Il dibattito politico su Il Primo Re e la figura di Romolo

16 Febbraio 2019 15.00
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Romolo fu il primo re di Roma. Fu anche il primo fascista e il primo sovranista? Sta avendo un inaspettato successo il film di Matteo Rovere che ha fatto la scelta difficile di far recitare gli attori (tra cui i protagonisti Alessandro Borghi e Alessio Lapice) in un proto-latino ricostruito. Inevitabili le polemiche di studiosi e appassionati che fin dall’uscita del trailer hanno obiettato sulla effettiva attendibilità filologica di una ricostruzione tacciata di echeggiare in realtà una quantità di cose che col Lazio arcaico hanno ben poco a che fare.

SE IL PRIMO RE FINISCE IN POLITICA

Il Fatto Quotidiano, come avrebbe detto Guareschi, l’ha buttata in politica. Da una parte l‘esaltazione del film firmata da Pietrangelo Buttafuoco che pur non avendo mai nascosto le proprie radici ideologiche non parla mai di fascismo. Nell'articolo Romolo e Remo diventano re di Bollywood Buttafuoco scrive: «Come con Giovanni Paolo II che a fine proiezione di The Passion di Mel Gibson – il film sul martirio di Gesù – poté dire: “Racconta la passione di Cristo per com’è veramente accaduta”, con tutte le conseguenze politiche e teologiche così oggi con questo re, con Roma che – va ricordato – preesiste al cristianesimo, ci si restituisce alla fonte del sacro». E, ancora: «La tragedia di due gemelli reciprocamente saldi nell’Orma Amor di Roma, costretti al fratricidio per l’imperscrutabile volere del divino, perpetua la luce di Troia, la città di Enea, ed è il nostro Bagvad-Gita se vale un tanto quanto tra il deposito classico greco-romano e il lascito millenario indiano tutto di commercio, industria e pop».

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LA FONDAZIONE DI ROMA E DEL FASCISMO?

Sempre sul Fatto Furio Colombo ha risposto però con l'articolo Il primo re fonda Roma e il fascismo. «Il primo re», scrive Colombo, «nasce in un gruppo di uomini nudi che si massacrano senza sosta. Istinto e forza animale guidano a scartare il peggio (la mazza chiodata sul cranio) per poter trapassare da parte a parte il nemico. Visto dalla lontananza dei secoli, non è chiaro chi sia il nemico, nel groviglio dei corpi. Poi si capisce la regola: perde il massacrato e vince il massacratore». L'ex direttore de L'Unità poi continua: «C’è sangue e fuoco e fango (fango di guerra, forse premonizione della trincea di tanti secoli dopo) e questi uomini del primo re non hanno altro che i corpi (di idee non se ne parla) per offendere o per vincere, consacrando la vittoria con l’estrazione e il pasto di viscere del nemico. Nemico è chiunque non sia, anche per caso, dalla tua parte, oppure mostri di ribellarsi». Insomma, lo spettatore esce dal cinema «stordito da un ritorno così rapido e disinvolto del fascismo, senza trucchi e senza inganni (non il fascismo come insulto, ma il sistema politico che per un periodo ha dominato la storia italiana, così come lo trovate scientificamente descritto sulla Treccani)». E si chiede dunque «se attribuire a Romolo o a Rovere la fondazione contestuale del sovranismo». Romolo, è il ragionamento, «a differenza di Remo, che è élite, non vuole confini aperti e fa mettere fuochi tutto intorno a ciò che sarà Roma. Chi finge di non vederli farà, da subito, la fine degli immigrati tanti secoli dopo, quando la guardia costiera italiana e quella libica non sentono le chiamate disperate di soccorso di chi sta affogando. Ma secondo il primo re e l’ultimo governo, Roma è sempre stata così, salvo un breve intervallo di democrazia».

IL FASCIO, SIMBOLO BIPARTISAN

Al di là della pellicola, non c’è dubbio che il fascismo sia sia fortemente abbeverato al mito di Roma, e abbia fondato anzi la propria ideologia sul sogno di riportare i Sette Colli alla grandezza dei tempi di Augusto. «Roma rivendica l’Impero», era uno degli inni più emblematici del Ventennio. Lo stesso fascio littorio è un simbolo ripreso dall’antica Roma. Attenzione però: un simbolo che era stato riciclato nella modernità a partire della Rivoluzione francese come icona repubblicana, allo stesso modo del berretto frigio. I Fasci Siciliani ci ricordano come a fine ‘800 il termine avesse ancora una etichetta di sinistra, e i Fasci interventisti diedero origine ai Fasci di combattimento e al Partito nazionale fascista trasmigrando dalla sinistra interventista. Detto in modo più articolato, da Roma vengono sia la parola impero sia la parola repubblica, così come i comizi, il Senato, i candidati, i tribuni. Furio Colombo ricorda come Roma sia stata sia autoritaria sia democratica, ma sembra sottovalutare proprio il peso dell’eredità repubblicana.

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FACCIAMO LUCE SULLA FIGURA DI ROMOLO

Però forse il tema più intrigante è il sovranismo. È vero: Romolo ammazza il fratello proprio per stabilire il principio che i confini non vanno violati. Ma la sua città la popola offrendo asilo al tipo di gente che oggi arriva sul barcone. Ricorda Tito Livio che il primo re «allo scopo di accrescere la popolazione secondo l’antico accorgimento dei fondatori di città, i quali attiravano a sé gente oscura e umile facendola passare per autoctona, offrì come asilo il luogo che ora, a chi vi sale, appare circondato da una siepe tra due boschi. Ivi si rifugiò dai popoli vicini, avida di novità, una folla di gente d’ogni sorta, senza distinzione alcuna tra liberi e servi, e quello fu il primo nerbo dell’incipiente grandezza».

L'ACCOGLIENZA ROMANA NEGLI ANNALI DI TACITO

Da notare che Tito Livio scrive sotto Augusto: le istituzioni repubblicane non esistevano più, ma l’idea che la grandezza di Roma dipendesse dalla sua capacità di accoglienza e di integrazione restò anche con l’Impero. Ovvio che la cosa suscitasse anche allora resistenze. Ma proprio per controbattere a chi si opponeva ad accogliere i galli in Senato l’imperatore Claudio associò in un famoso discorso la decadenza dei greci alla loro riluttanza a integrare. «I miei antenati, il più antico dei quali, Clauso, di origine Sabina, fu contemporaneamente accolto nella cittadinanza romana e nel numero dei patrizi, mi esortano ad adottare i criteri da loro seguiti nel governo dello Stato, trasferendo qui quando si può avere di meglio, dovunque si trovi», ricordò Claudio secondo quanto riporta Tacito negli Annali. «Non ignoro infatti che i Giulii furono fatti venire da Alba, i Coruncani da Camerio, i Porci da Tuscolo, e per lasciare da parte gli esempi antichi, furono chiamati a far parte del Senato uomini provenienti dall’Etruria, dalla Lucania e da tutta l’Italia e, da ultimo, i confini dell’Italia stessa furono estesi sino alle Alpi, perché non solo i singoli individui, ma interi territori di popoli si congiungessero in un solo corpo sotto il nostro nome».

NON SOLO «MAZZATE SUL CRANIO»

Claudio poi prosegue ricordando come questo avesse portato all'interno dei confini la pace mentre, si legge ancora negli Annali, «all’esterno si affermò la nostra potenza, quando si accolsero nella cittadinanza i transpadani e l’insediamento delle nostre legioni in tutte le parti del mondo ci offrì l’occasione per incorporare nelle loro file i più forti dei provinciali e dare così nuovo vigore all’impero esausto. Ci rammarichiamo forse che siano passati tra noi i balbi dalla Spagna e uomini non meno insigni dalla Gallia narbonese? I loro discendenti vivono tuttora e dimostrano di non amare certo meno di noi la nostra patria. Per quale altra ragione decaddero Sparta e Atene, pur così potenti sul piano militare, se non per aver bandito da sé i vinti quali stranieri? Ma l’accortezza del nostro fondatore Romolo fu tale che molti popoli ricevettero da lui la cittadinanza nello stesso giorno in cui ne erano stati vinti come nemici». Appunto, il primo re. Che evidentemente non si limitava a trucidare i nemici a mazzate sul cranio.

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