Il rosa batte la crisi

Unioncamere: imprese femminili in aumento del 2,1%.

Il rosa batte la crisi

Una “grande riserva” popolata da micro imprese che incidono sul tessuto nazionale solo per il 20% o 30% del totale. Ma che, in controtendenza rispetto all’andamento generale, dimostrano una maggiore solidità. È questo il quadro dell’imprenditoria femminile italiana che emerge dal secondo Rapporto nazionale Unioncamere.
1 MILIONE E 420 MILA IMPRESE. Alla fine del primo semestre 2010, le imprese “rosa” in Italia si attestavano su un milione e 420 mila, il 25% del totale (6 milioni e 100 mila unità). Nella maggioranza dei casi, si tratta di aziende di prima generazione (il 77,4% delle attività è nata tra il 1990 e il 2008) e di piccole dimensioni: nel 2008, il 97,4% di queste non contava più di nove addetti. Significativo è anche il dato relativo all’età. La donna italiana, mediamente, diventa titolare d’impresa a 54 anni: non esattamente nel periodo della giovinezza.
AZIENDE PIÚ STABILI. Ma va detto che le aziende a guida femminile, in questa fase critica dell’economica, stanno dimostrando maggiore stabilità rispetto a quelle maschili: tra il giugno del 2009 e quello del 2010, il loro numero è salito di 20 mila unità, pari al +2,1% mentre, nello stesso arco di tempo, le imprese maschili hanno fatto registrare un calo dello 0,4%. Ancora, tra il 2003 e il 2008, le aziende “rosa” sono cresciute di 110 mila unità, contro le 90 mila maschili. Anche se i passi in avanti ci sono, quindi, in termini assoluti la loro portata appare ancora limitata e non altera i sostanziali equilibri tra le forze in campo.

Un sistema sviluppato ma poco influente

Al Sud la quantità, al Nord la qualità. Guardando all’imprenditoria femminile dal punto di vista geografico, è nel Mezzogiorno che questa esprime la sua maggiore diffusione e incidenza. Nel Nord Italia, invece, sono presenti imprese dalle strutture più competitive e articolate rispetto a quelle del Sud, dove la donna crea attività “al minuto” e adotta modelli aziendali più tradizionali. In sostanza, a livello territoriale, quanto più il sistema imprenditoriale rosa è sviluppato ed evoluto, tanto meno influisce sul totale.
OLTRE 300 MILA AL SUD . Su un milione e 420 mila imprese rosa la maggioranza relativa, 355.700 unità, cioè il 25%, sono al Sud (e se al dato si sommano le Isole, la quota sale a 512.600 unità, cioè il 36%), seguito dal Nord-Ovest con 348 mila (24,5%) e dal Centro con 305 mila (21,5%). Fanalino di coda il Nord-Est, con 254 mila unità (17,9%).
REGIONI VIRTUOSE. Per quanto riguarda il tasso di femminilizzazione, cioè il peso relativo delle imprese rosa rispetto al totale, la media nazionale è del 23,3%.
A livello regionale, al primo posto figura il Molise (30,2%), seguito da Basilicata (27,9%) e Abruzzo (27,7%). La loro “virtuosità” viene ridimensionata dal fatto che le tre regioni, sommate, hanno solo 248 mila imprese: meno del 5% su base nazionale.
La Lombardia, ultima per quanto riguarda il tasso di femminilizzazione (20%), preceduta da Emilia Romagna (20,4%) e Trentino-Alto Adige (20, 6%), è però al contempo il territorio nel quale si registra il maggior numero in assoluto di imprese femminili, 192 mila, e la loro più alta incidenza (13,5%). Alle spalle della Lombardia seguono Campania e Lazio con, rispettivamente, 148 mila (10,5%) e 140 mila imprese (9,9%).

In Molise l’80% delle ditte individuali

Nord e Sud del Paese differiscono anche per quanto riguarda i modelli giuridici delle imprese femminili. Anche se in entrambi i casi quello più adottato è il modello individuale, va detto che è molto più diffuso nell’Italia Meridionale rispetto a quanto avviene nel Centro-Nord, dove le società di persone e le società di capitali si ritagliano uno spazio maggiore.
IL MODELLO INDIVIDUALE. Si tratta di differenze sostanziali, dal momento che le società individuali definiscono una realtà nella quale la donna punta a diventare titolare di se stessa, anche in ragione della mancanza di valide alternative lavorative sul suo territorio. Società di persone e di capitali rimandano invece all’esistenza di soci e, quindi, a un apparato aziendale strutturato.
L’80% IN MOLISE. Tra le imprese femminili, le ditte individuali costituiscono la maggioranza assoluta con il 60%. A livello regionale è il Molise a far registrare la percentuale più alta (80%) ma, più in generale, tutto il Sud si attesta al di sopra della media nazionale. A scendere sotto l’asticella del 60% sono alcune regioni nel Centro-Nord dal peso specifico determinante per il nostro sistema imprenditoriale, anche rosa: il Veneto (54%), il Lazio (52%) e la Lombardia (48%).
Le società di persone si attestano al 22,8% del totale e raggiungono le percentuali più alte in Trentino Alto Adige (32%), Lombardia (29,5%) e Veneto (28,9%). Le società di capitali, che nel raffronto giugno 2009-giugno 2010 hanno fatto registrare una crescita del 18%, esprimono la loro maggiore incidenza nel Lazio (26,3%) e in Lombardia (20,1%). La Sicilia, infine, è capofila nel segmento delle cooperative (4,6%).

Quasi il 30% delle aziende nel commercio

Le aziende rosa si focalizzano soprattutto sul commercio all’ingrosso e al dettaglio, settori che coprono il 29,2% del totale. Un dato che nell’Italia settentrionale si ferma al 26%, mentre in quella Meridionale sale al 33%. Al secondo posto c’è l’agricoltura, con il 17,8%, seguita dalle attività di ristorazione e dai servizi di alloggio (8,6%).
L’8% NEL MANIFATTURIERO. Nel tradizionale e nevralgico segmento manifatturiero, le ditte rosa si attestano sull’8,3%, una percentuale che raggiunge la doppia cifra in quattro regioni del Centro-Nord: Marche, Toscana, Veneto e Lombardia. Non va meglio nei settori delle costruzioni e delle attività immobiliari, entrambi al 4,5%, o nei servizi di informazione e comunicazione e nelle attività finanziarie e assicurative (1,9%).
UNA REALTÁ INESPRESSA. Dal Rapporto Unioncamere emerge quindi il profilo di un’imprenditoria femminile presente e attiva, che contribuisce all’economia del Paese ed esprime segnali di crescita, persino in controtendenza rispetto all’andamento generale. Ma che rappresenta comunque una componente minoritaria, sia in termini quantitativi che qualitativi. Il mondo delle aziende rosa si concentra e resta limitato ad alcuni settori e attività nelle quali è tradizionalmente radicato (nel campo della sanità e assistenza sociale la sua presenza è del 41%), ma non riesce a guadagnare quote considerevoli di mercato in segmenti dell’imprenditoria pesanti o in recente ascesa.