Impero punto e a capo

Giuliano Di Caro
10/12/2010

Boardwalk Empire, l’America al tempo del proibizionismo e delle lobby.

Impero punto e a capo

Qualche mese fa, in occasione della messa in onda del primo episodio, era sulla bocca di tutti come l’evento tivù dell’anno. Boardwalk Empire, la serie prodotta da Martin Scorsese, mostro sacro del cinema che ha diretto il pilot da due ore, costato la bellezza di 18 milioni di dollari. Su The Series Men abbiamo deciso di parlarne poche ore dopo che il 12esimo e ultimo episodio della prima stagione è andato in onda negli Usa. E prossimo alla messa in onda, a gennaio su Sky Cinema, anche in Italia (guarda il trailer).
Prometteva parecchio, la nuova serie della Hbo, la stessa di Sex and the City, per capirci. Oltre a Scorsese, un fuoriclasse come Steve Buscemi e l’astro nascente Michael Pitt nei due ruoli principali, insieme alle sceneggiature di Terence Winter, lasciavano intendere crudezza, brutalità e eleganza narrativa. Promesse ampiamente mantenute.

L’America anni ’20 reinterpretata da Scorsese

Boardwalk Empire, scritta appunto dal pluripremiato autore dei Sopranos, si inserisce nel filone rinvigorito dal successo planetario di Mad Men: gli Usa del nuovo millennio che rivisitano in chiave critica il proprio passato, in un misto di fascinazione per la brutalità e il maschilismo della società di allora e di feroce rappresentazione delle disfunzioni collettive, dell’origine del malcostume e delle tare nella mentalità americana. Sarà pure, come obbiettano alcuni, per lavarsi un po’ la coscienza collettiva. Ma ciò vale per ogni opera artistica realizzata dentro al sistema mainstream. E i risultati, in questo caso, sono eccellenti.
Se per Don Draper & co. si tratta della New York a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, Boardwalk Empire affonda le mani nelle viscere dell’America degli anni ’20, i proto-Stati Uniti. La serie prodotta da Scorsese, uno che dalla brutalità made in Usa è affascinato da sempre, è al contempo un affresco dell’America tutta, quella del proibizionismo ignorato e ridicolizzato dalla classe politica, delle suffragette che infine ottengono il diritto di voto per le donne e vengono poi manovrate, della lobby repubblicana che fa votare anche i morti e domina gli ambiti chiave degli Stati Uniti, dall’esercizio della giustizia agli appalti multimilionari. E delle interconnessioni tra politici, affaristi e gangster quali Lucky Luciano e Al Capone.
L’impero della passeggiata è appunto questo: un ritratto feroce, e tuttavia non impassibile, del calderone del potere di allora, affollato da personaggi dotati di un notevole disprezzo per le regole e per la massa del popolo bue: oligarchi vecchio stampo, bisnonni ideali di un Dick Cheney che illustrano alla perfezione l’idea di falsità e marciume dietro al perbenismo statunitense d’antan.
Politici e criminali, dunque, in un’America segnata dalla temperanza e dagli ideali del progresso e della crescita economica, ma in realtà sfrenatamente dedita al vizio, ai piaceri e alla sprezzante prepotenza tipica del potere. Nella quale gangster e politici sono, in effetti, assolutamente intercambiabili, e le distinzioni tra l’una e l’altra categoria sfumano fin quasi a sparire. Dove la Cosa Pubblica è Cosa per Pochi.
Tra questi, il plenipotenziario repubblicano Chucky Thompson, personaggio sfaccettato a cui Steve Buscemi dà volto e anima. Un po’ maestro assoluto della politica e delle pubbliche relazioni, un po’ boss di una gang violenta che uccide, assalta, traffica in alcool, stringe accordi con malavitosi di mezza America e disprezza l’Fbi e qualunque autorità, eccetto la propria.

Nucky l’anti-eroe: potente, corrotto e corruttore

Che Nucky-Buscemi sia la chiave di volta della serie, lo capisci già dalla sigla dal retrogusto magrittiano: un mare ricolmo di bottiglie, il volto intenso di Buscemi, la sua figura con bombetta che si avvia dalla spiaggia verso la città per dominarla.
Nucky Thompson ben incarna i temi cruciali della serie: self made man divenuto prima sceriffo e poi tesoriere della Contea, è il deus ex machina della politica locale, piazza sindaci e sceriffi a suo piacimento, affossa senatori e si circonda di collaboratori fidati, amanti, gunmen. Irretisce con la sua parlantina le leader della Temperance League fautrici della legge sul proibizionismo la mattina, e la notte organizza la produzione e il traffico illegale dei liquori. Corrompe, chiede e concede favori, riesce addirittura a garantirsi il 100% del voto dei neri grazie a un socio d’affari. Anch’essi illeciti, beninteso.
Scena e retroscena, direbbe Goffman. La facciata perbenista e la polpa avida di potere e denaro. Non solo il personaggio dell’immenso Buscemi vive questa condizione. È anche il caso di Jimmy Darmody, interpretato da Michael Pitt, uno che dai tempi in cui faceva l’amorazzo di una protagonista nel melenso Dawson’s Creek non ha sbagliato un colpo, dal giovane sessantottino fuori fase di The Dreamers al disturbante maniaco sadico di Funny Games.
Darmody è l’altra faccia dell’America lacerata dalle sue contraddizioni. Ispirato dal patriottismo al punto da lasciare Princeton per servire il Paese durante la Prima Guerra mondiale, ne torna segnato, con un senso della morale allentato e sfilacciato. È il braccio destro di Nucky Thompson, tra Atlantic City e la Chicago dei gangster alla Arnold Rothstein, amici-nemici di Nucky.
Ma da questa doppiezza non sono esenti nemmeno quelli che in teoria dovrebbero rappresentare l’onestà e il rispetto della legge e di ciò che è giusto. Non Margaret, personaggio positivo della serie: timorata di Dio, suffragetta di origini irlandesi, donna semplice ma intelligente e scaltra, che con ambivalenza ma sostanziale accettazione si avvicina al mondo scintillante e moralmente disdicevole di Nucky Thompson. Men che meno l’agente federale del proibizionismo Van Halden, imbrigliato dal potere delle lobby e ossessionato da un fanatismo cristiano estremo e violento, spaventoso quanto la corruzione della Gomorra Atlantic City, e così arido da risultare ancora peggiore della bramosia di potere.
Non c’è bianco e nero in Boardwalk Empire. Non il bene contro il male, bensì un’onnivora zona grigia che ingloba la città del New Jersey e tutti i suoi abitanti. Ma dal grigio d’una moralità debole irrompono, vitali e selvaggi, i lustrini dei vestiti femminili, i riflessi delle coppe di champagne, lo sfarzo delle interminabili feste anni ’20, lo scintillio delle armi da fuoco. Subito fuori, la passeggiata tappezzata dai brand del successo americano fa l’occhiolino alla brutale ricerca di realizzazione a qualunque costo dell’american dream.
Se l’America tende a imparare qualcosa dai suoi prodotti culturali, dalla creatura di Scorsese e Winter avrà di che riflettere sull’assoluto relativismo morale che, come hanno dimostrato i conflitti in Iraq e Afghanistan e la lobby politico affaristica della presidenza di Bush figlio, è onnipresente nella mentalità statunitense. Un pericolo forse ineliminabile, ma certamente da identificare e rintracciare. In ogni epoca storica.
Se poi questo meccanismo diventa una narrazione intrigante e d’intrattenimento, come nel caso di Boardwalk Empire, tanto meglio. Anche questo, in fondo, è un pezzo di sogno americano: divertire, riflettere, far soldi.