Il tempo si è fermato a Gaza

Federica Zoja
24/12/2010

A due anni da Piombo fuso nulla è cambiato.

Il tempo si è fermato a Gaza

di Federica Zoja

Secondo anniversario dell’operazione militare israeliana Piombo fuso a Gaza (27 dicembre 2008 – 18 gennaio 2009), campagna lanciata dalle forze armate di Tel Aviv per colpire l’amministrazione di Hamas nella Striscia. Due anni passati inutilmente, si potrebbe dire riscontrando il permanere delle medesime tensioni fra Israele e la Striscia; le condizioni di vita ancora critiche per 1 milione e mezzo di cittadini palestinesi gazawi; la chiusura al dialogo fra le fazioni palestinesi di Hamas, che controlla Gaza, e Fatah, che invece amministra la Cisgiordania.

Onu: Piombo fuso causò 1.400 vittime

Obiettivo dichiarato dal governo israeliano con l’operazione Piombo fuso è stato quello di neutralizzare il movimento di resistenza palestinese, che a partire dal 2001 ha bersagliato il Sud del Paese con il lancio di razzi qassam che hanno provocato la morte di 15 persone e il ferimento di centinaia di civili. Grazie alla mediazione dell’Egitto, per sei mesi a partire dal 19 giugno 2008, Hamas è riuscito a imporre alle proprie frange più oltranziste di sospendere i lanci. Poi, appena scaduta la tregua (la tahdia, in arabo), secondo Israele i qassam hanno ricominciato a piovere sui villaggi a ridosso del confine. Secondo i palestinesi, invece, la tregua è stata rotta da Tzahal, esercito di Israele, il 4 novembre 2008 con l’uccisione di sei militanti e con il blocco dei convogli umanitari. Gli attacchi aerei dell’inizio di novembre fecero complessivamente 19 vittime.
DUE POPOLI, DUE VERSIONI. Nei circa 20 giorni di campagna militare sulla Striscia, che ha una superficie di 360 km quadrati, le vittime palestinesi sono state più di 1.400 secondo la commissione delle Nazioni Unite che ha indagato su Piombo fuso dalla fine dell’operazione fino al settembre 2009. La missione Onu, presieduta Da Richard J. Goldstone, ex giudice costituzionale del Sud Africa e membro del Consiglio scolastico dell’Università di Gerusalemme, ha preso in considerazione l’intera campagna militare, formata da bombardamenti aerei e invasione terrestre. Secondo Tel Aviv, il bilancio è stato di 1.166 vittime e «l’esercito ha trattato con i guanti di velluto i civili palestinesi». Israele non ha accettato la relazione Goldstone, che ha riconosciuto violazioni dei diritti umani da entrambe le parti, ma ha concentrato le proprie critiche soprattutto nei confronti di Tel Aviv. Il rapporto è stato approvato con 25 Stati a favore, 11 astenuti e sei contrari.
Numerosi osservatori politici hanno messo in relazione Piombo fuso con le elezioni israeliane del 10 febbraio 2009 e l’interesse dei principali schieramenti politici (Kadima, Likud e Laburisti) a risultare fermi nei confronti di Hamas agli occhi degli elettori.  

L’incubo di un’altra operazione nella Striscia

Da oltre un mese i raid israeliani si sono intensificati sia a nord che a sud della Striscia di Gaza, in risposta, secondo quanto dichiarato dai vertici militari israeliani, ai razzi lanciati alle comunità che vivono lungo il confine e agli attacchi contro le truppe, sempre presenti lungo e dentro Gaza.
Secondo Al Jazeera, che ha seguito da vicino il crescendo della tensione, attacchi sono stati condotti su Khan Younis, sul campo profughi di Jabailya e sui centri abitati di Beit Lahya, Beit Hanoun e Zeitoun.
Il capo dell’esercito israeliano Gabi Ashkenazi ha definito i raid «volti a colpire obiettivi di Hamas, alla luce dell’aumento del lancio di qassam sulle comunità lungo il confine e contro o le truppe israeliane», ma secondo fonti gazawi i razzi sono stati sparati da militanti del Jihad islamico e di altri gruppi estremisti.
LA STAMPA SOSTIENE L’ESERCITO. Gli editoriali apparsi sulla stampa israeliana nella seconda metà di dicembre (per esempio scritti da Avi Issacharoff e Amos Harel) hanno puntato tutti in una sola direzione: enfatizzare il ruolo di Hamas nell’organizzazione dei lanci, dare l’impressione di cercare una soluzione pacifica, ma di non poter evitare il ricorso alle armi nella Striscia. E forse, in questo modo, preparare l’opinione pubblica a una nuova operazione militare. A questo proposito, l’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite Meron Reuben ha presentato il 23 dicembre un appello ufficiale al segretario generale Onu Ban Ki-Moon e al Consiglio di sicurezza in merito al lancio di un razzo sull’area di Ashkelon, chiedendo alla comunità internazionale di inviare «un messaggio chiaro e risoluto» al governo di Hamas.
Intanto, solo nel mese di novembre, secondo il rapporto mensile dell’Ufficio di coordinamento umanitario delle Nazioni Unite nei territori (Ocha), i civili palestinesi feriti sono stati 26, di cui 18 lungo il confine. Tra questi contadini e anche ragazzi che cercavano pezzi di asfalto, metallo e cemento lungo il confine per rivenderli.

Il blocco alleggerito solo parzialmente

L’alleggerimento parziale del blocco imposto a Gaza non ha modificato sostanzialmente l’economia della piccola lingua di terra bagnata dal Mar Mediterraneo. Secondo l’Onu, c’è un immediato bisogno di almeno 86 mila case. Una crisi abitativa difficilmente risolvibile, visto il blocco che interessa i materiali da costruzione e il divieto, per le agenzie internazionali, di utilizzare materiali contrabbandati attraverso i tunnel con l’Egitto.
INDUSTRIE CHIUSE. Al momento, il 95% degli stabilimenti industriali esistenti nella Striscia risulta chiuso, impossibilitato a importare le materie prime necessarie alla produzione oppure a esportare il frutto del proprio lavoro (l’export è ancora vietato). Di conseguenza, la metà della popolazione è disoccupata e quattro famiglie su cinque dipendono da aiuti umanitari (dati del Palestinian center for human rights).
L’alleggerimento dell’embargo israeliano, con andamento irregolare, riguarda medicine e derrate alimentari è stato disposto dopo l’assalto israeliano del 31 maggio 2010 ai danni di un convoglio umanitario di sei imbarcazioni, la ‘Gaza freedom flotilla’, al largo delle coste della Striscia. Nell’attacco sono morti nove attivisti.

I paradossi della partnership con l’Ue

In netta contraddizione con la rigidità del blocco israeliano su Gaza, l’Unione europea ha annunciato il 22 dicembre l’avvio dei negoziati con l’Autorità nazionale palestinese per la liberalizzazione degli scambi commerciali con Gaza e la Cisgiordania aventi per oggetto prodotti agricoli e ittici, come previsto dagli accordi di Barcellona (2005). Gli accordi saranno validi per dieci anni, durante i quali i prodotti palestinesi non saranno sottoposti a tassazioni all’ingresso sul mercato europeo.
GAZA TAGLIATA FUORI DALLA CRESCITA. Per l’Ue, quello palestinese è il partner più piccolo in assoluto, per uno scambio annuale (2009) di 56,6 milioni di dollari, di cui 50,5 di export europeo e appena 6,1 di export palestinese, in massima parte di prodotti agricoli.
I negoziati hanno l’obiettivo di rilanciare l’economia nei Territori, creando la base per un’autonomia economica futura. Non solo: l’Ue intende introdurre dei meccanismi di controllo che permettano di distinguere senza ambiguità fra aziende palestinesi al 100% e aziende israeliane che si avvalgono di personale palestinese oppure producono in territorio palestinese occupato o, ancora, comprano sottocosto prodotti palestinesi e li rivendono.
AIUTI PER 100 MILIONI DI EURO. Ma il blocco dell’export imposto dagli israeliani alla Striscia (oltre al divieto di pesca) sbarra la strada a qualsiasi opportunità di crescita economica a Gaza. Finora, solo un accordo mirato con l’Olanda ha permesso a Gaza di esportare fragole e fiori verso l’Ue. Così, la cooperazione Autorità palestinese-Ue rischia di non riguardare 1,7 milioni di palestinesi gazawi, su circa 5 milioni. Per il 2011, la Commissione europea ha stanziato un pacchetto finanziario iniziale di aiuti di 100 milioni di euro.