Immigrazione, sei proposte per governare il fenomeno

Redazione
02/09/2017

Gli scontri sull’immigrazione, le polemiche e le strumentalizzazioni di questa estate, se da un lato hanno favorito il diffondersi di...

Immigrazione, sei proposte per governare il fenomeno

Gli scontri sull’immigrazione, le polemiche e le strumentalizzazioni di questa estate, se da un lato hanno favorito il diffondersi di notizie false, dall’altro hanno avuto almeno un effetto positivo: si incomincia a parlare di come regolare i flussi e di come aiutare i Paesi da dove originano i migranti. Soprattutto, si comincia a discutere di programmi di supporto ai rimpatri volontari assistiti da parte del governo e di organizzazioni come l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) che aiuterebbero i migranti ad avviare attività economiche. Si tratta di una misura adottata o in corso di adozione in diversi Paesi europei e sulla quale vale la pena ragionare laicamente.

OGNI ANNO RIMESSE PER 450 MLD DI DOLLARI. I migranti ogni anno mandano a casa 440-450 miliardi di dollari sotto forme di rimesse, tramite banche e Money Operators (Western Union etc..), cioè tre volte i 150 miliardi l’anno degli aiuti pubblici allo sviluppo. Molti inoltre utilizzano mediatori informali con il metodo Hawala o Hindi: io do soldi a un commerciante senegalese o bengalese che vive e opera a Piazza Vittorio, a Roma, o a Piazza della Fera o’ Luni, (Fiera del lunedi), a Catania. Lui telefona o manda un sms al suo corrispondente a Dakar o a Dacca. La famiglia del migrante contatta il commerciante e con una commissione per lui intasca i contanti. Semplice, costa meno della Western Union, veloce. È un sistema basato sulla fiducia ma funziona. Solo che i flussi non rientrano nelle contabilità nazionali, nel fisco. Parliamo di un multiplo degli oltre 442 miliardi di dollari mandati a casa dai migranti per vie bancarie.

Un volano per le economie d'origine

Ricerche dell’Ifad (Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo), della Banca Mondiale, della Fao, ci dicono che l’80% delle rimesse viene speso per bisogni essenziali: cibo, casa, vestiti, istruzione, salute, mentre il 20%, cioè 88 miliardi su 442 miliardi di dollari, viene usato per risparmi o investimenti. Immaginiamo di aggiungere a ogni dollaro di quel 20% un dollaro di aiuto pubblico allo sviluppo, cioè soldi del contribuente europeo, a patto che siano usati per investimenti produttivi. Moltiplicheremmo gli investimenti privati nel Paese di origine. E se aggiungessimo un 20% dei soldi che i migranti inviano a casa informalmente, l’impatto sugli investimenti privati nei Paesi in via di sviluppo si moltiplicherebbe.

SOSTEGNO ALL'IMPRESA. Tutti, a destra e a sinistra, dicono «aiutiamoli a casa loro», ma pochi si concentrano su come farlo in maniera efficace. Ricordiamo che le rimesse già rappresentano più del 10% del Pil in oltre 25 Paesi in via di sviluppo, con effetti benefici sulla sicurezza alimentare, la salute e l’imprenditorialità. Un aumento del 10% dei migranti internazionali riduce del 2,1% coloro che vivono con meno di un dollaro al giorno. La sfida è quindi come convogliare parte di queste risorse, che per l’80% sono per i consumi privati, verso attività imprenditoriali.

I rimpatri volontari e il metodo francese

I rimpatri volontari assistiti non sono una idea bislacca del ministero dell’Interno italiano. Programmi simili esistono in numerosi Paesi dell’Ocse. In Francia, per esempio, il ministero dell’Interno ha un programma che prevede un assegno di 7.000 euro per ogni migrante che ritorna a casa, in aggiunta al viaggio, a patto che questi soldi vengano investiti in attività economiche, dopo rendicontazione. Altri Paesi europei hanno programmi simili e la Commissione europea li sta proponendo agli Stati della cosiddetta Cintura della Migrazione, che va dall’Africa Occidentale saheliana a quella Orientale. Non dovremmo meravigliarci quindi se anche in Italia si parla di fare la stessa cosa.

Verso una migrazione circolare

Molti migranti pensano che un giorno potrebbero tornare a casa, ma non vogliono farlo da sconfitti. Prima devono avviare una propria attività economica. E se non tornano, vogliono lo stesso che i soldi inviati alla famiglia fruttino, come i miei compaesani siciliani e calabresi negli Anni 60 e 70. Le ricerche effettuate in Europa ci dicono che anche un numero sorprendente di migranti di seconda e terza generazione pensa o non esclude un ritorno in Marocco, Tunisia, Senegal, Bangladesh. Del resto, negli Anni 60 Svizzera e Germania accettavano solo migranti italiani stagionali. Molti si sono integrati, molti sono tornati in Italia, il cui boom economico fu reso possibile anche dalle loro rimesse. Il bollettino annuale della Banca d’Italia aveva una voce specifica nella bilancia dei pagamenti per le rimesse dei migranti.

La strada dei visti stagionali

Nessuno può più escludere, politicamente, una limitazione dei flussi migratori con maggiore vigilanza e con misure più o meno drastiche, dato l’allarme sociale suscitato dagli sbarchi. Quello che occorre però accettare è l’idea che sia necessario incentivare sia l’emigrazione di ritorno che quella circolare, negoziando a livello europeo con i Paesi della Cintura dell’Emigrazione accordi di quote stagionali di migranti, visti temporanei, possibilità per i migranti di tornare a casa per seguire i loro affari e portare nuove idee senza che questo significhi lasciare per sempre l’Europa e dichiarare il fallimento economico e morale della loro traversata nel deserto e nel mare, che costa dai 3 ai 20 mila dollari per migrante.

L'INTEGRAZIONE SELETTIVA. Italia e Germania firmarono, il 20 dicembre 1955, l’accordo per il reclutamento e il collocamento di manodopera italiana nella Germania federale. Così come negli accordi con la Svizzera, si prevedeva una accoglienza stagionale per nove mesi. Un punto importante degli sforzi attuali del governo tedesco per accelerare l’occupazione tra i rifugiati è un corso di integrazione della durata di nove mesi. In Svizzera e Germania, Paesi in piena occupazione negli Anni 50 e 60, i nostri connazionali ebbero un ruolo importante nella costruzione delle infrastrutture, nell’edilizia, l’agricoltura. Il mercato del lavoro europeo attuale è ovviamente diverso ma una immigrazione selettiva può svolgere un ruolo importante in Paesi vecchi. Come faceva notare l’Economist tempo fa, l’età mediana per i tedeschi e gli italiani è di 46 anni, 38 anni per la “giovane” America, 27 per la dinamica India e appena 18 per l’Etiopia.

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Un'opportunità per entrambe le sponde

Né il ministero dell’Interno italiano né quello degli Esteri né gli omologhi europei pensano di dare un assegno ai migranti per farli tornare a casa. L’idea è di usare una parte dei fondi della Cooperazione allo Sviluppo per finanziare progetti e attività economiche, attraverso le associazioni composte dagli stessi migranti, con la condizione che anche loro investano i loro risparmi, le rimesse di cui si parlava sopra, nel capitale di queste iniziative.

PIÙ LAVORATORI IMMIGRATI, PIÙ PIL. Uno studio del 2016 del Fondo Monetario Internazionale dice che nelle economie avanzate l’aumento di lavoratori immigrati dell’1% corrisponde a una crescita del Prodotto interno lordo pro capite di due punti, nel lungo periodo, soprattutto per l’aumento della produttività, se nel mercato del lavoro entrano immigrati adulti e regolari con qualifiche professionali diverse, sia alte che basse. In Germania, nell’immediato, la crisi dei rifugiati è costata circa lo 0,7% del Pil ma ha generato un indotto dello 0,4% collegato alla formazione, ai mediatori culturali, ai traduttori, agli insegnanti di tedesco e di educazione civica. Certo, in Italia le cooperative del settore hanno acquisito una pessima fama, non sempre motivata, ma non è questo un motivo per rinunciare alla gestione dei fenomeni migratori. Inoltre, i migranti che vivono in Italia e che investono nei Paesi di origine vogliono mantenere legami economici con il nostro Paese. Vogliono portare a casa modelli di piccola e media impresa italiana, con attività commerciali che restino collegate alla nazione “adottiva”.

Negoziare e informare per una migrazione consapevole

Dato che molti Paesi di origine dei migranti dicono apertamente che le rimesse e l’emigrazione stessa sono una parte importante della loro strategia di sviluppo, è necessario negoziare non solo accordi a livello europeo di quote di migranti, ma anche programmi di informazione in cambio di aiuti strutturali alle economie delle regioni che più danno origine ai migranti nei vari Paesi del Sahel e dell’Asia. Quindi risorse per strade, acqua, elettricità in cambio di una informazione neutrale verso le famiglie dei migranti, né contro né a favore dell’emigrazione, in particolare attraverso le radio rurali che sono già ben collegate a internet. Ciò allo scopo di rendere più consapevole chi si prepara al viaggio e la sua famiglia: i rischi della traversata, le possibilità di ricongiungimenti una volta giunti nel Vecchio Continente, la difficoltà di trovare lavoro.

NO AGLI APPROCCI ELETTORALI. Buona la direzione che sembra si stia imboccando dopo il vertice del 28 agosto ma addestrare i poliziotti nigerini che chiedono il pizzo ai migranti o la guardia costiera libica che a volte gestisce i gommoni non basta. Usare satelliti e droni per monitorare i migranti che passano nei posti di blocco nigerini, sotto lo sguardo indifferente dei legionari francesi tra l’Oasi di Dilma in Niger e il confine libico, non basta. L’Italia fa bene a insistere che si devono dare più risorse per gli aiuti economici, per ora pochi, e dovrà sostenere i programmi della Commissione europea relativi ai Paesi di emigrazione, evitando il più possibile approcci elettorali. Spostare sempre più a Sud della Libia le frontiere europee non sarà sufficiente.

*Maurizio Malogioglio è docente di Migration and Development alla facoltà di Scienze Politiche di Catania e consulente Oim

Questo articolo è tratto dal nuovo numero di pagina99, "L'America non abita più qui", in edicola, digitale e abbonamento dal 1 al 7 settembre 2017.

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Geplaatst door Pagina99 op donderdag 31 augustus 2017

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