In nome del popolo

Federica Zoja
27/12/2010

Da Gaza la voce di padre Musallam, prete di frontiera.

In nome del popolo

di Federica Zoja

Padre Manuel Musallam (classe 1938), prete cristiano cattolico “faro” di una comunità di 3.700 fedeli, per la maggior parte ortodossi, non si nega mai ai giornalisti, ma è noto per i suoi toni battaglieri e ruvidi, di persona così come al telefono. Lui che in tanti anni di servizio nella Striscia, dal 1993, e prima ancora in Cisgiordania, non ha perso grinta e fede.
Per padre Manuel è sempre emergenza: durante l’operazione Piombo fuso così come in un “normale” giorno di vita a Gaza, se si può considerare normale per 1,7 milioni di persone vivere le une sulle altre in un territorio di 360 km quadrati, chiuso al mondo. Lettera43.it lo ha contattato nel suo ufficio di Gaza City.
Domanda. Padre Musallam, ci parli della comunità cristiana di Gaza, ormai ridotta ai minimi termini.
Risposta. I cristiani nella Striscia sono 3.500 e i cattolici sono appena 200, circa 70-72 famiglie. Siamo una piccola comunità, ma con molto lavoro da fare. Abbiamo tre scuole, con 1.600 studenti. Anche se sono scuole cattoliche, la maggior parte degli studenti è musulmana. Io non sono venuto a Gaza per servire qualche centinaio di persone. Sono qui per servire il mio popolo, cioè musulmani e cristiani insieme. Poi, c’è la Caritas che lavora qui, abbiamo la missione pontificia, abbiamo il servizio di soccorso cattolico, ci sono le Suore della carità che hanno un asilo, una casa per i bambini handicappati e una casa di riposo per donne anziane. Abbiamo le suore del Rosario che hanno pure loro una scuola. Un lavoro enorme per poche persone.
D. Come vivono i palestinesi di fede cristiana nella Striscia di Gaza?
R. I cristiani a Gaza non sono una comunità religiosa confinata in un angolo. La loro situazione è simile a quella degli altri palestinesi. Noi facciamo parte del popolo palestinese, non siamo un gruppo etnico diverso. Siamo arabi. Io sono arabo come il profeta Maometto, sono arabo come il premier di Hamas, Ismail Haniyeh. Condividiamo la stessa identità, la stessa terra, lo stesso destino. I cristiani in questo Paese vivono come i musulmani, soffrono con loro, lottano con loro. I cristiani non hanno armi nelle loro mani perché adesso ci pensa Hamas. Ma noi lottiamo, io lotto con la mia voce e i miei pensieri più di un soldato in battaglia. Non dico che tutto il mondo si deve mobilitare per un cristiano che muore a Gaza. Non invochiamo guerre e morte. Ma se siamo attaccati, abbiamo il diritto di difendere noi stessi e la nostra gente.
D. Non crede che la strategia di Hamas sia controproducente per la gente di Gaza?
R. Europa e America non capiscono. Hamas è fatta da palestinesi. Nella mia scuola ci sono insegnanti di Hamas, madri di Hamas, studenti di Hamas, il panettiere è di Hamas. Quelli di Hamas non sono tutti guerriglieri. Non sono arrivati da fuori, non ci hanno invasi, schiavizzati, sottomessi come in Somalia. Tutti mi fanno sempre questa domanda: perché Hamas colpisce i civili? Mi dicono che gli israeliani che vivono a Sderot e ad Ashqelon sono civili, sono persone innocenti, che non meritano di essere bersaglio dei razzi. Mi dicono che è un crimine colpirli. Ebbene, volete una risposta da me, da Hamas o dalla mia gente? Certo, in una situazione normale lanciare razzi contro dei civili sarebbe un crimine. Ma prima di rispondere abbiamo una domanda per il mondo. Diteci per favore come definire l’occupazione e l’assedio di un altro popolo. Una situazione che va avanti da 60 anni. QUello che sta facendo Israele è legale o no?
D. I cristiani del Medio Oriente sono sempre più discriminati dalla maggioranza musulmana. In Egitto, in Siria, in Iraq. Che cosa pensa di questo accanimento?
R. I cristiani che stanno andando via dalla Palestina non lo fanno per colpa dei musulmani. Noi soffriamo con i musulmani, affrontiamo la morte con loro, siamo andati in esilio con loro. Noi non siamo perseguitati dai musulmani né a Gaza né in Cisgiordania. Israele ha posto sulle nostre spalle un fardello enorme, vivere è difficile. Là dove i musulmani discriminano le minoranze cristiane, a mio giudizio non è solo una questione confessionale, ma politica, sociale. I fattori alla base della violenza sono vari.
D. Lei pensa che il processo di pace con Israele abbia un futuro?
R. Non credo che Israele sia davvero interessato alla pace, non fa che costruire nuovi insediamenti in Cisgiordania. E non concede la libertà ai palestinesi di Gaza. La gente è esasperata, non vede la pace all’orizzonte e teme un’altra operazione militare. D’altronde, i raid aerei e gli attacchi lungo il confine non sono mai cessati davvero in due anni.