In nome di Sakineh

Redazione
09/12/2010

Novantanove frustrate. Tante quanti sono i nomi di Allah il misericordioso. Ben poco misericordiosa fu invece nel 2006 la punizione...

In nome di Sakineh

Novantanove frustrate. Tante quanti sono i nomi di Allah il misericordioso. Ben poco misericordiosa fu invece nel 2006 la punizione inflitta a Sakineh Mohammadi Ashtiani colpevole, secondo il tribunale religioso iraniano, di aver intrattenuto una relazione illecita con due uomini in seguito alla morte del marito.
Il volto e la storia di Sakineh sarebbero rimasti lì, tra le mura dell’informazione quasi inespugnabili dell’Iran, o avrebbero interessato al massimo qualche organizzazione umanitaria se alla medievale pena corporale la magistratura iraniana non avesse fatto seguire la condanna a morte per lapidazione.
I giudici avevano, infatti, accusato lei e uno dei due presunti amanti di aver organizzato l’omicidio del marito. In quel momento, con la condanna pendente sulla sua testa, Sakineh ha acquisito la forza del simbolo. E la sua foto ha cominciato a riempire i media internazaionali. A lei sono state dedicate fiaccolate, manifestazioni, raccolte di firme e tavole rotonde.

Quella confessione poco credibile

Con l’opinione pubblica internazionale sul collo, la lapidazione della donna è diventata un affare delicato, anche per l’imperturbabile teocrazia iraniana. Eppure, dopo rinvii estenuanti seguiti da appelli internazionali per la liberazione della donna, il 12 agosto 2010 è stato trasmesso il video della sua confessione registrato nella prigione di Tabriz.
Parole e gesti poco credibili, forzati. «Sono una peccatrice», aveva detto Sakineh davanti alla telecamera e dietro a una regia elementare. A nulla era valsa la denuncia del suo avvocato, Javid Hutan Kianche, fino all’ultimo ha sostenuto che quelle parole fossero solo il frutto di torture e violenze. L’unico risultato ottenuto è stato la commutazione della pena: da lapidazione a impiccagione (leggi l’articolo).

La fatwa contro Carla Bruni

Hillary Clinton, segretario di Stato americano e Carla Bruni sono state due delle voci più convinte nel denunciare la condanna a morte. E a fine agosto, la première dame francese, rea di aver espresso pubblicamente la sua solidarietà nei confronti della donna, è stata colpita da una fatwa in piena regola.
«Merita la morte», ha scritto lapidario il quotidiano ultraconservatore iraniano Kayhan. Il giornale estremista è persino arrivato a definire la Bruni un «prostituta», la cui condotta di vita le farebbe meritare un destino analogo a quello dell’iraniana condannata a morte. Un passo falso a cui il governo di Teheran ha cercato di rimediare giudicando «offensivi e non appropriati» i toni urlati della stampa.
Mentre secondo il presidente dell’Iran Mahmoud Ahmadinejad, il caso della Astiani sarebbe stato strumentalizzato dagli Stati Uniti. Il capo dello Stato, rispondendo alle pressioni degli Stati Uniti, ha così ricordato i casi delle 53 condanne a morte pendenti nei confronti di donne negli Usa, regolarmente ignorate dai media internazionali. (leggi l’appellodi Sarkozy per la liberazione della donna).

La liberazione insieme al figlio e all’avvocato

Il 10 dicembre Sakineh alla fine è stata liberata (leggi la notizia) insieme al figlio e all’avvocato arrestati durante un blitz delle forze di polizia iraniane nello studio legale di quest’ultimo insieme a due reporter tedeschi l’11 ottobre scorso (leggi l’articolo).
«La liberazione», ha raccontato Mina Ahadi, presidente del Comitato internazionale contro la lapidazione, «è soprattutto il frutto delle pressioni internazionali su Teheran e della campagna mediatica a favore di Sakineh». Il rilascio, hanno fatto sapere dal Comitato, non dovrebbe essere avvenuto su semplice cauzione, «visto che né Sakineh né suo figlio o l’avvocato avrebbero avuto i soldi necessari per pagarla».