«Il Pd? Chiami Vendola»

Redazione
08/10/2010

di Silvia Zingarolopoli Lui è pronto a giurarlo: «Sono sempre stato in buona fede». Reduce dalla bagarre sulla fiducia al...

«Il Pd? Chiami Vendola»

di Silvia Zingarolopoli

Lui è pronto a giurarlo: «Sono sempre stato in buona fede». Reduce dalla bagarre sulla fiducia al premier, che lo ha visto tra i protagonisti più bersagliati, Massimo Calearo Ciman finalmente può godersi la tranquillità nel limbo del Gruppo Misto.
Intanto, guai a parlargli di Pd. E mai nominare Francesco Rutelli in sua presenza. I comunisti votano Fini? «Il mondo va a rotoli, fatemi scendere», implora il capo supremo della Calearo Group. E tra un aneddoto e l’altro, si leva qualche sassolino dalla scarpa.
Così scopriamo che in tanti, nel Pd, sotto sotto tifano Silvio.

Domanda. Calearo, si dice che lei legge tutti i quotidiani alle 6 di mattina. Dunque sarà già preparato oggi…
Risposta. Certo che sì, molto preparato.
D. È vero che sceglie i giornali in base all’avversario del momento?
R. Verissimo.
D. E qual è il suo avversario oggi?
R. Quando ero in Federmeccanica, ero molto attento a quel che scrivevano l’Unità e Il Manifesto: perché il nemico bisogna conoscerlo. Poi, passando al Pd, ho iniziato a leggere con attenzione Libero e Il Giornale. Adesso che sono al centro del centro, sono un po’ più rilassato, e me li leggo tutti. Alcuni faccio ancora fatica a digerirli, tipo Il Fatto, ma ogni tanto li compro lo stesso…
D. Partiamo dunque dalla nomina di Paolo Romani. Il Pd lo giudica inadeguato.
R. L’essenziale è l’aver finalmente scelto un ministro dello Sviluppo, ce n’era bisogno.
D. E sulla competenza di Romani?
R. Non posso esprimermi, non lo conosco. Posso solo fargli tanti auguri.
D. Per conoscere il “ministro Calearo” dobbiamo attendere?
R. Guardi, questa è una leggenda metropolitana. Un suo collega mi ha domandato: «Se le offrissero lo Sviluppo?». E io ho risposto: «Mi piacerebbe”. Ma il premier, giuro, non me l’ha mai chiesto».
D. Storia vecchia ma domanda d’obbligo. Hanno suscitato molte polemiche le sue intenzioni di votare la fiducia a Silvio Berlusconi. Le hanno anche dato del “voltagabbana”. Ingiusti?
R. Questa operazione è stata un grande insegnamento per me. Mi ha ancor di più convinto della giusta scelta di uscire dal Pd. Mi ha fatto capire che il sogno di Walter Veltroni, quello di costruire un grande partito bipolare e moderno, ce l’avevamo noi, ce l’aveva qualcun altro… Ma l’elettore del Pd rimane profondamente comunista. Il patto sociale tra capitale e lavoro, con questi signori non è possibile farlo. Dalla montagna di scritti che mi sono arrivati, alcuni dei quali molto offensivi, ho capito che l’uomo di sinistra “di principio” non vota più il Pd.
D. E cosa vota?
R. Al Nordest vota la Lega. Al Centro o al Sud invece ho un simpatico aneddoto per spiegarle quel che accade. Posso?
D. Prego, prego…
R. Tornavo da Boston e ho preso un taxi per andare a casa di Rutelli. Parlando con il tassista gli ho detto dove dovevo andare e lui: «Posso parlare con lei?». Abbiamo cominciato a discutere di politica e mi ha detto di esser sempre stato comunista e di aver sempre votato a sinistra. «Ma il Pd» ha dichiarato, «non lo voto più». Allora gli ho chiesto, «dunque non va a votare?». E il tassista: «Il vero comunista ha il senso dello Stato e vota sempre». E con mio estremo stupore, ha confessato che voterà Fini.
D. Morale?
R. Il mondo va a rotoli, fatemi scendere.
D. Quando entrò al Pd disse: «convincerò tanti elettori del centrosinistra a votare al centro». Quanti ne ha convinti, e quanto il Pd l’ha aiutato nell’impresa?
R. Due sono i problemi, uno è la legge elettorale: così com’è, fa sì che ogni parlamentare che non abbia una professione o un suo reddito indipendente sia legato mani e piedi alla dirigenza del partito. Che decide se ci sta o non ci sta. Ho parlato con alcuni amici del Pd filo-veltroniani, che sono tra quei 75 che hanno firmato il famoso documento, e si sentono molto a rischio. Sono stati proprio loro a dirmi «per carità, vota la fiducia, sennò andiamo tutti a carte quarantotto».
D. Dunque la richiesta è arrivata proprio dal Pd?
R. Esatto. Convinti che la classe dirigente bersaniana non li avrebbe ricandidati.
D. Ovviamente non possono uscire allo scoperto.
R. Chiaro. Alcuni mi hanno fatto questa proposta: se ti metti a capo di un gruppo e si comincia a fare un tipo di ragionamento che ruoti intorno all’impresa e all’economia, noi ti seguiamo. Però lasciatemi riposar due giorni… Ho capito che i tempi della politica non sono i miei: ho sbagliato ad uscire dal Pd ed entrare subito nell’Api. Imparo dai miei errori e prendo tempo.
D. Quindi per lei l’Api è stato solo un errore?
R. Direi di sì.
D. Come definirebbe in due parole il suo “viaggio” con Rutelli?
R. No comment. Due parole.
D. Ha mai provato a convincere Luca di Montezemolo a scendere in campo con lei?
R. Con Montezemolo ci lega un’amicizia che va al di là della politica. Cerco di evitare determinati discorsi: specie ora che lo tirano tutti per la giacca.
D. Ma alla fine cederà?
R. Lo deve chiedere a lui. Essendo una persona capace, a mio avviso non c’è ancora lo scenario adatto perché entri in politica.
D. Ergo, per lei oggi non ci sono persone “capaci” in politica…
R. Oggi c’è solo la fortissima leadership di Berlusconi. Il Pd l’unico leader serio che potrebbe avere è Nichi Vendola. Poi c’è la Lega… Ma tutto il resto è niente. Finché il Pd non ha il coraggio di ascoltare il suo popolo, che è un popolo di sinistra, finché ci saranno questi signori che nella vita non hanno mai fatto niente, neanche i sindaci… Veltroni a Chiamparino, Renzi, Vendola: questi sì che sono uomini legati al territorio.
D. Bersani continua a strizzare l’occhio a Fini. Mentre lei ha sempre sostenuto la teoria del Terzo Polo….
R. Per fare un Terzo Polo manca una leadership carismatica. Bisogna trovarla.
D. Ecco che torniamo a Montezemolo.
R. Montezemolo potrebbe essere questa leadership carismatica. Ma i tempi non sono maturi.
D. Il Terzo Polo può attendere.
R. Sarà quasi impossibile creare un’alternativa vincente finché dall’altra parte c’è Berlusconi.
D. Rimanendo nell’ambito delle ipotesi, da quali forze potrebbe attingere questo Terzo Polo?
R. Il Terzo Polo è un composto da moderati. E i moderati oggi sono nel Pd, nel Pdl, passando anche per Fini.
D. E Bersani?
R. Bersani dovrebbe solo decidersi a lasciare il posto a Vendola. Saremmo tutti più felici.
D. Lei è un cattolico, i suoi zii sono sacerdoti missionari e…
R. La fermo. Io vengo da una famiglia catto-bigotta. Ho tre zii gesuiti… ho frequentato quel mondo. Spesso mi confronto anche con i loro confratelli, discutiamo di politica…
D. Appunto. Ha mai pensato all’Udc?
R. È un progetto superato. Oggi abbiamo il diritto e il dovere di affermare il nostro credo, al di là della politica. Un po’ come accade con l’Inno di Mameli…
D. A proposito, ce l’ha ancora come suoneria del telefonino?
R. Certo.
D. Quindi la Lega la esclude a priori?
R. Guardi, non posso escludere nulla. Ma rimango un veneto-italiano, non un veneto-padano.
D. In sintesi, se si dovesse andare al voto a marzo, Calearo che fa?
R. Calearo non ne ha la più pallida idea. Se si va al voto a marzo, Calearo torna a casa a far l’imprenditore.
D. Se dovesse consigliare i suoi figli, meglio fare l’imprenditore o il politico?
R. Non ho dubbi, imprenditore.
D. Ma chi gliel’ha fatto fare?
R. Per questo forse me ne torno a casa. Sono sempre stato in buona fede: scesi in politica con degli ideali, a livello di “servizio”. Ma in pochi l’hanno capito, purtroppo.