Il prezzo della rivolta

Vita Lo Russo
01/02/2011

Egitto: supermarket vuoti, bancomat fuori uso e stipendi bloccati.

Il prezzo della rivolta

Comincia a mancare la benzina, le scorte di cibo stanno finendo, i supermercati si svuotano, le banche sono chiuse da una settimana e la maggior parte dei bancomat, almeno quelli che non sono stati danneggiati nei disordini, hanno esaurito le banconote. La primavera d’Egitto (leggi la cronaca della marcia contro Mubarak) presenta il conto: libertà e democrazia, in cambio di sacrifici e rinunce.
IL BLOCCO DEGLI STIPENDI. Le famiglie più povere hanno dovuto ridurre i pasti da due a uno. Mentre la maggior parte dei lavoratori è ancora in attesa dello stipendio di gennaio. «Dal momento in cui termineranno le manifestazioni», ha messo in guardia Ahmed Galal dell’Economic Research Forum del Cairo, «ci vorranno diverse settimane, se non addirittura un paio di mesi, per riportare il Paese alla normalità».
«Abbiamo scorte per resistere una settimana, non di più», ha raccontato Samith Hammam, insegnante di 38 anni con moglie e tre figli che ancora attende l’accredito dello stipendio. «Se smettono di pagare, il caos e le proteste si intensificheranno». Il meccanismo lavoro-pagamento si è inceppato anche nel comparto internet e telefonia, da quando è cominciata la rivolta, proprio perché il black out imposto da Mubarak ha fatto chiudere molti internet caffè del Cairo.

Cibi, bevande e distribuzione bloccati

La rabbia sociale che ha infiammato la rivolta contro il governo si acutizzerà se gli egiziani che hanno un lavoro saranno lasciati a casa senza stipendio. «Sono costretta a consumare il cibo più economico, come il ful, un piatto di fagioli o le falafel», ha detto Azza Aladin, 47 anni, e madre di sei bambini.
‘MEGLIO LA FAME DELLA PAURA’. Il New York Times ha raccolto anche la storia di Muhammad Soudan, 54 anni, titolare di una ditta di costruzioni in cui lavorano 35 operai. Soudan ha appeso sulla sua auto un manifesto che recita: ‘Meglio vivere affamati che morire nella paura’.
Ma con le banche chiuse, per pagare i suoi dipendenti ha dovuto chiedere soldi in prestito agli amici. Gli affari poi sono cominciati ad andare male: la sua ditta non riesce a importare dall’estero i materiali e molte aziende fornitrici del Paese sono chiuse. «Se continua così», ha denunciato, «nonostante tutto il mio entusiasmo anti-Mubarak, sono costretto a chiudere l’azienda. Sto andando in bancarotta».
STOP ALLA COCA COLA. Non va meglio alle filiali delle multinazionali. Giganti del calibro di Coca Cola e General Motors, Volkswagen, il distributore Metro e la compagnia petrolifera danese A.P. Moller-Maersk non riescono a spedire la merce.
La città industriale di Abu Rawash che si trova nel deserto alle spalle delle piramidi, dove sono insediati gli impianti produttivi di Toyota, Hunday Mazda e la Jeep, si è svuotata. Il responsabile dello stabilimento della Toyota ha confessato: «Ogni settimana di lavoro in meno sono 10 mila sterline perse (1.200 euro circa)». Ma ne vale la pena: «Mubarak mi è costato molto di più in 30 lunghi anni».
INCUBO SCIACALLAGGIO. Nelle ore del coprifuoco il trasporto commerciale diventa difficile tra i divieti imposti dall’esercito e la paura per gli atti di sciacallaggio. Una società che distribuisce per conto di Coca Cola e Procter & Gamble ha preferito tenere 350 camion fermi in garage evitare gli assalti ai veicoli.
Nei giorni scorsi Coca Cola voleva distribuire acqua per il suo brand Dasni, mentre Procter & Gamble voleva portare nei supermercati i pannolini, ma entrambe le missioni sono fallite. «Per strada c’è stroppa confusione, e molti civili sono armati», ha detto il responsabile della società Ahmed Hassan. «Devo prima di tutto rispondere della sicurezza dei miei dipendenti» (leggi il reportage dal Cairo sulle ronde dei cittadini anti-sciacallaggio).
Impantanata pure la distribuzione della benzina che ha lasciato all’asciutto numerose pompe di Alessandria della zona costiera.

La fame può innescare una rivolta infinita

Gehan Saleh, economista dell’Accademia araba di scienze e tecnologie ha uno dei problemi più comuni: il denaro contante. I bancomat sono stati svuotati. L’uso delle carte di credito non è ancora radicato nel Paese, e con gli sportelli delle banche chiusi da oltre una settimana, anche comprare frutta e verdura al bazar è diventato un problema.
SUPERMERCATI VUOTI.  La chiusura delle banche ha anche acuito i problemi di import. Sono sempre meno i produttori che dall’estero spediscono le forniture senza lettere di credito. L’effetto più visibile di questo meccanismo sono gli scaffali vuoti dei supermercati.
Anche se secondo Alaa Ezz, segretario generale della Confcommercio egiziana, il governo garantirà la distribuzione del cibo anche nelle ore del coprifuoco. Eppure la mancanza di generi alimentari restano lo spauracchio più grande. La paura delle autorità è che la fame possa davvero trasformare la rivolta in una rivoluzione senza fine.