Il ritorno del signor G

Marianna Venturini
11/12/2010

Milano celebra i 40 anni del Teatro Canzone di Gaber.

Gli anniversari non sono sempre utili ma possono sostenere la memoria per non dimenticare. Ecco perché la quarta edizione del ciclo «Milano per Giorgio Gaber» segna una data non trascurabile: sono passati quarant’anni dalla nascita del Teatro Canzone quando l’artista milanese di origini triestine, scomparso il primo gennaio 2003, rivoluzionò il panorama culturale italiano.
Tanto è passato da quando negli anni 60 il Signor G. lasciò il piccolo schermo che gli aveva dato la notorietà ma lo aveva costretto al ruolo di presentatore, per diventare un narratore più completo.
Sul palco vuoto, con la chitarra diventò un affabulatore capace di narrare piccole grandi storie e decriptare la realtà dell’Italia con rara ironia.  
Lui stesso l’ha raccontato così: «La fine degli anni 60 era un periodo straordinario, carico di tensione, di voglia, al di là degli avvenimenti politici e non che conosciamo, e fare televisione era diventato dequalificante».
Insieme a Sandro Luporini
si distaccò sempre più dalla canzone tradizionale per trasportarla in un dialogo a domanda e risposta col pubblico che trova il suo spazio logico proprio nei teatri.
Immerso nel suo tempo e allo stesso tempo estraniato da esso, Gaber chiese un nuovo umanesimo e un uomo nuovo, fatto di privato e di politico. Nacque così il Teatro Canzone.
Aveva debuttato sul palcoscenico dei teatri dieci anni prima, ma nel frattempo qualcosa era cambiato e Gaber provava a raccontare la presa di distanza da moralisti e intellettuali.
Gli atti unici in prosa si fondevano con i momenti musicali, costruiti su un arco teatrale preciso che coinvolgeva gli spettatori.
Molti anni dopo lo stesso artista avrebbe scritto: «Rimpiango di quegli anni ciò di cui oggi molti sentono la mancanza: la tensione morale, il piacere di essere in tanti, la speranza di partecipare al cambiamento. Tutto è finito malissimo e troppo in fretta. Ho cominciato tanti anni fa a non riconoscermi più in quello che i giovani facevano in nome della politica, quando qualcuno cominciò a sparare. È allora che è iniziato il crollo degli anni 70 e ogni possibilità di dialogo e cambiamento si è chiuso».

Lo shampoo (1972)

E per il quarto anno Milano dedica a Gaber una rassegna che si articola tra il teatro e gli approfondimenti.
Il primo appuntamento è il ritorno di Io quella volta lì avevo 25 anni di Gaber e Sandro Luporini, dal 14 al 18 dicembre al teatro Strehler di Milano. In scena, per la regia di Giorgio Gallione e accompagnato al pianoforte da Carlo Boccadoro, c’è Claudio Bisio che dà vita a sei racconti, in cui dichiara di avere sempre 25 anni.
Lo spettacolo, già presentato al Festival dei due Mondi di Spoleto, è composto da sei monologhi in  il cui protagonista, perennemente venticinquenne, assiste ai cambiamenti della nostra storia, rivive un passato immaginario e rievoca avvenimenti vissuti in prima persona nelle varie epoche.
Il secondo appuntamento è con Neri Marcorè e Claudio Gioè, sempre diretti da Gallione, per Eretici e corsari, un reading che cerca le affinità fra Gaber e Pier Paolo Pasolini.

Barbera e champagne (1966)

Un libro ripercorre la storia attraverso foto e lettere

«Se abbiamo già sperimentato quanto possa fare male una dittatura militare, non sappiamo ancora quanto possa fare male la dittatura della stupidità». È l’incipit de L’illogica utopia autobiografia per parole e immagini, la voce di Gaber raccolta in un volume a cura del fotografo Guido Harari, con la collaborazione della Fondazione che porta il suo nome.
La chitarra litigata con il fratello Marcello, i dettagli della prima generazione fuori dalla guerra, il perché della sua camminata particolare sul palco e di quell’atteggiamento dinoccolato: c’è tutto un mondo intorno al Gaber che è raccontato nel volume edito da Micromega. Un «Breviario irreligioso per liberi pensatori, l’illogica utopia».
Difetti, pregi, amici noti come Enzo Jannacci e Adriano Celentano, altri meno e il rapporto con la moglie Ombretta Colli. Trecento pagine per rivivere i primi passi della carriera fino alla notorietà. Dalla casa d’infanzia al palcoscenico diviso con Mina. Grazie agli appunti, ai testi inediti e alle interviste si può tracciare il segno della vita dell’artista.
La raccolta comprende ol­tre 400 fotografie, copertine rare, manoscritti, testi e documenti in gran parte inediti che ricostruisco­no il Gaber-pensiero e tutta la sua biografia. C’è perfino l’appunto della telefonata per il primo provino alla Ricordi, la discussione sulla scelta del nome da adottare.
Come direbbe Gaber: «C’è roba».

Io non mi sento italiano (2003)

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