Sergio Colombo

Viaggio tra i giovani imam iraniani che sfidano Khamenei

Viaggio tra i giovani imam iraniani che sfidano Khamenei

24 Marzo 2019 17.00
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da Qom (Iran)

A Qom anche il cielo è vestito a lutto. Un fiume di fedeli si snoda attraverso la città e sfocia nel santuario di Hazrat-e Masumeh, per rendere omaggio al sepolcro di Fatima. Il nero dei chador si specchia nell’orizzonte gonfio di pioggia. Dal suo abitacolo, l'autista punta il dito e lo sguardo verso l’alto: «Il cielo è del colore che più si addice a questa città», dice, «cupo come la sua anima».

LA ROCCAFORTE DEL CONSERVATORISMO IRANIANO DOVE TUTTO EBBE INIZIO

Qom è la roccaforte del conservatorismo religioso iraniano. Qui, 140 chilometri a Sud di Teheran, è sepolta Fatima Masumeh, sorella dell’ottavo Imam Reza, figura centrale nello sciismo duodecimano di cui l’Iran è portabandiera. Da Qom, agli inizi degli Anni 60, l’Ayatollah Ruhollah Khomeini guidò con i suoi sermoni nella Grande moschea l’opposizione a Mohammad Reza Pahlavi, prima dell’esilio in Turchia. E a Qom, al tramonto degli Anni 70, germogliò la Rivoluzione che avrebbe portato al rovesciamento del regime filo-statunitense dello scià e all’instaurazione della Repubblica islamica. Di quell’eredità la città è oggi gelosa custode e sulle facciate dei palazzi esibisce i volti dei martiri. Qom è il più importante centro per lo studio dell’islam in Iran. E i suoi seminari attirano uomini e donne da più di 120 nazioni.

«Qom è il nostro Vaticano», dice con orgoglio Ali, che vi studia da cinque anni per diventare imam, «è il simbolo dello sciismo nel mondo». Un primato che, a dire il vero, è conteso. E non da oggi. La rivalità con Najaf è storica, e si è fatta ancora più accesa da quando, a ottobre 2018, Ali Khomeini, 33enne nipote del fondatore della Repubblica islamica, ha deciso di trasferire il suo rinomato seminario da Qom alla città sacra irachena. Un duro colpo per il clero conservatore iraniano, tanto più che Najaf è portatrice di una visione del rapporto tra religione e politica che confligge con il pensiero teocratico dominante a Teheran.

LA FASCINAZIONE DEI GIOVANI IMAM PER IL QUIETISMO DI AL-SISTANI

Da un lato i seminari di Najaf veicolano in gran parte un messaggio riconducibile al quietismo dell'Ayatollah Ali al-Sistani, secondo cui il potere religioso deve astenersi dall'esercitare controllo su quello politico. Dall'altro lato la dottrina ideata da Khomeini e nota come velayat-e faqih, o tutela del giurisperito, prevede che il giurista musulmano sovrintenda a ogni azione del parlamento. Il velayat-e faqih, già inviso negli Anni 70 a quell'Abu al-Qasim al-Khoei che di al-Sistani fu mentore, è il pilastro su cui poggia la Repubblica islamica. E se è vero che a Qom continua a essere la corrente maggioritaria, in seno alla nuova generazione di imam o aspiranti tali si sta diffondendo l'insofferenza verso una dottrina accusata dai suoi detrattori di inquinare la vita spirituale.

Stando a quanto riferito su Al Monitor dal ricercatore specializzato in questioni religiose Ali Mamouri, sono circa 400 i seminaristi che hanno lasciato Qom per Najaf, 100 solo tra la fine del 2017 e quella del 2018. Molti di loro lamentano una presenza troppo ingombrante della politica all'ombra del santuario di Hazrat-e Masumeh. Presenza che spesso alimenta negli studenti una sensazione di limitata libertà di pensiero. Ma la disaffezione strisciante nei confronti del pensiero teocratico khomeinista, impersonificato oggi dalla Guida suprema Ali Khamenei, va ben oltre i “confini” di Qom. Si insinua nei seminari di tutto il Paese. E va di pari passo con una crescente fascinazione, specie tra i giovani, per una interpretazione più quietista e progressista dell'islam.

UN CLERO DIVISO SULLA CONTAMINAZIONE TRA RELIGIONE E POLITICA

«Cosa significa per un uomo di fede occuparsi di politica?», si chiede con enfasi Omid, imam 35enne formatosi a Isfahan. «Se significa che, in quanto leader di una comunità di fedeli, un imam si interessa di ciò che accade fuori dalle mura della moschea, ebbene sì, non solo può, ma deve occuparsi di politica, e come lui ogni autorità religiosa che si rispetti. Se invece», prosegue Omid, «questo interesse sfocia nell'interferenza, che a sua volta genera una mutua contaminazione, allora ci sono scuole di pensiero differenti, anche ai piani alti della Repubblica islamica».

Khamenei è potente politicamente, il più potente. Però non ha una preparazione all'altezza degli ayatollah più esperti

Spiega Amir, imam di 27 anni nativo di Teheran: «Attualmente il clero iraniano è più diviso di quanto sembri in merito al grado di influenza che la politica dovrebbe esercitare sulla religione. E questa eterogeneità di pensiero si riscontra anche nel tipo di insegnamento che viene fornito dalle diverse hawzat 'ilmiyya (i seminari religiosi sciiti duodecimani, letteralmente "sedi del sapere", ndr) del Paese». Amir ha iniziato il suo percorso di studi islamici a 17 anni, «appena conclusa quella che in Occidente chiamate high school». Altri studenti cominciano prima delle superiori, altri ancora dopo l'università.

LA CRITICA ALL'OBBLIGO PER LE DONNE DI INDOSSARE IL VELO

Chi aspira a diventare imam trascorre nella hawza 'ilmiyya un minimo di sei anni. «Dopodiché», puntualizza Amir, «si può proseguire a oltranza. Le figure più influenti nel panorama dell'Islam sciita studiano per una vita intera». Il giovane imam esita un istante, si massaggia la folta barba castana prima di aggiungere: «Si pensi ad al-Sistani. Al-Sistani gode di un grande seguito. Nonostante viva a Najaf, è una figura estremamente autorevole tra i fedeli iraniani». Da un punto di vista della conoscenza dell'islam, dice, «è superiore a tanti altri ayatollah». Il riferimento resta sottinteso, fino a domanda esplicita: «Khamenei?», fa eco Amir come a volere prendere tempo. «Khamenei è potente politicamente, il più potente. Però non ha una preparazione all'altezza degli ayatollah più esperti».

La critica della Guida suprema si accompagna a quella della visione religiosa di cui l'erede di Khomeini si fa portatore. «Io sono contro quelle imposizioni che vengono giustificate nel nome del Corano», dice Amir, «sono contro, per esempio, l'obbligo per le donne di indossare il velo. Il Profeta Maometto non ha mai forzato nessuno: ha incoraggiato a tenere determinati comportamenti. Che è cosa ben diversa». Amir parla apertamente. Senza timore. E il suo pensiero è quello di altri giovani imam, come conferma Omid: «Sempre più ragazzi sposano una visione della religione meno conservatrice rispetto a quella che ha attecchito in Iran dopo la Rivoluzione del 1979».

QUELLA INQUIETUDINE CHE AGITA L'ALA RADICALE DEL CLERO

Fuori dai seminari, è la religione stessa che, pur sottovoce, capita che sia messa in discussione. E non più soltanto tra le mura di casa. Lo sa bene Omid che, dopo avere dedicato 13 anni allo studio dell'Islam, adesso insegna in università: «Quando sono tra i ragazzi, ho a che fare con dubbi e domande che, fino a qualche tempo fa, sarebbero rimaste nel privato», dice, «tanti giovani mi chiedono, e si chiedono, cosa si provi a vivere senza credere in Dio». Omid parla, e alle sue spalle un ritratto di Khomeini lo osserva severo: «Questi dubbi, al pari della richiesta di una interpretazione moderna dell'Islam, rientrano in una tendenza che vede le nuove generazioni adottare un approccio meno passivo alla religione che viene calata dall'alto». Un approccio che, conclude Omid, «di certo non piace al clero più conservatore». E contribuisce a rendere il cielo su Qom ancora più nero.

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