In Usa ”perda il peggiore”: che fortuna per Obama

21 Luglio 2016 08.00
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Barack Obama è un uomo fortunato.
La peggior crisi finanziaria dagli Anni 30 lo catapultò alla Casa bianca nel 2008, lui e la sua promessa di cambiare tutto, hope and change.
Otto anni dopo, nel 2016, fra due candidati alla successione come Hillary Clinton e Donald Trump, entrambi ai minimi possibili di popolarità, è destinato a vincere quello che meno provoca crampi allo stomaco all’elettorato.
Perda il peggiore, insomma. Assicurando ampia nostalgia per Obama.
Su Hillary si sta concentrando una valanga mai vista di dollari, da Wall street e non solo, per bloccare l’ascesa dell’immobiliarista che si è imposto con il successo alle Primarie nonostante un establishment repubblicano ostile.
Trump resta un’incognita, la sua squadra resta un’incognita e ancora non c’è, le sue politiche sono un’incognita.
Lo sforzo (anche finanziario) per fermarlo sarà senza precedenti.
DEM FAVORITI DAL SISTEMA DI VOTO. Più che i sondaggi, sono la distribuzione geografica del voto e il sistema elettorale americano a favorire per ora Hillary Clinton.
Le elezioni presidenziali sono in realtà, negli Stati Uniti, 50 elezioni statali dove ogni Stato sceglie i suoi electoral vote, uguali alla somma dei deputati federali dello Stato più i due senatori, e quasi ovunque chi vince il popular vote vince il totale dell’electoral vote.
Non basta prendere molti voti, occorre siano ben distribuiti.
Il voto democratico è meglio distribuito, l’elettorato bianco al quale sostanzialmente si rivolge Trump è ancora nettamente maggioritario, ma con uno stacco sempre meno forte sulle altre etnie.
PER I SONDAGGI HILLARY È IN TESTA. Il risultato è che la media dei sondaggi più seguita, quella di Real Clear Politics, continua a vedere Hillary su scala nazionale in testa, ma per meno di 3 punti percentuali.
Mentre i circa 170 electoral vote ancora difficili da assegnare lasciano ugualmente incerto l’esito.
Se Trump non piace al 60% degli elettori registrati (occorre iscriversi alle liste elettorali per poter votare), Hillary non piace al 56% e il 44% dichiara di essere a lei del tutto sfavorevole, secondo l’ultimo sondaggio Washington Post/Abc.
Mentre la robusta antipatia per Trump è ferma ai livello dei mesi passati, anzi leggermente scesa, quella per Hillary continua ad aumentare.

Il punto di forza dell’ex first lady? L’esperienza. E stop

Il forte dell’ex segretario di Stato non è la simpatia, né la capacità così importante per un presidente di saper toccare e interpretare in ogni momento le corde profonde dell’elettorato (abilità fondata su un prestigio morale personale che Hillary non ha) né quella di rappresentarne le istanze più sentite.
Sarebbe la prima donna presidente, e questo ha un notevole richiamo soprattutto sulle donne.
Ma entrando alla Casa bianca farebbe un po’ rassomigliare gli Stati Uniti all’Argentina dei coniugi Kirchner, con la staffetta presidenziale marito/moglie, e questo oltre al resto non aiuta. 
Il forte di Hillary Clinton, da 25 anni sulla scena di Washington con ruoli chiave (first lady, senatore, segretario di Stato), è l’esperienza, che certo a Trump manca. 
DONNA DELLA CONTINUITÀ. L’handicap principale di Hillary, in una stagione che chiede a gran voce quel change che Obama aveva promesso e non ha mantenuto, è di essere la continuità, inevitabile erede di suo marito e di Obama.  
Nella piattaforma democratica c’è quindi, prendendo atto degli umori diffusi profondamente ostili a Wall street, la promessa di reintrodurre una «versione aggiornata e modernizzata» della legge bancaria Glass-Steagall, la severa regolazione contro la speculazione finanziaria introdotta dal Congresso in più tappe nel 1932-’35 e definitivamente smantellata con gaudio a firma di Bill Clinton, e dopo un lobbismo tenace e assolutamente bipartisan, nel 1999.
«IL SISTEMA È TRUCCATO». Quell’abolizione è ritenuta il simbolo del potere di Wall street su Washington e, non sempre a ragione, la causa fondamentale della terribile crisi finanziaria del 2008 e la prova che the system is rigged, il sistema è truccato, lo slogan che meglio racchiude gli umori di questo 2016 secondo il giudizio Thomas Frank su The Nation, storica bandiera del progressismo americano.
Il successo senza precedenti e su una piattaforma anti-establishment, anche a sinistra, di un socialisteggiante come Bernie Sanders conferma il giudizio.

Trump disonesto: punta solo a vincere, poi cosa fare si vedrà

Anche i repubblicani hanno la reintroduzione di una forma di Glass-Steagall nel loro programma e questo la dice lunga sugli umori del Paese e la disponibilità a coltivarli (per vincere, poi si vedrà) visto che di quella legge sono stati sempre, in varia misura e certamente negli ultimi 40 anni, ben più critici che sostenitori (Carter Glass e Henry B. Steagall erano democratici, e del Sud populista).
Se the system is rigged, Hillary is a crook, è un’imbrogliona, tuona e tuonerà ancora di più fino a novembre il prode Trump, riferendosi non solo alla storia delle email segrete gestite con leggerezza, ma anche agli affari della Fondazione Clinton e all’opacità dei suoi bilanci e al lobbismo di lusso della coppia Bill/Hillary una volta fuori dalla Casa bianca e poi dal Dipartimento di Stato. 
Lo schema su cui si muove Trump è semplice, efficace, e disonesto perché non dice molto sul dopo e punta a vincere e basta. Poi si vedrà.
RAZZISMO E ALTRE AMENITÀ. Le tinte razziste, gli attacchi al commercio internazionale, la Nato superflua (in questa Europa?), i muri sul Rio Grande «pagati dal Messico» (risate plateali) e altre amenità come la cacciata di tutti gli islamici servono a vincere.
E consentono a Trump di apparire come l’uomo del cambiamento, e della gente comune, il loro vendicatore verso un establishment che ha tradito il Paese e del quale, peraltro sul lato business, lui ha sempre fatto parte.
E Obama? Se fosse quel successo che anche in Italia molti pensano, bene impressionati da come parla e dall’eleganza con cui porta il tuxedo presidenziale e da una presidenza – gli va riconosciuto – priva di scandali personali, ci sarebbe posto per un Trump?
Trump ha spazio per dire che vuole cambiare tutto perché Obama, eletto per cambiare, in otto anni ha cambiato ben poco.
MEDIOCRITÀ OBAMIANA. E la mediocrità della sua presidenza, evidente in politica estera (basta guardare il Medio Oriente, ma anche l’Asia così tanto sbandierata), non si riscatta in politica interna, con un Paese diviso come non mai, i redditi nel 90% della popolazione in netto calo, una riforma finanziaria che i due candidati definiscono da rifare e quella sanitaria (Obamacare) che è solo un aumento (giusto) di servizi fatto pagare però spesso a chi non li riceve e che con le nuove tariffe assicurative in arrivo farà probabilmente scalpore prima del voto.
Vinca il migliore, si dice in questi casi. Per il voto Usa 2016 c’è solo da sperare che perda il peggiore. Scelta difficile.

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