Il tea party? Troppo moderato

Gea Scancarello
15/10/2010

Il leader dei libertari Usa non crede al progetto Palin.

Il tea party? Troppo moderato

L’avanguardia del Tea party italiano (oggi uno sparuto gruppetto di studenti bocconiani molti intrisi di liberismo, ma magari crescerà) lo ha accolto come l’affabile maestro da cui imparare lezioni preziose. Per onore del vero, però, Jim Lark, ex presidente del Libertarian party americano e attualmente membro della sua direzione, ha un solo messaggio cui fare da megafono, e di quelli per cui in Italia si viene bollati a vita come eversivi. «Il governo non ha l’autorità morale né legale per decidere come spendere i nostri soldi. Non è stabilito dalla Costituzione, e quello che non è nella Costituzione non si può fare».
Si parla di Stati Uniti, ovviamente. Ma anche lì l’idea non deve aver fatto granché presa prima dell’arrivo del Tea party, il movimento anti-tasse e anti-Washington guidato dalla ex candidata alla vicepresidenza Sarah Palin, considerato che in questo momento i libertari non hanno nemmeno un eletto al Congresso.
L’arrivo della corazzata della Palin era dunque inizialmente suonata come una riscossa. Quando il movimento ha fatto sapere di più sulle proprie idee economiche, però, gli uomini di Lark un po’ sono rimasti delusi: per i loro gusti, troppo moderate.
Domanda. Moderate?
Risposta. Sì, per molti versi sì. Almeno, per quelli che interessano a noi.
D. Sarebbero?
R. Gli aspetti economici. Il nostro partito ritiene che la Carta delimiti in modo ben preciso le funzioni del governo federale: dovrebbe limitarsi a proteggere i nostri diritti senza imporci tasse, spese e assicurazioni. Il Tea party è “d’accordo a metà”, non si sbilancia.
D. Ci faccia un esempio concreto.
R.  La social security (sistema previdenziale, ndr). Il Tea party non la approva, ma visto che già esiste si limita a dire: cerchiamo di minimizzarne il ruolo e l’impatto. Noi vogliamo cancellarlo. Oppure la riforma sanitaria recente.
D. Kapput pure quella?
R. Da cancellare, sì. Ma il Tea party non avrà il coraggio di chiederlo; d’altra parte loro si appoggiano ai repubblicani, non essendo un vero e proprio partito ma solo un movimento, e alcuni repubblicani la riforma l’hanno votata. Non oseranno mai fino a quel punto.
D. Per curiosità, se passasse la vostra linea, chi si prenderebbe cura degli ammalati poveri?
R. La società civile: crediamo che esistano organizzazioni, per esempio quelle religiose, che possono coprire questo aspetto, senza gravare sui contribuenti. Ma, ripeto, questa è la posizione dei libertari; il Tea party non si espone in questo modo, sono più pronti ad adattarsi allo status quo limitandone i danni: infatti la loro battaglia si combatte tutta sulla riduzione delle tasse e della spesa federale.
D. Sul resto delle questioni in agenda, per esempio la politica estera l’immigrazione, qual è la posizione di Palin e co?
R. Non hanno una posizione definita, perché sono singole personalità che si sono affiliate per un unico obiettivo economico. Su tutto il resto possono divergere. E credo che in effetti questo succederà.
D. Con quali conseguenze?
R. Se eletti i candidati teapartisti potrebbero non essere d’accordo sulla maggior parte delle cose al congresso.
D. E quindi? Il movimento rischia di non durare?
R. Non sono in grado di dirlo, la mia è un’osservazione politica. Certo, la mia valutazione personale è che sono divise su troppe cose per avere realmente successo.
D. Crede che saranno eletti?
R. Sarà una consultazione davvero sul filo del rasoio. Alcuni credo di sì, ma altri potrebbero avere una sorpresa alle urne. Difficile però esserne sicuri;  in  America si dice: “Le previsioni son difficili. Specialmente quando si parla del futuro”.