I numeri dell'Ilva, gigante malato d'Europa

I numeri dell’Ilva, gigante malato d’Europa

06 Settembre 2018 12.04
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Lo stabilimento siderurgico più grande del mondo, ma anche un polo che attira problemi, è al centro di polemiche per disastri ambientali, attraversa crisi, inchieste e rivendicazioni sindacali. È il gruppo Ilva, il gigante malato d'Europa che spera negli investimenti di ArcelorMittal per un indispensabile rilancio. Nato nel 1905 come Società anonima Ilva, il gruppo ha attraversato oltre un secolo tra periodi di grande espansione (in particolare negli anni del boom economico) e di forti criticità, come la grande crisi dell'acciaio negli Anni 70.

14 MILA DIPENDENTI CHE PRODUCONO 11 MLN DI TONNELLATE DI ACCIAIO

Oggi il gruppo, che ha bisogno di ingenti investimenti sia per la messa a norma da un punto di vista ambientale che per il rinnovo degli impianti e il rilancio della produzione, conta circa 14 mila addetti distribuiti in quattro stabilimenti principali (Taranto, l'acciaieria più grande d'Europa con 11 mila lavoratori, Genova, Novi Ligure e Paderno Dugnano). Con una capacità produttiva pari a 8 milioni di tonnellate, nel 2016 ha registrato un fatturato di 2,2 miliardi di euro, ma un ebitda negativo, seppure in miglioramento rispetto all'anno precedente, per 220 milioni. È attiva nei settori dell'automotive, costruzioni, energia, elettrodomestici, packaging e trasporti. Dal gennaio 2015, in qualità di impresa strategica d'interesse nazionale, è entrata nel regime di amministrazione straordinaria riservato alle grandi imprese ed è guidata da un collegio composto da Piero Gnudi, Enrico Laghi e Corrado Carrubba.

DALLA PRIVATIZZAZIONE AD ACELORMITTAL: 23 ANNI DI STORIA

Era il 1995 quando la famiglia Riva comprò l'Ilva dall'Iri nell'ambito di un generale processo di privatizzazione dell'acciaio italiano, colpito da una fortissima crisi negli Anni 80. Da allora sono passati 23 anni, molte inchieste giudiziarie, un'amministrazione straordinaria, diversi commissari, una difficile gara per un nuovo passaggio di proprietà e, finalmente, l'accordo sull'occupazione che spalanca le porte ad ArcelorMittal. Ecco le principali tappe di questa storia.

MARZO 1995. L'assemblea dell'Iri dà il via libera definitivo alla vendita di Ilva Laminati Piani (Taranto e Genova) al gruppo Riva per circa 2.500 miliardi di lire, corrispondente ad una valutazione complessiva della società di 4 mila miliardi e tenuto conto dei debiti che verranno assunti dalla società acquirente. Finisce così l'era dell'acciaio di Stato e Riva diventa il secondo produttore europeo. Prendono il via grandi battaglie sindacali all'interno dello stabilimento di Taranto, su sicurezza, condizioni di lavoro e salvaguardia dei posti.

MAGGIO 2001. Il sindaco di Taranto dispone la chiusura di alcuni impianti inquinanti (cokerie) per mancato rispetto delle ordinanze.

LUGLIO 2012. Su provvedimento del gip Patrizia Todisco, chiesto dalla Procura, viene sequestrata l'area a caldo del Siderurgico; nominati quattro custodi giudiziari. In otto finiscono agli arresti domiciliari: tra di loro il 'patron' dell'Ilva, Emilio Riva, il figlio Nicola, l'ex direttore di stabilimento Luigi Capogrosso e altri dirigenti. I provvedimenti sono stati preceduti da un incidente probatorio, conclusosi il 30 marzo, nel quale da alcune perizie sono emersi dati allarmanti sulla situazione ambientale della città.

APRILE 2013. Enrico Bondi viene nominato amministratore delegato.

GIUGNO 2013. Il governo decide di non espropriare lo stabilimento e opta per il commissariamento "a tempo", con l'obiettivo di conciliare risanamento ambientale e gestione dell'azienda. Viene nominato lo stesso Bondi per 12 mesi.

GIUGNO 2014. Bondi viene sostituito dall'ex presidente dell'Enel Piero Gnudi.

GENNAIO 2015. Parte la vera e propria amministrazione straordinaria con l'obiettivo di risanare l'azienda, finita ormai a un passo dal baratro, e trovare un acquirente.

GENNAIO 2016. Viene pubblicato il bando di gara. Fra coloro che manifestano interesse figurano Arvedi, Marcegaglia, Arcelor Mittal, Csn Steel.

GIUGNO 2016. Restano solo due cordate in corsa: AmInvestco con ArcelorMittal all'85% e Marcegaglia (poi uscita su richiesta dell'Antitrust Ue) al 15% e Acciaitalia con soci tutti italiani (in seguito a questa cordata si unirà anche Jsw).

DICEMBRE 2016. Dopo innumerevoli proroghe decise negli anni precedenti da vari governi, arriva l'ennesimo rinvio della scadenza per l'ultimazione del piano ambientale, che slitta al 2023.

MAGGIO 2017. I commissari straordinari scelgono la proposta di AmInvestco e dopo un mese il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda firma il decreto di assegnazione. Comincia il braccio di ferro con i sindacati (ma anche con lo stesso Calenda) sugli esuberi.

GIUGNO 2018. Il nuovo governo M5s-Lega manifesta la propria perplessità sulla procedura di vendita e il ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio parla di gara «viziata», ma che non si può annullare e la definisce «un delitto perfetto».

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