Ilva, «Attività inquinante voluta dalla proprietà»

Redazione
20/08/2012

Il governo Berlusconi sapeva, l’Ilva pure, ma niente è stato fatto per fermare lo scempio. Anzi, secondo il tribunale del...

Ilva, «Attività inquinante voluta dalla proprietà»

Il governo Berlusconi sapeva, l’Ilva pure, ma niente è stato fatto per fermare lo scempio. Anzi, secondo il tribunale del Riesame, che il 20 agosto ha depositato le motivazioni del provvedimento di sequestro degli impianti a caldo, il «disastro» prodotto a Taranto è stato «determinato nel corso degli anni, sino ad oggi, attraverso una costante reiterata attività inquinante posta in essere con coscienza e volontà, per la deliberata scelta della proprietà e dei gruppi dirigenti».
«DISASTRO DOLOSO». Le modalità di gestione sono state tali da produrre un ‘disastro doloso’, con «azioni ed omissioni aventi una elevata potenzialità distruttiva dell’ambiente (…), tale da provocare un effettivo pericolo per l’incolumità fisica di un numero indeterminato di persone».
Proprietà e gruppi dirigenti «che si sono avvicendati alla guida dell’Ilva», secondo i giudici del tribunale del riesame di Taranto, «hanno continuato a produrre massicciamente nella inosservanza delle norme di sicurezza dettate dalla legge e di quelle prescritte, nello specifico dai provvedimenti autorizzativi».
«VIOLATI OBBLIGHI PRECISI». In un’altra parte del loro provvedimento i giudici del Riesame, sullo stesso tema, hanno annotato: «Dalle varie parti dello stabilimento vengono generate emissioni diffuse e fuggitive non adeguatamente quantificate, in modo sostanzialmente incontrollato e in violazione dei precisi obblighi assunti dall’Ilva, nella stessa Aia e nei predetti atti d’intesa, volti a limitare e ridurre la fuoriuscita di polveri e inquinanti».
«EMISSIONI NOCIVE CONTINUATE». I giudici ritengono che «le emissioni nocive che scaturivano dagli impianti, risultate immediatamente evidenti sin dall’insediamento dell’attuale gruppo dirigente dello stabilimento Ilva di Taranto, avvenuto nel 1995, sono proseguite successivamente», nonostante una condanna definitive per reati ambientali.
Inoltre, nonostante i «molteplici» impegni assunti dall’Ilva con le pubbliche amministrazioni per migliorare le prestazioni ambientali del siderurgico, i dirigenti dello stabilimento non hanno mai assolto agli obblighi.

«Disastro eliminabile soltanto con misure imponenti»

Il disastro ambientale doloso prodotto dall’Ilva è «ancora in atto e potrà essere rimosso solo con imponenti e onerose misure d’intervento, la cui adozione, non più procrastinabile, porterà all’eliminazione del danno in atto e delle ulteriori conseguenze dannose del reato in tempi molto lunghi», ha scritto il Riesame.
«PRODUZIONE SOLO SE ECOCOMPATIBILE». L’Ilva deve, da un lato, eliminare «la fonte delle emissioni inquinanti (con la rimodulazione dei volumi di produzione e della forza occupazionale)», dall’altro «provvedere al mantenimento dell’attività produttiva dello stabilimento», solo dopo averla resa compatibile con ambiente e salute.
Resta comunque in piedi lo stop definitivo della produzione: «Lo spegnimento degli impianti rappresenta, allo stato, solo una delle scelte tecniche possibili», ha scritto il tribunale del Riesame.
«LO SPEGNIMENTO NON LO DECIDE IL TRIBUNALE». Se occorra fermare gli impianti è da decidersi «sulla base delle risoluzioni tecniche dei custodi-amministratori».
Il Riesame ha precisato: «Non è compito del tribunale stabilire se e come occorra intervenire nel ciclo produttivo (con i consequenziali costi di investimento) o, semplicemente, se occorra fermare gli impianti, trattandosi di decisione che dovrà necessariamente essere assunta sulla base delle risoluzioni tecniche dei custodi-amministratori, vagliate dall’autorità giudiziaria».
Anche perché dallo spegnimento degli impianti Ilva, da cui potrebbe derivare la «compromissione irrimediabile della funzionalità», discendono «importanti ricadute» che vanno ad intaccare interessi, pure costituzionalmente rilevanti, quali la «tutela d’impresa produttiva» e «tutela dell’occupazione di mano d’opera».
Hanno scritto i giudici: «Non si tratta certo di operare compromessi fra questi ultimi ed i primari interessi alla vita, alla salute e alla integrità ambientale, assolutamente preminenti, quanto piuttosto di individuare quelle soluzioni che, nel giungere alla cessazione delle emissioni inquinanti, consentano di pregiudicare il meno possibile gli ulteriori interessi in gioco».
Anche il ministro Clini è preoccupato dagli effetti che potrebbe avere lo spegnimento degli impianti, e ha invitato l’Ilva a fare la sua parte, investendo sulla tecnologia per evitare la chiusura.
«NO ALL’ARRESTO DEI CAPIAREA». Nei confronti del patron dell’Ilva, Emilio Riva, di suo figlio Nicola e del direttore dello stabilimento, Luigi Capogrosso, gli arresti domiciliari disposti dal gip Patrizia Todisco il 26 luglio vengono confermati dal tribunale perché a loro carico sono sussistenti sia i gravi indizi di colpevolezza sia le esigenze cautelari, pericolo di fuga escluso.
A carico degli altri capiarea del Siderurgico arrestati – Marco Andelmi, Angelo Cavallo, Ivan Dimaggio, Salvatore De Felice e Salvatore D’Alò – la misura è stata annullata per la mancanza delle sole esigenze cautelari.