Inchiesta Fanpage, per la procura di Brescia Perrella mentiva

20 Febbraio 2018 18.06
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Nunzio Perrella non è credibile, anzi spesso ha avuto atteggiamenti ambigui, anche sulle intenzioni di diventare davvero un pentito di camorra. È il 13 settembre 2017, di fronte alla Commissione bicamerale su Rifiuti il procuratore aggiunto di Brescia Sandro Raimondi sta rispondendo alle domande di parlamentari e senatori. È la seconda volta che il magistrato bresciano viene ascoltato su questo ex camorrista tornato alla ribalta negli ultimi giorni per l'inchiesta di Fanpage che sta spaccando il Partito democratico in Campania, mettendo nel mirino il potere familistico del governatore Vincenzo De Luca. Raimondi ha già parlato in commissione rifiuti il 31 maggio raccontando i rapporti tra Perrella e la procura di Brescia. E lì ha spiegato tutte le falle della testimonianza di questo collaboratore di giustizia.

IL GIUDIZIO SUL PRESUNTO AGENTE PROVOCATORE. Quel resoconto stenografico per motivi di indagine viene in un primo momento secretato. Sarà desecretato solo il 4 ottobre. Lettera43 ne è entrata in possesso. Si può leggere quello che gli inquirenti bresciani pensano di questo presunto agente provocatore di Fanpage, protagonista dei video scoop che hanno però portato la procura di Napoli a mettere sotto indagine anche il direttore del quotidiano online. Lo stesso direttore di Fanpage, Francesco Piccinini, ha spiegato in un'intervista al Corriere che Perella non è stato usato come agente provocatore. «Non è così», ha detto. «Perrella è stato il nostro grimaldello per arrivare dove da soli non saremmo potuti arrivare. Ma l'inchiesta è giornalistica e risale a prima di incontrarlo». Perrella, ha aggiunto Piccinini, «è un pentito che le procure hanno ritenuto affidabile e utilizzato per anni. Perché noi avremmo dovuto regolarci diversamente?». Eppure la procura di Brescia aveva un'altra opinione in merito.

Raimondi ora è a capo della procura di Trento. Segue da anni la piaga dei rifiuti nel Bresciano. Chiede la secretazione degli atti perché, si legge nel resoconto, «Brescia è oggi la Terra dei fuochi». E aggiunge: «Abbiamo, infatti, altri procedimenti sui rifiuti. Non vorrei, per caso, che ci fosse un nome che viene fuori e che poi risultasse coinvolto in un ulteriore prosieguo di indagine. È soltanto una questione di cautela, non di scortesia».

LA PARTECIPAZIONE A NEMO. Il rapporto tra la procura di Brescia e Perrella nasce dopo un servizio della trasmissione Nemo, dove proprio il collaboratore di giustizia «con mefisto calato in testa per evitare di essere riconosciuto, rende delle dichiarazioni molto dure e molto pesanti, che evidenziano una sua conoscenza, addirittura in modo anche drammatico, perché c'era la mamma di un bambino morto per evidenti malattie a seguito di contaminazione dell'ambiente».

IL COLLOQUIO IN PROCURA. La questura dopo il servizio di Nemo si muove. E il 6 dicembre Raimondi convoca Perrella in procura. «All'interrogatorio partecipò anche il sostituto procuratore nazionale Roberto Pennisi, che è il coordinatore di tutti i rifiuti in Italia e che coordina anche l'attivià della procura distretturale antimafia di Brescia». Raimondi di fronte alla Commissione spiega: «Nel corso del nostro esame Perrella parlò molto del suo passato. Decidemmo di farlo parlare del suo passato. Decidemmo poi di chiedere, alla fine, di dirci qualcosa di attuale. Fece delle dichiazioni di principio e delle segnalazioni ma, di fatto, i nominativi che vennero da lui portati alla nostra conoscenza non ci diedero delle immediate risultanze».

L'interrogatorio viene seguito anche da Alfonso Iadevaia, all'epoca capo della squadra mobile di Brescia. Spetterà proprio alla mobile svolgere ulteriori attività di indagine, tra intercettazioni dei telefoni utilizzati da Perrella «che», spiega Raimondi, «diceva di sapere i luoghi dove avevano interrato i rifiuti. Le risultanze a cui la polizia giudiziaria pervenne sono assolutamente negative, sia su personaggi (molti personaggi non vennero riconosciuti in fotografia), sia sui luoghi, che non vennero indicati».

IL DETTAGLIO DEL BIGLIETTO DEL TRENO. Il magistrato è categorico. Perrella «non fu in grado di poter fornire un'ubicazione geografica, anzi, fece anche degli errori perché parlò di cantiere Bre.Be.Mi in un determinato periodo storico, ma la Bre.Be.Mi venne aperta qualche anno dopo. Addirittura c'era una sorta di infarinatura che chiunque poteva avere con la lettura della cronaca dei quotidiani. Il nostro Perrella non ha fornito – fino a ora – e la mia personale opinione è che non ne fornirà in quell'ulteriore coda di ulteriori riscontri che faremo – dati significativi per poter individuare ulteriori siti o ulteriori responsabilità ascrivibili a persone fisiche o giudiridiche». Per sostenere la sua tesi alla Commissione Raimondi cita anche un «pettegolezzo», ricordando quando Perrella fu convocato in procura. «Il dottor Iadevaia lo convoca su mia delega e lui fa: "No, ma io non posso venire. Non ho soldi per il biglietto. Non posso partecipare. Rimborsatemi tutto". Poi scoprimmo che invece due giorni dopo arrivò a Brescia per fare una conferenza stampa con un libro che lei ha citato signor presidente. Questo era elemento di colore, forse di pettegolezzo, ma un elemento comunque fortemente inquinante di una credibilità, almeno a quella che è la mia personale opinione».

I TENTENNAMENTI SULLA COLLABORAZIONE. Raimondi però non si ferma qui e spiega anche i problemi avuti affinché Perrella diventasse collaboratore di giustizia. «Chiesi a Perrella, nel mio primo e unico interrogatorio del 6 dicembre, che durò 6-7 ore (cercammo di pesare il personaggio, ovviamente, che è il nostro lavoro): "Lei vuole diventare collaboratore di giustizia? Se decide di diventare collaboratore di giustizia, ovviamente, c'è tutto un inter – che loro conoscono – dove devi fare un programma, per cui devi fare una precisazione e una puntualizzazione. Non puoi inventarti di essere collaboratore di giustizia perché poi – come tutti sanno in questa Commissione – il programma lo devi rispettare". Lui risponde: "No assolutamente, io non voglio, per carità". Dopodiché qualche mese dopo il suo avvocato mandò una lettera, senza presentarsi personalmente, in cui chiedeva la collaborazione. La mandò a me e, qualche tempo prima, la mandò anche alla procura di Napoli, nella persona del procuratore aggiunto Borrelli. Io la lettera l'ho presa e l'ho lasciata agli atti». Conclude Raimondi: «Non ho intenzione, in questo momento, di riconvocare Perrella. Aspetto ancora 2-3 ulteriori code di accertamenti ma, per quella che è la mia personale opinione, egli non ha fornito allo stato elementi validi perché possano essere giustificate spese processuali di mezzi, tempo e ore uomo».

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