Il piatto piange

Delia Cosereanu
15/10/2010

Gli sfollati stanno con gli albergatori: hanno ragione loro.

Il piatto piange

Forse rimarranno senza cibo. Forse le loro stanze d’albergo non saranno più pulite, né la loro biancheria cambiata. Eppure, gli sfollati aquilani stanno dalla parte degli albergatori. Da quel tragico 6 aprile 2009, quando le loro case sono state distrutte dal terremoto, molti abitano ancora negli hotel. Sono ancora 2.720 in base all’ultimo censimento. Di questi, 1.851 si trovano negli alberghi della provincia dell’Aquila. Ma le strutture che li ospitano non ricevono pagamenti. I fondi promessi dalla Protezione civile (prima) e dal Commissariato per la ricostruzione (dopo) non arrivano da febbraio. E loro hanno deciso di sospendere i servizi.
«Sia chiaro, noi non siamo disumani, come ci ha definiti Gianni Chiodi (Commissario Delegato per la Ricostruzione e presidente della Regione Abruzzo, ndr)», ha tuonato Celso Cioni, presidente Federalberghi e Confcommercio L’Aquila. «Invece delle scuse di chi non ha rispettato gli impegni presi, riceviamo solo gli insulti. Noi non vogliamo cacciare i nostri ospiti, a cui offriamo servizi gratuitamente da più di un anno. Ma se non possiamo pagare fornitori e banche, non abbiamo altra scelta».

«Non abbiamo scelta»

Sulla stessa linea Maurizio Mucciarelli, proprietario di uno degli alberghi che hanno aderito all’iniziativa e che ospita 20 sfollati: «Non pretendiamo soldi subito. Interromperemo qualsiasi forma di protesta nel momento in cui riceveremo delle risposte concrete e delle garanzie».
In realtà, l’intenzione di sospendere il servizio di ristorazione è solo un modo per inviare un segnale forte alle istituzioni. «Certo che non vogliamo affamare i nostri ospiti», ha insistito Cioni, «ma se i fornitori bloccano le merci ci ritroveremo nella situazione in cui, concretamente, non potremo fare altrimenti».

«Sosteniamo la protesta per ripagare la loro generosità»

E gli sfollati sono pronti a pagare le conseguenze della protesta. Un gruppo di terremotati ospitati negli hotel dell’Aquila ha scritto una lettera aperta, rivolta alle istituzioni: «Ci sentiamo in dovere di esprimere solidarietà e dare il nostro sincero appoggio alla loro protesta. I proprietari delle strutture ricettive ci accolgono da diversi mesi andando, a nostro avviso, ben oltre gli obblighi civici imposti dalla Protezione civile».
Sara Iannella, 33 anni, è una dei firmatari della lettera. «Capisco e condivido le ragioni di chi protesta», ha dichiarato a Lettera43. «Anche loro, come noi, hanno subìto danni. Per i servizi offerti gratuitamente devono affrontare dei costi notevoli: il personale, i fornitori che bussano quotidianamente alle loro porte e le banche. Noi vorremmo poter ripagare la loro immensa umanità e lo facciamo sostenendo la protesta. È un segnale forte che speriamo non sarà ignorato da chi, fino a questo momento, ha solo diramato proclami a vuoto».
Edmand ha 40 anni, è di origine albanesi. Ha vissuto all’Aquila per vent’anni. Da otto mesi è ospite di un albergo nel capoluogo abruzzese assieme a sua moglie e ai suoi due figli di 6 e 12 anni. «Ci trattano come familiari», ha spiegato, «e noi viviamo accanto a loro le difficoltà che affrontano quotidianamente per poterci ospitare. Capiamo le motivazioni della loro protesta».
Condividono i problemi di una vita di chi ha perso la quotidianità. E si aiutano a vicenda. «Noi facciamo dei lavoretti nell’albergo, in cucina, senza pretendere di essere pagati», ha aggiunto. «Ma non è mai abbastanza per ripagare la loro generosità. Solo qualcuno che non conosce realmente la situazione poteva definirli disumani. Invece è disumano promettere e poi ignorare le loro difficoltà».

C’è chi ha interesse a ritardare le ristrutturazioni

Edmand spera di ritornare entro Natale nella propria casa, classificata come “categoria B”, cioè da ristrutturare parzialmente. Non si sente altrettanto fortunato un altro sfollato, che preferisce rimanere anonimo. «Nel mio palazzo non sono ancora iniziati i lavori di ristrutturazione», ha raccontato. «I ritardi sono causati soprattutto dagli interessi degli amministratori che ricevono il 2% su tutti i lavori.E che, quindi, spingono per la realizzazione di interventi molto più costosi del necessario. Chi deve effettuare le ristrutturazioni, invece, sa che le case devono essere riportate alle condizioni in cui erano prima del terremoto e non essere rinnovate totalmente. Due posizioni contrapposte», ha concluso l’uomo, «che fanno solo perdere tempo. E i lavori non iniziano più».