In quest’Italia a pezzi tutto passa veloce, come il Ferragosto. Tranne la precarietà della vita

Massimo Del Papa
15/08/2017

Terremoti, naufraghi, femminicidi, crisi economica: un Paese caduto nel baratro e che sembra incapace di risollevarsi dalla tragedia.

In quest’Italia a pezzi tutto passa veloce, come il Ferragosto. Tranne la precarietà della vita

L'uomo era solo. E niente lasciava immaginare che sarebbe riuscito a violare la sua solitudine per tutta la giornata. Del resto, alla solitudine era abituato, specialmente quando gli altri celebranvao una festa ritrovandosi, mangiando, fuggendo insieme dalle loro esistenze. Specialmente a Ferragosto. L'uomo era solo, né giovane né vecchio, forse malato, come nella canzone di Lucio Dalla, e a metà della giornata uscì per concedersi una gita anche lui. Gita atipica, fino a una cappella strana, dentro una stazione di provincia: l'unico luogo che gli dava la pace. Una chiesa minuscola, una saletta più che una chiesa: la Vergine in una finta roccia, riproduzione della Madonna di Lourdes, al suo Cuore Immacolato è dedicata la cappella; il minuscolo altare sbarrato da un cordoncino rosso, le seggiole color nocciola, inginocchiatoi tre.

Si piange sempre chi lavora, chi perde il lavoro, ma per un imprenditore non si dispera mai nessuno, per uno che lavora per suo conto figurarsi, avete mai letto su un giornale il titolo Si ammazza partita Iva? Farebbe ridere

Un certo padre Oddo Tesei, Cappellano del Dipartimento Ferroviario del Centro Italia, la fece realizzare partendo da una illuminazione: ricostruire una chiesina da una ferrovia. L’acquasantiera è retta da un paio di binari piegati, le sculture le hanno cavate da materiali tipici della costruzione di linee ferroviarie, e la sacrestia è la ricostruzione perfetta di un vagone di seconda classe di una carrozza ferroviaria di qualche decennio fa, con tanto di sedili e luci originali. Persino i servizi igienici a disposizione dei fedeli sono originali, provengono da un convoglio. In questo santo vagone, se uno ci capita d'inverno, gli pare faccia meno freddo e, se fuori piove, non se ne andrebbe più. Su una parete, il ritratto di don Bosco: faccia di bontà forte, sguardo leale. Sopra l'esiguo pulpito, un sorriso diverso: il ritratto di papa Francesco che leva il pollice alla folla.

UNA CHIESA MINUSCOLA E ORGOGLIOSA. L'uomo era entrato mille volte in questa cappellina – certo, mai a Ferragosto – senza trovarci mai nessuno. S'immaginava le funzioni: un prete sbrigativo, un paio di vecchie, immancabili mamme adottive della saletta, forse qualche viaggiatore spaesato. Oggi, mentre pochi viaggiatori s'affrettano, o già tornano, è più vuota che mai. Eppure è proprio una chiesa, minuscola e orgogliosa: gli addobbi, la minuscola via crucis, non manca niente, c'è pure, stampato e affisso, il foglietto col calendario delle messe. La tentazione di pregare è forte, anche per chi non è avvezzo. E l'uomo, a suo modo, si mette a pregare: lascia che gli entri dentro tutto quel silenzio imploso, quella pace inscatolata, e s'impregna delle ultime cose che ricorda.

TOGLIERSI LA VITA PER L'AZIENDA. Un imprenditore che, a Umbertide, si è ammazzato a 60 anni perché non riusciva più a pagare i suoi operai. Si vergognava. Si tormentava per loro. Solo chi ci è passato sa cosa vuol dire scalare un sogno, costruire un mondo, l'azienda che diventa una famiglia, cento e passa famiglie che dipendono da quella, e un bel giorno le cose non funzionano più, i conti cominciano a non tornare più, e sempre più manca l'aria, e alla fine c'è quell'ossessione, quella paura che diventa mania, e solo chi lo ha fatto può sapere che vuol dire calare per l'ultima volta una saracinesca, che decapita i sogni, una vita, e allora non resta altro da fare. Si piange sempre chi lavora, chi perde il lavoro, ma per un imprenditore non si dispera mai nessuno, per uno che lavora per suo conto figurarsi, avete mai letto su un giornale il titolo Si ammazza partita Iva? Farebbe ridere.

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Così pensava l'uomo, e subito gli venne in mente un altro suicidio, l'antiquario di Ferrara che si era appena portato via tutta la famiglia, per orgoglio, per disperazione. Il collezionista di rarità, il commerciante di cose antiche, raffinate e belle non aveva più una casa, ricco solo di debiti. Ha fatto fuori moglie e figlio, la casa che doveva lasciare l'ha incendiata, e poi l'ha fatta finita lui. Tutto era cominciato col terremoto, dopo il quale la fortuna era girata. Già, delle volte basta un terremoto, qualcosa di immane che non dipende da te, non rispetta lo sbattersi di tanti anni. Nella chiesa deserta, l'uomo senza età non potè scampare una domanda, forse la più facile, certo la più inevitabile: ma come fanno a dire che c'è ripresa, che la crisi è alle spalle? Sapeva che di fatti del genere ne succedono ogni giorno, anche se non sempre se ne parla, anzi se i giornali tirano via è meglio.

SORRIDERE NONOSTANTE TUTTO. E proprio al terremoto adesso pensava l'uomo nella chiesina. A quanta gente, dopo l'ultimo, di un anno fa, aveva visto morire dentro eppure non smettere di sorridere, aspettando un futuro difficile mentre veniva smistata come pacchi postali. In fondo, riflettè, tutto è terremoto. Anche quello di chi perde una città, un lavoro, un domani a vent'anni, finisce a vivere in un monolocale in riva al mare e il suo esilio non finirà mai. Poi gli venne in mente quella ragazza che, qualche giorno prima, al negozio di animali aveva tanto insistito perché lui comperasse almeno un pacchettino di mangime e negli occhi aveva la luce sorridente di una volontà disperata.

UNA SOCIETÀ ANNOIATA CHE DIMENTICA I DEBOLI. E poi la tragedia senza nome di quelli che affogavano in un mare d'acqua salata o nel mare d'asfalto di città disperate, pacchi anche loro, alibi a volte, merce che rende più della droga, come si dicevano quei furfanti al telefono. E quelli che fanno saltare tutto insieme a se stessi credendo di far piacere a un Dio. E i pompieri che appiccano i roghi e la gente ci muore, come quelle due anziane che a Tivoli, vistesi senza scampo, si sono abbracciate e le hanno trovate così, carbonizzate insieme. E tutte le donne che muoiono perché sono donne, perché gli uomini bestioni non accettano di perderle. E ancora il «fenomeno degli abbandoni», come lo chiamano i commentatori, in crescita, per i vecchi come per gli animali. Perché questa società annoiata dimentica i deboli, li scarica negli ospizi e nei canili dove li finiscono? C'è qualcosa di più vile, di più inumano che lasciare qualcuno in un posto simile e andar via sgommando, come Alberto Sordi nei Nuovi Mostri? Sì, forse qualcosa c'è: lasciare un
cane a morire di sole su un balcone, lentamente, atrocemente mentre si è in vacanza. Anche questa una canagliata in aumento. E poi tutte le cose inutili con cui ogni momento ti bombardano, da un computer, da un telefono.

Il «fenomeno degli abbandoni», come lo chiamano i commentatori, è in crescita, per i vecchi come per gli animali. Perché questa società annoiata dimentica i deboli, li scarica negli ospizi e nei canili dove li finiscono?

A un bel momento, nella chiesina ovattata l'uomo credette di sbandare, travolto da ondate di sentimento: patetiche, insanguinate croci, sgozzate urla mute che restavano a rimbalzare prigioniere dell'indifferenza. Ma c'è davvero, si disse allora, questa commozione senza ritegno e senza rimedio, che nessuno raccoglie, che langue a lasciarsi sfiorare. Ovunque io mi volti, agonia e paura, amarezza e rinuncia, solitudine e angoscia; dovunque io fugga, rintanato come una fiera malata mi scova il male. Il male che non dà scampo negli occhi di un gatto o un omone che aspetta, ha un sussulto se una macchina rallenta, sembra fermarsi ma prosegue e l'omone si lascia morire su una sedia, in mezzo a quel deserto di tovagliette candide su tavolini in plastica.

UNA CATTEDRALE DI SOSPIRI DENTRO DI NOI. Ma io, pensava ancora l'uomo, questa minuscola cattedrale di sospiri ce l'ho dentro, è il mio ultimo legame con la fede, il mio pudico modo di pregare: quando mi sento sopraffatto, torno qua, allo sguardo sereno di don Bosco, al silenzio imploso: potrei giurare che mi chiama almeno quanto io la chiamo. Dovunque io mi trovi, chiudo ogni spiraglio di me e mi trasferisco nel mio rifugio: qualche istante di pura sofferenza, e la crisi è superata, la vita in me ricomincia a tremolare come la fiammella di una di quelle candele elettriche, piccole torce d'amore che brillano per nessuno e per l'umanità.

LA PRECARIETÀ CHE NON PASSA MAI. In un attimo fuggì il Ferragosto. L'uomo si riscosse. Come obbedendo a un muto richiamo, valicò il portone, usci per evaporare nell'aria. I passi schiacciavano la sua ombra, faceva ancora caldo e lui si fermò in cerca di riparo. Per terra, un giornale raccontava di un labrador che, in Sardegna, aveva salvato una famiglia di sei persone alla deriva su un pattino, tirandolo a riva con tutte le sue forze. Il sole spioveva sulla facciata di un palazzo alto e nobile, e l'uomo pensò a quanto gli piaceva, da ragazzo, godersi il tramonto sul balcone. Poi augurò a se stesso: «Buon Ferragosto, che tanto dura niente, come l'estate, come questa età senza denti, come tutto a questo mondo tranne la precarietà della vita che non passa».