece il management dell’azienda si dice preoccupato per la sorte economica della società, perché il nuovo piano industriale stenta ad entrare in vigore, tanto che lo stesso direttore generale ha dovuto convocare una riunione, il 21 ottobre, per rassicurare i suoi dirigenti. Insomma, nelle scelte dell’ultimo anno Masi non ha dato prove da grande economista. In primis, sul vuoto ai vertici della Sipra: la concessionaria di pubblicità è rimasta senza amministratore delegato per ben 8 mesi, mentre subiva perdite a due cifre (16%). Poi sulla vicenda Sky.

Il clamoroso autogol con Sky

L’abbandono della piattaforma di Rupert Murdoch è costato alla Rai 52 milioni. Una mossa che Luigi Crespi, sondaggista di Berlusconi, sul suo blog ha commentato così: «che la Rai dovesse uscire dalla piattaforma Sky era un dato inevitabile in previsione della nascita del digitale terrestre, incompatibile con quella situazione. Tra l’altro la decisione in azienda era già stata presa. Masi ponendo la questione a Sky sul profilo economico, cioè chiedendo 50 milioni in più per lasciare i programmi Rai sulla loro piattaforma, ha negato il valore strategico dell’iniziativa sul digitale ed avanzando una richiesta che la controparte non poteva accettare ha consentito al diffondersi dell’idea che quella decisione fosse inquinata dal conflitto di interessi di Berlusconi, cosa che in questo caso mi sembra assolutamente marginale». Insomma un autogol.
Poi ci sono i 4 milioni di spot persi nello scorso aprile perché il direttore generale fece chiudere tutti i talk show politici durante la campagna elettorale, con una decisione degna di un paese liberale.
C’è stato, è vero, anche un taglio ai costi, circa 100 milioni, ma non abbastanza per evitare che i conti del 2010 chiudano in rosso. D’altra parte, è stato lo stesso Masi, alla fine del 2009, a scrivere in una lettera riservata a Giulio Tremonti, ministro dell’Economia, Claudio Scajola, ex ministro dello Sviluppo e Corrado Calabrò, presidente dell’autorità per le Comunicazioni: «Senza interventi sul canone lo squilibrio economico sarà tale da compromettere in tempi brevi la continuità aziendale».
Anche sul piano editoriale, il Masi pensiero non ha brillato per innovazione ne per “furbizia”. Esemplare il caso Ruffini. Masi voleva spedire l’ex direttore di Rai3 alla direzione dei canali digitali. Ipotesi possibile, perché l’incarico non era una demansionamento. Ma, dice Crespi, «Masi, il furbetto, ha dato la delega per i canali digitali al vice-direttore Antonio Marano e poi ha provveduto a nominare i direttori delle reti sotto, Rai4 ecc.. È chiaro quindi che Marano stava consegnando una scatola vuota a Ruffini, non rendendo possibile un passaggio che sarebbe stato al quel punto sostenibile solo da una causa del lavoro. Il risultato è sotto gli occhi di tutti». Il giudice del lavoro del Tribunale di Roma ha disposto che Ruffini fosse reintegrato alla direzione di Rai3.
Il direttore generale della Rai, però, è riuscito laddove nessuno era mai arrivato: portare i manager delle tre reti, notoriamente divise per appartenenza politica, a firmare una comune lettera di protesta. Mauro Mazza di Raiuno, Massimo Liofredi di Raidue e Paolo Ruffini di Raitre, qualche giorno fa hanno scritto: «Il comitato editoriale non si riunisce da mesi, non conosciamo i palinsesti e non partecipiamo ai progetti. Siamo costretti ad apprendere le sue decisioni all’ultimo momento, rivendichiamo l’autonomia che ci viene negata. Non facciamo richieste stratosferiche, ma chiediamo d i riprendere una prassi che viene ignorata da troppo tempo». Un capolavoro.