Il patriarca: «Temo la terza intifada»

Redazione
19/10/2010

di Manuela Borraccino Se falliscono ancora una volta i negoziati, non è escluso il rischio di una Terza Intifada. Che...

Il patriarca: «Temo la terza intifada»

di Manuela Borraccino

Se falliscono ancora una volta i negoziati, non è escluso il rischio di una Terza Intifada. Che sarà una rivolta «spontanea, espressione della stanchezza e della disperazione della gente davanti alle promesse non mantenute da decenni». È l’avvertimento del patriarca emerito di Gerusalemme, il palestinese Michel Sabbah, sulle incertezze che gravano sul processo di pace.
Nato a Nazareth nel 1933, Michel Sabbah era già in seminario a Beit Jala, nell’allora Giordania, quando nel 1948 venne fondato lo Stato di Israele. Per 12 anni non gli fu permesso tornare a casa. Ordinato sacerdote nel 1955, ha insegnato e avviato scuole fino a quando, nel 1987, Giovanni Paolo II lo ha nominato Patriarca latino di Gerusalemme. Primo arabo a ricoprire la carica dai tempi della ricostituzione del Patriarcato, nel 1847, l’arcivescovo che ha perorato senza sosta la causa del suo popolo è stato per anni un inquilino scomodo nel condominio israelo-palestinese.
Anche oggi, in pensione da due anni e nonostante le critiche ricevute per l’eccessiva vicinanza ad Arafat, rimane un pezzo da novanta dell’episcopato del Medio Oriente. Come dimostra il fatto che il Papa lo abbia voluto nella preparazione del Sinodo e che lo abbia nominato membro della Commissione di 12 vescovi incaricata della redazione del Messaggio finale.
D. Ritiene ancora possibile uno Stato palestinese, o le colonie hanno ormai reso impossibile qualsiasi continuità territoriale?
R.
Siamo alla chiamata finale, camminiamo sulla corda: questi sono gli ultimi momenti nei quali è ancora possibile costruire due Stati. Più passa il tempo e più si afferma la soluzione di un unico Stato ebraico dove è in vigore l’apartheid.
D. C’è chi dice che in realtà i tempi per arrivare all’accordo non siano ancora maturi…
R.
Io credo che il tempo non lavori per la pace. Più passa il tempo e peggio è, soprattutto per gli israeliani. Loro contano sulla loro potenza militare, ma non saranno le loro armi a portare la pace: gli israeliani possono continuare a bombardare, a demolire case, a perpetrare le loro rappresaglie, ma non saranno mai liberi e sicuri finché non sarà imboccata la strada della riconciliazione.
D. Se i negoziati fallissero, si parla del rischio di una Terza Intifada. È possibile?
R.
Forse. Se ci sarà, sarà un’Intifada spontanea, espressione della stanchezza e della disperazione della gente davanti alle promesse non mantenute di arrivare a una vita normale. Tutti parlano ma nessuno fa niente: è dunque possibile che la disperazione sfoci in una specie di Intifada.
D. Il conflitto israelo-palestinese è stato evocato in decine di interventi dai Padri sinodali. È ancora la “madre di tutte le guerre” del Medio Oriente?
R.
Senza dubbio. Quasi tutti quelli che hanno parlato hanno ripetuto come il conflitto sia causa di instabilità oggi per tutta la regione e continuerà ad esserlo in futuro. Finché non ci sarà pace a Gerusalemme, respireremo un clima di minaccia, di tensione, di confronto con tutti i vicini. Gli israeliani continuano a dire: vogliamo sicurezza. Ma non ci sarà nessuna sicurezza se Israele non pone fine all’occupazione.
D. Qual è il ruolo della Lega araba nei negoziati?
R.
A me sembra che noi assistiamo alle pressioni da parte della comunità internazionale sui Paesi limitrofi di Israele perché “si mettano in fila”, perché accettino non tanto l’esistenza di Israele ma la sua visione delle cose: le esigenze di sicurezza di Israele, la necessità del riconoscimento, ora anche il carattere ebraico dello Stato. Invece dovrebbe avvenire l’esatto contrario: finché ci sarà l’ostilità, gli israeliani continueranno ad essere i nemici per il mondo arabo. E ciascuno parlerà da nemico. Noi tutti, con i Paesi arabi, diciamo che la sicurezza dipende dalla giustizia che si farà ai palestinesi: finché ci sarà l’occupazione, non ci sarà pace. La pace dipende dal porre fine all’ingiustizia.
D. Non pensa che la questione palestinese sia stata strumentalizzata da alcuni regimi del Medio Oriente per non affrontare le riforme interne?
R.
Ma certo che è stata strumentalizzata! Tutti ne parlano. L’abbiamo visto anche con l’ascesa del terrorismo fondamentalista e, dopo l’11 settembre, con Osama Bin Laden che proclamava di difendere i palestinesi… È assurdo. Anche per questo dobbiamo andare alle radici del problema.
D. E l’Iran, con Ahmadinejad e i suoi proclami antisionisti?
R.
Anche l’Iran, una volta che sarà risolto questa questione, non potrà più dire una sola parola sull’argomento e si adeguerà al processo di riconciliazione di tutta la regione.
D. Come valuta i tentativi della Casa Bianca per rivitalizzare i negoziati?
R.
Io penso che il presidente Barack Obama sia sincero: dal primo giorno dell’insediamento ha cercato di creare le condizioni per arrivare alla pace. Ma poi ha finito per rendersi conto anche lui che persino gli Stati Uniti non possono varcare certi limiti in questa tragedia. Dunque anche Obama non può fare nulla. L’unico che può fare qualcosa è Israele. Israele è la sola a decidere: pace o non pace. Gli israeliani hanno paura di fidarsi. Ma io dico loro: la pace è un rischio da correre.
D. Negli ultimi mesi si è parlato di una parziale rimozione dei check-point nei Territori per facilitare la vita economica. Che effetti ha avuto?
R.
Alcuni sono riusciti a migliorare minimamente la propria situazione economica, ma per la maggior parte dei palestinesi non è così. Vivono sotto l’oppressione diretta dei militari: ci sono operai che si alzano alle 4 del mattino, a Betlemme, per fare la fila ai check-point e percorrere i nove chilometri fino a Gerusalemme. C’è il Muro che rende miserabile la vita per tutti: ci sono studenti che non riescono a raggiungere la scuola o l’università, adulti che non arrivano a lavoro, ci sono famiglie che non possono vivere sotto la stessa casa se uno dei due non ha una carta di identità israeliana. La situazione nei Territori è insostenibile: sono tutti questi elementi a costituire una minaccia per il futuro di tutti, sia israeliani sia palestinesi. Gli israeliani devono capire che finché non renderanno la vita vivibile ai palestinesi, non potranno eliminare questa minaccia.
D. Nel documento “Kairos Palestina” (www.kairospalestine.ps) lei scrive che la tragedia del popolo palestinese è che i leader politici si stanno limitando a gestire il conflitto anziché a lavorare per la sua soluzione. Come è nato questo documento?
R.
Un gruppo di laici cristiani ha voluto fare una riflessione, alla luce della fede, sulla situazione che viviamo oggi in Palestina. In fase di redazione, hanno chiesto il mio aiuto e quello di altri esponenti delle Chiese cristiane. Di fronte a una realtà che umanamente parlando è di disperazione, essi hanno voluto lanciare un messaggio di speranza. Sperare non vuol dire soltanto avere fiducia in Dio, che non permetterà che l’occupazione duri per sempre, ma anche agire contro l’occupazione: agire nella logica dell’amore, ovvero mettere in atto una resistenza non violenta. ‘Amate i vostri nemici’ leggiamo nel Vangelo. Ma amare il nemico non vuol dire amare il male che fa il nemico. Dio ama il nemico, non ama certo il male che fa il nemico. Allora amare gli israeliani, nella logica della resistenza non violenta, vuol dire liberarli da questo male di ingiustizia che c’è in loro, e liberare i palestinesi dal male che viene compiuto.
D. Vi rivolgete sia ai palestinesi che alla società civile israeliana. Eppure il documento è stato duramente criticato in Israele…
R.
Gli israeliani non lo hanno capito e non lo hanno ben recepito. Non so perché non hanno colto l’essenza del messaggio, che parla di amore e di riconciliazione, e si sono fermati alla superficie. La prima obiezione è che è una descrizione unilaterale della condizione dei cristiani in Terra santa; ed io dico: ebbene sì, sono palestinesi e descrivono la loro realtà. La seconda obiezione è stata: la vostra posizione politica non è chiara. E io replico: questa è una riflessione alla luce della Parola di Dio, non sta a noi indicare in un documento del genere dove devono essere fissate le frontiere dello Stato palestinese, non era questa la nostra intenzione. La terza obiezione è su argomenti teologici, perché critichiamo duramente la strumentalizzazione della Bibbia per giustificare l’espropriazione delle terre e l’occupazione.
D. Come replica a chi vi attacca per avere chiesto il disinvestimento e il boicottaggio economico dei prodotti che vengono dalle colonie?
R.
Noi chiediamo che la comunità internazionale faccia qualcosa di concreto, con mezzi non violenti, per fare pressione su Israele per prendere sul serio i negoziati di pace: uno degli strumenti non violenti possibili è il boicottaggio dei prodotti che vengono dagli insediamenti. Non chiediamo il boicottaggio in toto dei prodotti israeliani ma solo di quelli che vengono dalle colonie, che sono il frutto dell’occupazione e quindi di un’ingiustizia.
D. Una posizione che vi ha procurato l’accusa di anti-sionismo…
R.
Rifiutiamo con forza l’antisemitismo e chiediamo appoggio in questa battaglia civile per porre fine agli insediamenti e all’oppressione. Anche se non compresi, continuiamo a parlare: ci sarà sempre qualcuno che ci ascolterà e capirà.
D. Che reazione c’è stata in Vaticano sul documento?
[Ride] R. Nessuna reazione.
D. Proprio nessun riscontro?
R.
Nessuno. Però il Consiglio mondiale delle Chiese, con sede a Ginevra, l’ha adottato e lo sta facendo circolare in ambienti ecclesiastici e diplomatici europei.
D. Che cosa vi proponete con la raccolta di firme su Internet?
R.
Creare consenso, creare un movimento internazionale che possa appoggiare la lotta palestinese a partire dalla non violenza. Sono stati molti i palestinesi, cristiani e musulmani, che hanno visto in questo documento un punto di riferimento, una visione di futuro, una presa di posizione nella quale si riconoscono. Anche l’Autorità nazionale palestinese l’ha recepito l’ha sostenuto, e segue la stessa logica di non violenza: quella dei negoziati, nonostante tutto. Negoziati o pressioni, noi riteniamo che ogni mezzo utile per arrivare alla pace vada adottato.
D. Non teme le reazioni polemiche da parte di Israele?
R.
Per me la cosa positiva è che questo documento sta suscitando molte reazioni, dentro e fuori Israele. E questo è un buon segno perché vuol dire che fa discutere. Se fosse un documento inutile verrebbe ignorato, invece il fatto che susciti così tante reazioni, anche polemiche, vuol dire che fa male a qualcuno perché mette il dito sulla piaga.