«Il riformismo non c’è più»

Redazione
03/02/2011

Nei giorni in cui si ricorda il ventennale del congresso di Rimini che diede vita al Pds, il Partito democratico...

Nei giorni in cui si ricorda il ventennale del congresso di Rimini che diede vita al Pds, il Partito democratico ha registrato un’ulteriore perdita: il senatore Nicola Rossi, 60enne docente di economia politica all’università degli studi di Roma Tor Vergata ed esponente della corrente riformista, ha annunciato l’1 febbraio la volontà di abbandonare il seggio per «motivi personali». La sua richiesta di dimissioni è stata respinta dall’aula di palazzo Madama, ma le motivazioni che hanno spinto chiedere di lasciare il suo ruolo istituzionale restano.
IL VOTO L’Aula ha respinto la richiesta di dimissioni del senatore con 183 voti contrari, 62 a favore e otto astenuti. Hanno dichiarato di votare contro la sua volontà di abbandonare il Senato innanzitutto il suo partito, poi il Pdl, la Lega nord, Fli, l’Italia dei valori, l’ Udc e l’Api. Tutti i gruppi hanno espresso stima all’economista del Pd invitandolo a «non privare» palazzo Madama del suo impegno e della sua professionalità. Una dimostrazione di stima tardiva che ha ricevuto i ringraziamenti dell’economista, ma non lo ha fatto tornare sulle sue decisioni.

In nome della libertà di mandato

Con una lettera indirizzata al segretario del partito Pier Luigi Bersani e alla capogruppo Anna Finocchiaro, Rossi aveva motivato la sua richiesta di lasciare il seggio con il fatto che «non si riconosceva più in questa politica» sostenendo che gli è «impossibile dare un contributo».
Tra i tanti esponenti democratici la sua non è prima voce fuori dal coro ma fa accuse ben precise.
L’AFFONDO AL PD «Quindici anni fa, quando ho deciso di darmi alla politica attiva» ha spiegato, «non pensavo che la mia occupazione quotidiana sarebbe stata seguire le vicende personali del premier e vedere il mio partito che non riesce a darsi un’identità». Amareggiato e deluso, Rossi ha preso la soluzione che sembrava migliore e non sembra convito di restare a prescindere . «Non ho ancora deciso che cosa farò, ma il perché ho chiesto le dimissioni è chiaro», ha detto parlando con Lettera43.it.
Di sicuro si chiuderà la sua attività politica, perché Rossi, a differenza di altri che lo hanno preceduto non lascia il Pd a favore di un altro gruppo.
IL SILENZIO DI BERSANI Nonostante l’evidenza dei fatti, gli ambienti democratici cercano di minimizzare la scelta per non dover ammettere, una volta di più, le proprie debolezze. Bersani, per esempio, ha parlato con Rossi il giorno dopo aver ricevuto la lettera ma non ha speso una sola parola in suo favore, preferendo proseguire nell’attacco a Berlusconi (leggi l’articolo). Rossi ha speso almeno l’ultimo decennio impegnato per il partito, non un peone qualsiasi da lasciar andare senza rimpianti.
Un sommessa ammissione di colpa è arrivata dal vicesegretario del Pd, Enrico Letta, ha spiegato: «Non abbiamo fatto tutto il possibile per convincerlo a insistere e ad aiutarci».

Le sue critiche sono rivolte al partito

Con precisione chirurgica, Rossi ha colpito sia l’avversario politico sia il suo stesso partito. Secondo l’esponente politico, infatti, il percorso del Pd «è irto di difficoltà nell’elaborazione di una sua identità» e questo impedisce al partito di «fare quello di cui il Paese avrebbe bisogno: avere una visione del futuro e dare un’alternativa credibile. È un’assenza che lascia l’Italia in paralisi». Quanto al gruppo dirigente, «ma anche una larga fetta dell’elettorato di sinistra», l’economista sottolinea che «sono portatori di una cultura legittima e nobile, ma incapace di aperture».
Che ad abbandonare istituzioni e il partito sia un noto riformatore significa che il Pd ha chiuso la stagione progressista e Bersani ha fallito. Rossi si è dovuto arrendere alla convinzione che non ci sia una cultura diversa da quella della vecchia sinistra.

Aveva abbandonato i Ds nel 2007

In un’intervista al Sole 24 Ore aveva aggiunto: «Mi sembra una fase in cui forse non c’é bisogno delle mie competenze, ma di altre», come «psicanalisti, geriatri». Però il problema della compilazione delle liste elettorali è un altro aspetto che lo ha convito a fare il passo: «L’indipendenza di giudizio trova un limite nella legge elettorale. Io mi sento nominato. E per questo sento la mia indipendenza limitata. Non ho altra scelta che riprendermi la mia libertà consegnando la nomina».
Consigliere economico di Massimo D’Alema durante l’esperienza a Palazzo Chigi, Rossi è sempre stato riconosciuto per le sue posizioni ultrariformiste. E’ stato eletto per la prima volta alla Camera nel 2001. Proprio a quell’esperienza del collegio uninominale, diversa dalla compilazione delle liste fatta alle ultime elezioni politiche, ha ripensato in questa nuova condizione. Nel 2008, oltre ai listini bloccati, ha dovuto digerire un seggio nelle Marche perché nella sua Puglia, terra di D’Alema, non c’era più posto.
IL PRECEDENTE DEL 2007 L’economista pugliese non è nuovo agli addii: nel 2007 lasciò i Ds spiegando al leader Piero Fassino che «sul terreno riformista la sinistra ha esaurito tutte le energie» ma poi aveva aderito al Pd. Nel 2002 aveva scritto una dura analisi sull’occasione mancata dalla sinistra al governo e il risultato deludente delle elezioni, dal titolo «Riformisti per forza».
In passato aveva collaborato a  Nens, Nuova economia, nuova società, fondata da Pier Luigi Bersani, Vincenzo Visco per un confronto sulle tematiche economiche e sociali. A settembre aveva firmato il documento dei MoDem, legandosi dunque al progetto per il rilancio del partito.
Il segretario del partito, nel discorso del Lingotto, ha spiegato che il Pd doveva essere capace di «fare una proposta per noi ma non solo per noi». Siccome i primi a mollare sono proprio i componenti più autorevoli, forse non la proposta non è stata formulata con la giusta chiarezza o forse è assente.
Nel gruppo democratico a palazzo Madama, la prima dei non eletti nelle liste del Pd è Carmela Mattei, già assessore Ds alle Politiche comunitarie nella Regione Marche ed è lei che subentrerebbe, dopo la proclamazione, se fossero accolte le dimissioni. Tutta un’altra storia rispetto a Rossi.