Il ritorno di Giulio Tremonti, dal suo "Rinascimento" a Bankitalia

Il ritorno di Giulio Tremonti, dal suo “Rinascimento” a Bankitalia

26 Ottobre 2017 09.02
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L’ironia sottile e puntuta di Giulio Tremonti è sempre la stessa, come quell’occhio furbetto nascosto dietro gli occhiali che si abbassano di continuo, e che è costretto a tirar su. «Gestire il terzo debito pubblico del mondo come è stato fatto, prima che arrivasse il dottor Monti, è un’esperienza che ti prova duramente nella psiche e nel fisico».

«ALLE ELEZIONI CI PRESENTIAMO». L’ex plenipotenziario dell’Economia dei governi Berlusconi è riapparso sulla scena pubblica più agguerrito che mai, annunciando il suo ritorno alla politica attiva durante la seconda puntata di Roma InConTra. «Se ci saranno le elezioni ci presenteremo», risponde secco Tremonti a Enrico Cisnetto, «viviamo in un momento storico in cui ci sono troppi elementi di decadenza senza avere alle nostre porte nessun Rinascimento».

SOSTEGNO DI 137 PERSONALITÀ. Ed è proprio con il nome del periodo culturalmente più fervido della storia d’Italia che Tremonti ha voluto chiamare il movimento politico che lo vede in prima linea assieme a Vittorio Sgarbi. Rinascimento è anche il titolo del loro libro edito da Baldini&Castoldi, che assomiglia a un manifesto culturale e ideologico di un nuovo pensiero liberale, che ha già ricevuto il sostegno di 137 personalità del mondo della cultura, della tecnica, delle imprese e delle professioni.

I temi in cui Tremonti affonda il colpo sono tanti e spinosi: dall’eccesso di regole – «in Italia ogni anno si scrivono 12 chilometri di leggi illeggibili persino per gli autori, come il codice degli appalti del ministro Delrio» – alla “follia” di unire decentramento e federalismo, e di mettere il vincolo di bilancio in Costituzione rendendo l’Italia «l’unico Paese che ha una Costituzione esterna». Fino alla stoccata a Mario Monti, le cui cure definite salvifiche hanno in realtà portato alla decadenza «devastando il Paese e salvando con i nostri soldi le banche tedesche e francesi».

«CI PORTANO VIA PURE IL RISPARMIO». Insomma, Tremonti ne ha davvero per tutti e naturalmente non risparmia Renzi e il suo governo che «ha consentito la fuga, o l’acquisizione estera, delle nostre migliori imprese. Adesso, con l’unione bancaria, vogliono portarci via anche il risparmio». Rincarando la dose sul ministro Pier Carlo Padoan a proposito della spinosa vicenda della Banca d’Italia: «Tutti i protagonisti devono essere assolti per non aver compreso il fatto. Non sanno di cosa parlano!». Oltre non va, su Bankitalia. Forse avrebbe voglia di riabilitare Antonio Fazio, visto chi è venuto dopo, ma si trattiene.

Preferisce lasciare le briglie sciolte alla sua vis polemica, ritrovata o forse mai persa, così palese da domandarsi come possa conciliarsi con quella di un provocatore di professione come Vittorio Sgarbi. «Vittorio è il massimo dell’intelligenza in circolazione e noi non abbiamo mai litigato», replica Tremonti alla provocazione di Cisnetto, «io sono il diavolo e lui l’acqua santa, e poi abbiamo un accordo, lui si occupa di cultura e di arte, io fondamentalmente di niente!».

«POCHE COSE IN COMUNE CON IL PD». Sulla collocazione nello scacchiere politico di Rinascimento, Tremonti va per esclusione applicando dosi massicce di ironia: non con i cinque stelle («Quello è un albergo! Copyright Sgarbi») e neanche con il Partito democratico, «con cui francamente non credo di avere tante cose in comune, e la cosa mi angoscia!».

SOGGETTO SLEGATO DAI GRANDI PARTITI. Tremonti pare convinto che il suo progetto di ritorno sulla scena debba essere slegato dai grandi partiti, e che la cosa possa funzionare, specie se collocata all’interno di un’ipotetica coalizione di centrodestra, magari incaricata di formare il prossimo governo. Con Sgarbi alla Cultura e Tremonti all’Economia, naturalmente…

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