Il vertice sui migranti segna un punto a favore dell’Italia

Armando Sanguini
29/08/2017

Il risultato non sta certo nella “rivincita” su Parigi come qualche osservatore ha voluto sottolineare, bensì nel riconoscimento tributato da Francia, Germania e Spagna alla strategia politica portata avanti dal nostro Paese. 

Il vertice sui migranti segna un punto a favore dell’Italia

È passata molta acqua sotto i ponti da quando Emmanuel Macron è riuscito a riunire a Parigi Fayez Serraj e Khalifa Haftar, i due maggiori contendenti libici. Era la fine di luglio e il presidente francese aveva posto molta enfasi sulla celebrazione dell’evento: indicando ad esempio nei due ospiti «un potenziale simbolo per la riconciliazione e la pace» e definendo «un documento storico» la dichiarazione congiunta (ma non firmata) letta al termine dell’incontro, che abbozzava un percorso di pacificazione suscettibile di portare il Paese a delle elezioni generali e dunque a una stabilizzazione interna. Macron aveva avuto il merito di seguire la traiettoria (cessate il fuoco ed elezioni) già adombrata nel precedente incontro promosso da Dubai dopo gli analoghi tentativi, falliti, di Cairo e Mosca. Aveva soprattutto ufficialmente legittimato il generale Haftar, il cosiddetto uomo forte di Tobruk, sostenuto da Egitto e Russia, Emirati e altri (tra cui Francia e Regno Unito) ma privo di riconoscimento ufficiale a livello internazionale (a differenza del Parlamento di Tobruk) se non quello della sua forza militare.

LA STRATEGIA DI MACRON. Macron aveva avuto il merito di chiamare all’evento anche Ghassan Salamè, il Rappresentante in pectore per la Libia del Segretario generale delle Nazioni Unite. Aveva dovuto soprattutto prendere atto del fatto che la sua sortita in solitario, ancorché di forte impatto politico-mediatico, avrebbe avuto il fiato corto se non fosse stata prontamente integrata e sviluppata in un contesto di interazione e di collaborazione più ampio, quello del 28 agosto, per l’appunto, allargato ai Paesi maggiormente impegnati, politicamente e gestionalmente, sul versante migratorio. Contesto che chiamava in primis l’Italia e poi la Germania e la Spagna e che poi si è andato allargando all’Unione europea, interlocutore chiave sulla questione, e infine ai Paesi africani più direttamente coinvolti negli itinerari dei migranti, richiedenti asilo e non, diretti in Europa.

LA CONCRETEZZA ITALIANA. Macron ha capito subito, o subito dopo averlo realizzato, che aveva fatto il passo più lungo della gamba e che, pur non rinunciando affatto a una robusta concorrenzialità, avrebbe investito meglio i suoi denari politico-diplomatici mostrando attenzione e rispetto per un’Italia che, a dispetto dei nostri masochisti patrioti dell’ultima ora, stava lavorando con pacata ma con ben più fattiva determinazione e concretezza nel ginepraio del dossier migratorio; tessendo con metodo e pazienza un ampio reticolo di rapporti più impegnativi e produttivi; cominciando dall’Unione europea, naturalmente, per arrivare alle autorità libiche, da Haftar alla Guardia costiera alle tribù del Sud del Paese, passando per i Paesi africani limitrofi, e concludendo con le Ong, italiane e straniere, impegnate a salvare le vite dei giranti in mare.

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Un’azione a 360 gradi che ha visto anche un’attenzione crescente verso l’Unhcr e l’Oim (Organizzazione internazionale delle migrazioni) nella prospettiva della realizzazione di centri di ricollocamento (malamente definiti hotspot) rispettosi dei più elementari diritti della persona; gli stessi che Macron aveva sbrigativamente quanto superficialmente annunciato di rapida apertura, in Libia come in Niger e in Ciad. Vi sono stati ritardi, sbavature, errori da parte italiana? Certamente, ma certamente Roma ha ricevuto dall’Unione europea molto meno di quanto abbia dato e alla fine il suo approccio sta in qualche modo pagando. Pensiamo alle reiterate espressioni di sostegno della cancelliera Angela Merkel, ai passi in avanti compiuti con la Commissione di Bruxelles, al mutato atteggiamento di Haftar, all’accordo con le 14 municipalità libiche, eccetera.

RICONOSCIUTO LO SFORZO DI ROMA. Ebbene, questo vertice di Parigi del 28 agosto deve molto alla collaborazione dell’Italia: ne è stata una dimostrazione plastica l’obbligata quanto ostentata cordialità con cui Macron ha accolto il nostro Presidente del Consiglio così come il suo apprezzamento per la politica svolta nei riguardi della Libia. Ma ciò che più conta è il risultato di questo vertice che non sta certo nella “rivincita” dell’Italia su Parigi come qualche osservatore ha voluto sottolineare, bensì nel riconoscimento tributato da Francia, Germania e Spagna alla strategia politica portata avanti dal nostro Paese nel difficile e nevralgico equilibrio tra accoglienza e salvataggio in mare, controllo dei flussi e loro sottrazione ai trafficanti di persone, giustamente qualificati come terroristi, sostegno ai Paesi d’origine e di transito così come alle comunità locali alle quali occorre assicurare un’alternativa appetibile al lucro sui migranti. Una strategia che comincia a trovare crescente riscontro tra i Paesi che compongono il perimetro attualmente più sofferto dei flussi migratori del Mediterraneo centrale, cioè Libia, Niger e Ciad, opportunamente invitati a questo vertice parigino assieme all’Alto Rappresentante della Ue, Federica Mogherini.

UN ULTERIORE PASSO IN AVANTI. Questa strategia ha visto i suoi esordi nel vertice de La Valletta e richiederà ancora tanto lavoro, soprattutto in termini di europeizzazione della gestione del grande fenomeno strutturale che i flussi migratori rappresentano, ben oltre i Paesi presenti a Parigi e in termini di equilibrio degli oneri tra Unione europea e Unione Africana. Strategia che soffre del buco nero dell’emigrazione “economica”, espressione tanto cinica quanto equivoca, rispetto al quale si è appena iniziato a balbettare opzioni di politiche strutturali degne di questo nome. Il vertice di Parigi del 28 agosto non ha dunque segnato alcuna “svolta storica” ma ha consentito di compiere un ulteriore passo avanti nella direzione giusta e di farlo nella consapevolezza delle pesanti problematicità insite nelle rotte saheliane che si è appena cominciato a scalfire; delle obiettive difficoltà di risposta politica e di sicurezza che i governi dei Paesi più direttamente interessati, quali ad esempio Niger e Ciad, sono in grado di assicurare, per non parlare del Mali, tra gli altri; dell’ancora caotica frammentazione del potere territoriale in cui versa la Libia di cui questa volta Macron ha dovuto accettare la rappresentanza ufficiale di Serraj al quale aveva appaiato indebitamente Haftar nel vertice del mese scorso.

Intendiamoci, tutti o quasi sono convinti che occorra assicurare un ruolo a questo antagonista di Serraj per facilitare il processo di stabilizzazione, ma questo convincimento è prodotto e alimentato da semplice realismo politico, non certo dal riconoscimento di meriti speciali acquisiti da questo discutibile personaggio: d’altra parte si sa che la logica degli interessi e della forza collide non di rado con quella della legittimità. Il vertice del 28 agosto sarà ricordato anche per la determinazione con la quale Merkel ha sottolineato l’esigenza della revisione del sistema Dublino, condivisa peraltro anche da Macron. La revisione si impone, ha significativamente dichiarato la cancelliera, «perchè il sistema vigente, stante la mancanza di solidarietà tra i membri, penalizza ingiustamente i Paesi di primo sbarco».

GENTILONI PUÒ ESSERE SODDISFATTO. Ma questo vertice dovrà essere ricordato per il generale tributo di apprezzamento riversato sul governo italiano per il metodo e il merito della sua politica migratoria, resa ardua dalla scarsa compartecipazione ricevuta dalla generalità dei Paesi membri e dalla debolezza della stessa Commissione. Il premier Paolo Gentiloni può ritenersi soddisfatto ed è da apprezzare la cura con la quale ha evitato di dare anche solo l’impressione di essere stato un pò il protagonista di questo vertice, di dare per scontato l’esito della revisione di Dublino e soprattutto di sopravvalutarne i risultati.

PROGRESSI DA VALUTARE. Macron dal canto suo mi è parso svolgere con diligenza il suo compito di capo dello Stato ospite, attenendosi, forse sotto l’influsso del suo crollo di popolarità, a uno stile sobrio, più apprezzabile di quello magniloquente col quale ha fatto il suo esordio in Europa. Merkel ha dato una lezione di stile e di etica politica tornando a difendere con fermezza, a poche settimane dal voto, la scelta fatta a suo tempo a favore dei rifugiati siriani. Il premier spagnolo Mariano Rajoy, dal canto suo, si è offerto di ospitare il prossimo vertice tra la fine di ottobre e novembre. Sarà interessante vederne il formato e soprattutto misurare i progressi compiuti da adesso ad allora nella gestione congiunturale e strutturale del fenomeno migratorio. Auspicabilmente nel segno della legalità ma anche della capacità dell’accoglienza e della convivenza.