Il rais fa shopping in Europa

Barbara Ciolli
02/02/2011

Dove investono i dittatori arabi.

Il rais fa shopping in Europa

Dittatori nei Paesi arabi e clienti danarosi nei loro buen retiro d’Europa. Dopo aver affamato per decenni milioni di cittadini con i loro regimi, i tiranni che vacillano sull’onda della rivolta hanno nascosto miliardi di dollari al fisco, reinvestendone decine di milioni in dimore di lusso in Francia, Inghilterra, Svizzera, persino in Italia, in vista di un esilio di lusso.
Da Zine el-Abdine Ben Ali, ingordo rais di Tunisia, al più misurato Hosni Mubarak, stratega stimato dall’Ue e dagli Usa, passando per l’opulenta dinastia saudita che pure ha accolto a braccia aperte Ben Ali in Arabia, le banche elevetiche sono ingrassate con i loro conti a nove cifre. E le zone più esclusive del vecchio continente (guarda la photogallery delle proprietà dei dittatori) hanno beneficiato anche delle loro dimore.

Mubarak, miliardario che non vuole dare nell’occhio

In confronto ai beni accumulati (e ostentati) dal vicino Ben Ali, il palazzone del figlio di Mubarak a Londra appare modesto: sei piani in stile georgiano, nel quartiere facoltoso di Knightsbridge, a pochi passi dai magazzini Harrods, dal valore di circa 10 milioni di euro, dove, secondo le indiscrezioni, si sarebbe rifugiato il 47enne Gamal (leggi la notizia della fuga in Gran Bretagna dei Mubarak).
Scappato a bordo di un aereo privato già il primo giorno della rivolta, il rampollo sarebbe atterrato a Londra con moglie, figli e nientemeno che 97 valige al seguito. Chissà se anche mamma Suzanne, ex first lady egiziana di origini inglesi, passepartout provvidenziale per l’Europa, dietro al suo volto buono di grande e colta benefattrice, nasconde un passato come custode di ricchezze segrete di famiglia, al pari dell’ex parrucchiera Leila Trabelsi (leggi il profilo di Leila Tabelsi, ex first lady della Tunisia) moglie e braccio destro del vecchio despota tunisino.
UN PATRIMONIO DI 40 MILIARDI. Secondo il quotidiano New Indian Express, il patrimonio dell’ultimo Faraone ammonta a 32 miliardi dollari, tra fondi e soldi liquidi (sparsi in banche europee e americane), svariati immobili anche a Los Angeles, Washington e New York, e due mega yacht da 60 milioni di euro.
Blog stranieri si sono spinti addirittura oltre, calcolando 40 miliardi di ricchezza personale, lievitata attraverso il commercio di armi, gli affari edilizi nelle zone turistiche egiziane e i ricchi introiti drenati da molte multinazionali straniere che operano nel Paese (circa il 50% dei loro profitti locali). Tanto che i «legami» sotterranei tra Mubarak con numerose corporation straniere, secondo molti siti d’informazione, sarebbero ormai consolidati.

La Parigi d’élite dei rampolli Ben Ali

Di certo, nei suoi 30 anni al potere, Mubarak è stato meno esibizionista di Ben Ali che a Parigi, come ha documentato un’inchiesta del quotidiano Liberation, intestando società di comodo a familiari e parenti si era sfacciatamente creato un maxi impero immobiliare, neppure tanto nascosto.
In rue Le Suer, nel cuore del 16esimo arrondissement alto borghese, dal marzo 2010 una palazzina d’epoca di alcuni piani risulta intestata alla società Nes (iniziali di Nesrine Ben Ali), quarta figlia dell’ex presidente, tanto per cominciare.
In place des Etat-Unis, poco lontano dagli Champs-Elisées, nel 2004 l’appartamento in un edificio storico è stato acquistato dai tre fratelli Mabrouk, uno dei quali, Marwan, è il genero di Ben Ali. Dietro la Torre Eiffel, infine, in Elisés-Reclus, il palazzo del clan dei Taibi, riconducibile allo zio di un secondo genero dell’ex despota.
IN FERIE IN COSTA AZZURRA. Oltre agli immobili nella capitale, in Francia Ben Ali si è accaparrato alcune ville in Costa Azzurra e una residenza di montagna sulle Alpi, cui si vanno sommati svariati appartamenti in Svizzera, tra Ginevra e Friburgo, per un totale di 5 miliardi di dollari di patrimonio stimato dagli investigatori, solo calcolando i beni del tiranno e della moglie.
Poi ci sono i sette fratelli di Ben Ali, i dieci fratelli di Leila, generi, nuore e nipoti: un clan di 40 membri che, ha ricostruito il settimanale tedesco Zeit, se in Svizzera aveva scoperto l’Eldorado per nascondere fondi neri e aprire conti correnti milionari, in Francia trovava terreno privilegiato per coltivare interessi finanziari e investire nel mattone.

Svizzera, cassaforte mondiale dei dittatori

La ragnatela dei Ben Ali non è che l’ultima vicenda balzata alla ribalta della cronaca mondiale: nelle disinvolte banche elvetiche avevano già trovato rifugio i denari del padre-padrone delle Filippine Ferdinand Marcos, del dittatore congolese Mobutu, del liberiano Charles Taylor e del despota haitiano Jean-Claude Duvalier.
IL TESORO DI BABY DOC. Proprio con lo scandalo del tesoro Duvalier, il terribile ‘Baby Doc’ figlio del dittatore François, che la legge Svizzera stabiliva dover essere restituito al presidente haitiano per ‘scadenza dei termini del crimine’ (una sorta di prescrizione, ndr), a pochi mesi dal devastante terremoto che nel gennaio 2010 rase al suolo l’isola caraibica, il governo elevetico ha fatto un passo avanti, inasprendo la normativa sui rimborsi e introducendo maggiori controlli sui flussi di denaro da e verso i Paesi guidati da potentati. Oltre che congelando il rimborso a Duvalier, complici le pressioni della comunità internazionale.
Eppure fino all’ultimo, come hanno dimostrato i conti bloccati a gennaio 2011 a Ben Ali, il clan del despota tunisino ha potuto continuare ad accumulare denaro nella sua cassaforte elvetica, grazie a un «gap evidente tra teoria e prassi nelle banche», ha denunciato Aktion Finanzplatz Schweiz (Afp), l’osservatorio indipendente che da anni fa da cane da guardia al sistema finanziario svizzero.
Uno scollamento che, nei decenni, ha investito anche la Francia, dove già prima di Ben Ali gli ex raìs del Congo francese e del Gabon equatoriale avevano fatto incetta di proprietà immobiliari, nelle vie più esclusive della capitale.

Francia, un paradiso per ‘cleptocrati’

Molti intrecci affaristico-criminali tra i cugini d’Oltralpe e le loro ex colonie sono stati portati alla luce nel tempo dall’associazione di aiuto legale Sherpa e da numerosi attivisti, che hanno spinto gli investigatori ad aprire inchieste giudiziarie. Non ultima, quella sul clan dei Ben Ali, nella quale uno dei generi del raìs, per esempio, è risultato essere in società con Orange, il principale operatore di telefonia mobile francese. E un altro genero ancora avere come legale e suo factotum uno studio parigino.
IL CASTELLO DI MOHAMMED VI. Indiscrezioni su un appoggio del governo d’Oltralpe, in vista di un possibile effetto domino della rivolta, hanno interessato (leggi la notizia dell’incontro segreto tra Sarkozy e il re Mohammed VI) anche la famiglia reale del Marocco, che pure ha investito massicciamente in Francia, acquistando, nel più assoluto riserbo, il castello di Betz, nelle campagne parigine: una proprietà di 90 ettari, dimora sin dagli anni ’80 del famigerato re Hassan II, padre di Mohammed VI.
IL RE MIDA DEL MAROCCO. Il quale, più che un ‘cleptocrate’ (come vengono chiamati i governatori giunti allo stadio ultimo della corruzione, ndr) alla Ben Ali, dal giorno della sua salita al trono, nel 1999, viene descritto come un vero re Mida d’Arabia, capace di trasformare tutto ciò che tocca in oro: forte di prestigiosi studi internazionali e a capo di svariate holding, Mohammed VI è un banchiere e imprenditore al top.
Proprietario di 20 palazzi e migliaia di ettari di terreni, alcuni dei quali in Francia e negli Stati Uniti e inserito nel 2008 da Forbes tra i dieci sovrani più ricchi al mondo, in un decennio il re del Marocco ha quintuplicato il suo patrimonio, in un Paese dove, nonostante i progressi fatti dal regno autoritario del padre-despota, 5 milioni di persone vivono ancora con meno di un euro al giorno.

Lo shopping italiano dei reali sauditi

Con un salto netto da 500 milioni a 2,5 miliardi di dollari, il 47enne re del Marocco è oggi più facoltoso dell’emiro del Kuwait e del re del Qatar. Ma non ha ancora surclassato il sovrano più ricco del pianeta, il sultano del Brunei (con un patrimonio di 22 miliardi di dollari), e neppure il monarca saudita Abdullah (di 19 miliardi di dollari), che pure delle sue proprietà ha disseminato l’intera Europa. Non ultima l’Italia, dove nel 1948 il suo precedessore e fratellastro re Fahd acquistò la dimora ottocentesca Villa Mia, a Torno, sul lago di Como: ogni estate in subbuglio per il traffico di Rolls Royce, le centinaia di domestici e le tonnellate di bagagli da smistare per dignitari e ospiti.
L’ODORE DEI PETROLDOLLARI. In Europa l’impero vistoso dei reali sauditi, alimentato dal carburante dei petroldollari, può contare anche sulla cittadella sontuosa del lago Lemano in Svizzera, su un palazzo londinese e varie magioni inglesi sparse tra le colline dell’Oxfordshire e del Kent. Ancora, su una mastodontica villa a Marbella, tirata su scimmiottando la Casa Bianca, su una magione in Costa Azzurra e, si mormora, persino su un tesoretto segreto di 800 miliardi nascosto al fisco nei paradisi fiscali.
DI PADRE IN FIGLIO. Considerato che solo il grande patriarca Abdullah, 87enne, conta 43 figli nella sua scuderia (l’ultimo ha sette anni), decine di nipoti e migliaia di parenti (si stima 5 mila per l’intera dinastia), gli acquisti dei rampolli sauditi sono potenzialmente sterminati: difatti sempre a Como, il nipote del re Turki al Saud, nel 2009 ha chiuso le trattative per acquistare un’altra magione. Mentre, nel maggio 2009, per 17,5 milioni di euro il principe Al Walid al Saud, emiro plurimiliardario e nipote del fondatore del regno saudita, ha soffiato a Carla Bruni il castello di famiglia di Castagneto Po, in Piemonte.