Il Sol Calante

Gea Scancarello
26/12/2010

Perché l'economia giapponese rischia il default.

Il Sol Calante

Nove ministri delle finanze affondati in meno di cinque anni. Uno dei quali, Shoichi Nakagawa, dato per suicida poco dopo le dimissioni. Lo storico sorpasso economico dell’antica rivale Cina, a lungo temuto e concretizzatosi nel terzo trimestre 2010. E ancora, un Prodotto interno lordo (Pil) che nel biennio nero della crisi ha bruciato il 6,4% del proprio valore.
Fotografia del Giappone, dal miracolo dei primi anni ’90 al baratro della stagnazione. Un decennio che ha trasformato la terra degli imperatori in materia di scommesse per analisti finanziari, aspiranti speculatori e autorità monetarie.
E infatti la domanda che circola oggi tra i bene informati è: «Quando?». Sottinteso: quando avverrà il fallimento del Sol Levante. In molti, a Bruxelles come a Washington, pensano che sia solo questione di tempo.
«È  come se il Titanic avesse già colpito l’iceberg. Si sa che è destinato ad affondare, solo non si capisce quanto tempo gli ci vorrà», ha scritto Vitaliy Katsenelson, monetarista di Denver, negli Stati Uniti. 

Dalla bolla alla stagnazione: dieci anni di passione

Dopo lo scoppio della bolla immobiliare e tecnologica, a metà degli anni ’90, il Giappone dei record ha iniziato la lenta discesa verso l’inferno di chi resta al palo mentre il resto del mondo – Asia in testa – corre.
Il tasso di crescita a doppia cifra della fine degli anni ’80 e dei primi ’90 si è spento in un ben più modesto 2% delle stagioni migliori (2007). Almeno fino a quando la crisi non ha gelato il Pil a -1,2 e -5,2% rispettivamente nel 2008 e 2009. Per il 2010, le previsioni ottimistiche tornano a parlare di +2,5%: in ogni caso una crescita non sufficiente a tirare l’economia fuori dal baratro.
DEBITO SENZA CONTROLLO. Nel tentativo di far ripartire i consumi, nell’ultima decade il governo di Tokyo ha abbassato le tasse e aumentato la spesa pubblica, facendo lievitare il debito, che oggi sfiora il 200% del Pil.
Per sostenerlo, le autorità hanno fatto affidamento alla proverbiale prudenza nella spesa dei nipponici, che hanno accettato senza problemi di acquistare titoli di Stato. Il rischio, tuttavia, era che i bond pagassero sempre meno per via della deflazione: oggi il tasso è inchiodato all’1,5%.
Bassissimo.
Eppure questo non è sufficiente a prevenire l’erosione delle entrate, già ridotte dal Pil negativo, anche a causa del tasso da pagare sui titoli pubblici: un quarto circa degli introiti dello Stato è infatti mangiato dagli interessi. L’unico modo per far fronte ai pagamenti è emettere nuovo debito: solo nel  2010, circa 603 miliardi di dollari. Un circolo vizioso da cui è molto difficile uscire.
FUORI GLI STRANIERI. Il che spiega perché il Sol Levante non affidi il proprio debito agli investitori esteri, come fanno altre potenze superindebitate, in primis gli Stati Uniti.
Il magazine on line americano Slate.com ha provato a fare i conti: per rendersi appetibile agli stranieri, il Giappone dovrebbe quantomeno raddoppiare i rendimenti offerti dai suoi titoli. Ma, in questo modo, se ne andrebbe in interessi la metà delle entrate. «Qualsiasi apprezzamento del rischio giapponese poterebbe i tassi a un livello che il governo non sarebbe in grado di ripagare», ha concluso  Dylan Grice, analista di Société Générale.
UN PAESE PER VECCHI. Già ora il quadro spaventa, ma diventa ancora più preoccupante se si considera l’invecchiamento progressivo della popolazione nipponica: il 22% ha più di 64 anni, e il tasso di crescita è negativo, pari a -0,2% annuo.
Come dire che quando i pensionati correranno in banca a ritirare i propri risparmi, nessuno ne avrà più da investire in titoli di Stato.

Dalla stagnazione all’iperinflazione: come la Germania Weimar

Un’altra strada per ripagare il debito esiste: stampare moneta. Lo hanno fatto molti Paesi in grande difficoltà, inclusa l’Italia degli anni 80, ma il precedente storico che fanno gli analisti in questo caso è particolarmente inquietante: la Repubblica di Weimar.
I tedeschi passarono dalla deflazione post prima guerra mondiale all’iperinflazione, quando la loro banca centrale inondò i mercati di cartamoneta: nel Sol Levante potrebbe andare in modo simile, ma non sarebbe una storia felice.
QUANTITATIVE EASING. Il deterioramento dei conti pubblici, insomma, è inevitabile. Eppure in molti ancora respingono lo scenario peggiore, affidandosi alle dichiarazioni governative.
Le autorità sostengono che l’economia è in ripresa (ma nel 2010 le esportazioni sono calate a causa dello yen forte) e che esistono sul tavolo diverse opzioni per far fronte all’emergenza.
Per esempio aumentare le tasse. Oppure delegare al sistema bancario l’acquisto dei bond non richiesti dai privati, una sorta di quantitative easing simile a quello portato avanti dagli Stati Uniti.
«Tutti si rendono conto della serietà dei problemi fiscali del Giappone, ma la gente tende a pensare che le cose non precipiteranno», ha commentato Grice.
TROPPO GRANDE PER IL BAIL OUT. C’è da sperarlo, ma i recenti avvenimenti di Grecia e Irlanda hanno dimostrato che le situazioni tendono a precipitare. Eccome.
E una volta che il problema è venuto allo scoperto, la crisi che spazza i mercati internazionali non può che accelerarlo. Con conseguenze imprevedibili: pur in tutta la sua debolezza, il Giappone resta la seconda economia mondiale. Salvarlo potrebbe essere uno sforzo eccessivo anche per le capacità del Fondo monetario internazionale.
LA PAURA DI WASHINGTON. Non a caso, tra i partner internazionali più preoccupati ci sono gli Stati Uniti. Per loro la crisi giapponese ha un risvolto psicologico non indifferente: al rischio di dover pagare per un mastodontico bail out, si somma la paura di fare la stessa fine.
Il Giappone ha infatti pensato di poter gestire il proprio debito mantenendo felicemente il tasso sui bond basso, ma così hanno fatto pure gli States. E se la strategia si rivelasse sbagliata, anche a Washington potrebbe arrivare la grande paura.