Il caso Salis usato per sfilare Orban a Meloni: la strategia di Salvini nello schema conservatori contro sovranisti

Andrea Muratore
01/02/2024

La Lega, anche per bocca dell'eurodeputata Ceccardi, difende il premier ungherese sulla vicenda della maestra italiana incatenata. È una risposta a Giorgia che vuole attrarre Marine Le Pen nel suo gruppo Ecr. Così il Carroccio continua a fare opposizione interna e a Strasburgo si sposta sempre più verso la destra estrema.

Il caso Salis usato per sfilare Orban a Meloni: la strategia di Salvini nello schema conservatori contro sovranisti

Matteo Salvini le sta provando tutte per convincere Viktor Orban a mollare la direzione che lo sta gradualmente portando a intercettare le strade del gruppo dei Conservatori e riformisti europei (Ecr) che ha Giorgia Meloni come presidente. Il caso Ilaria Salis lo certifica: il Carroccio ha dimostrato, per usare un eufemismo, scarsa empatia verso l’insegnante italiana sotto processo a Budapest e portata incatenata in tribunale. I leghisti sembrano confondere i piani, dimenticando che nel quadro del processo Salis non è tanto la colpevolezza o meno della 39enne brianzola per le accuse di aggressione a dei nazifascisti durante un corteo anarchico contro Orban a fare la differenza, quanto il desolante quadro di diritti umani e garanzia dei detenuti che emerge dal trattamento a cui è sottoposta.

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Giorgia Meloni con Viktor Orban (Imagoeconomica).

Ordine pubblico, lotta agli scioperi, evasione: le battaglie reazionarie della Lega

La Lega però è salita con decisione sul carro di Orban e del suo sistema politico-giudiziario. I salviniani non apprezzano le ipocrite prese di distanza del “San Tommaso” meloniano Francesco Lollobrigida, che «non ha visto le immagini». Stanno, senza neanche sforzarsi troppo di nasconderlo, con Orban. L’obiettivo non è solo marcare il sorpasso “a destra della destra” di un partito il cui segretario, un tempo Capitano, si sta intestando ogni battaglia dal vago sapore reazionario, dal giro di vite sull’ordine pubblico alla lotta agli scioperi, passando per il corteggiamento degli evasori. Ma anche aprire a Orban le porte del gruppo Identità e democrazia che sull’onda del boom elettorale di Alternative für Deutschland in Germania, del Rassemblement National in Francia e del Partito delle libertà in Olanda è in predicato di staccare Ecr come terzo gruppo europeo. Se l’assetto politico resterà questo.

Marine Le Pen in bilico sul futuro ruolo del suo partito

Il Rassemblement National di Marine Le Pen infatti è stato più volte dato in bilico sul suo futuro ruolo come partito pivot del gruppo Identità e democrazia. La sensazione nei palazzi di Strasburgo è che la linea dei sovranisti sia sostanzialmente ostaggio delle lune della Lega, che detiene la pattuglia parlamentare più ampia oggi, e della visibilità di Afd. In altre parole, che si debba mettere in conto un altro quinquennio di totale isolamento per le posizioni, ritenute impresentabili dall’establishment europeo, di molti membri del gruppo Id. La notevole spinta filo-russa di partiti come la Lega di Salvini e Afd, le posizioni sulla “ri-migrazione” dei sovranisti tedeschi e la dichiarata volontà di andare al muro contro muro contro il centrodestra popolare qualora si riproponesse l’inevitabile coalizione coi socialisti sono suonati come un campanello d’allarme tanto per i meloniani quanto per i lepenisti. Che mirano a promuovere in Francia lo stesso percorso di avvicinamento al governo sdoganato da Giorgia Meloni.

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Matteo Salvini e Marine Le Pen (Imagoeconomica).

La partita, dunque, è su più dimensioni: Meloni sta mandando palesi messaggi a Le Pen per iniziare un distacco da Id e avvicinarsi all’Ecr, che con i seggi del Rassemblement (almeno una ventina) potrebbe dopo le Europee consolidarsi, al netto del calo relativo dei polacchi di Diritto e giustizia, dei cechi di Ano e degli spagnoli di Vox. D’altro canto Salvini risponde lisciando il pelo a Orban in una fase in cui, sulla scia delle polemiche del leader magiaro sugli aiuti all’Ucraina, in Ue la posizione di Budapest inizia a essere di decisa opposizione interna, anche se gli ungheresi alla fine hanno fatto cadere il veto (in cambio di cosa?) sul pacchetto aggiuntivo di 50 miliardi per Kyiv.

Salvini insiste sulla retorica dell’Europa dei burocrati, dei banchieri, delle élite…

Il caso Salis serve alla Lega a ricordare a Orban che per i sovranisti il fondatore di Fidesz, partito reietto dalla galassia popolare, è uno di loro. A mostrare che lo Stato di diritto non è un presupposto per essere inseriti nell’universo sovranista. La Lega, Afd e Orban, del resto, da tempo hanno intensificato la loro retorica puramente oppositiva: c’è l’Europa dei burocrati, dei banchieri, delle élite che minaccia i popoli innocenti. E c’è, ovviamente, l’euro-sinistra trasversale alla grande coalizione Ppe-socialisti che ruba il futuro dei popoli.

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Matteo Salvini in Ungheria con Viktor Orban (Imagoeconomica).

Ceccardi difende la linea Orban pure sull’Ucraina

Nella giornata del 30 gennaio, mentre Salvini attaccava Ursula von der Leyen, la sua eurodeputata Susanna Ceccardi sentenziava sul caso Salis: «Ogni stato ha le sue pecche, in Ungheria la magistratura è controllata dal governo, in Italia dalle correnti. Oggi l’Ungheria è sicura, cresce». La politica toscana, di cui si ricorda il profondo paragone tra migranti e chihuahua come emblema della sua visione del mondo, ha in sostanza avallato la linea Orban. Posizioni nette che certificano la spinta estremista di cui il gruppo parlamentare a Strasburgo si fa interprete. E a cui vanno aggiunte le ancor più emblematiche parole dette sul Paese di Zelensky: «La posizione di Orban sulla revisione ai fondi all’Ucraina anno per anno è una posizione di buon senso», ha sottolineato Ceccardi.

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L’eurodeputata leghista Susanna Ceccardi (Imagoeconomica).

Ed è qui che si consuma il vero punto di caduta sulla differenza tra i due gruppi: Id mira a contestare l’Europa su ogni terreno e applica, da destra, quell’intersezionalità che critica nei movimenti di sinistra e woke. L’esaltazione da parte di Orban della protesta dei trattori cavalcata da Afd in Germania e dalla Lega a Strasburgo (per evitare il reato di “lesa Coldiretti” in Italia) va di pari passo con gli appoggi leghisti e dei sovranisti d’Europa alle politiche scettiche sul contrasto alla Russia. Tutto questo mentre si aspetta che il vento nuovo da oltre Atlantico porti buone notizie sotto forma del ritorno alla Casa Bianca del biondo ciuffo di Donald Trump.

Salis è “sacrificabile” per meri calcoli di tornaconto politico

In Europa c’è chi, con astuzia, da destra vuole evitare di farsi risucchiare in battaglie puramente di retroguardia e, per cinismo e ambizione, guarda al medio-lungo periodo. Su questo fronte può consumarsi la partita incrociata che vede Meloni cercare di sfilare Le Pen a Salvini e alleati e questi ultimi in gamba tesa su Orban. Leader corteggiato, paradossalmente, in primo luogo da chi, come Ecr, ha un’agenda su molti temi (dall’economia alla Russia) radicalmente opposta a quella del premier magiaro. Che però riesce a essere centrale nella mediazione europea, con un complesso sistema di veti, minacce, ricatti e giochi astuti. Quelli che Id vorrebbe continuare a fare in Europa. Ilaria Salis, per la Lega, in quest’ottica è enormemente “sacrificabile”. A Meloni l’onere di rappresentare lo Stato e le richieste a Orban. Al partito di Salvini, ormai opposizione interna a un governo di cui è parte integrante, l’obiettivo di usare la vicenda come ennesimo distinguo. E come perno per fare un passo ulteriore verso la destra estrema.