Mario Margiocco

Le incognite sulla Brexit e il rischio di un caos europeo

Le incognite sulla Brexit e il rischio di un caos europeo

09 Dicembre 2018 13.00
Like me!

Se mettono tristezza la confusione e le brutte figure nazionali imposte dalla politica italiana si può gettare uno sguardo al Regno Unito. Con i leave (per l’uscita dalla Ue) sempre meno in grado di offrire prospettive credibili salvo un vacuo orgoglio nazionale dopo la vittoria al referendum Brexit del 2016 e i remain (per restare in Europa) con varie prospettive ma in ordine sparso, e il vertice laburista puro e duro che dall’opposizione sogna un ritorno alle nazionalizzazioni e a quello pensa.

Il tutto sommato non grande, come dimensioni, arcipelago britannico regnava 100 anni fa su 420 milioni di persone, il 23% della popolazione mondiale di allora, e sul 24% della superficie del globo e non ce la fa adesso nemmeno a governare se stesso, nel guazzabuglio Brexit. Il voto dell'11 dicembre alla Camera dei Comuni sta per dire "sì" o più probabilmente "no" o, forse, un "sì" che sarà però un "no" all’accordo raggiunto a novembre fra il premier Theresa May e tutti i Paesi Ue, su come arrivare fra tre mesi al già legiferato divorzio, ma in modo consensuale, pilotato, e graduale. Martedì 4 dicembre sono incominciati martedì malissimo per il governo i cinque giorni di dibattito, con tre sconfitte, la più importante inflitta da un’iniziativa di deputati conservatori contrari alla Brexit. Un loro emendamento, in caso di un “no” ai Comuni, riporta la questione sotto l’autorità di un parlamento finora semi-esautorato dal referendum popolare del giugno 2016, vinto di misura da chi preferiva l’uscita. Subito i leave, con il ministro del Commercio estero Liam Fox, hanno lanciato l’allarme: «…i Comuni che hanno una naturale maggioranza di remain cercano di rubare la Brexit dalle mani del popolo britannico».

LA QUESTIONE IRLANDESE AZZOPPA THERESA MAY

Dopo quasi due anni e mezzo il compromesso May-Ue di novembre ha dato corpo a un calendario di uscita con tempi lunghi e che ruota attorno alla spinosa questione irlandese, ignorata dai brexiteers a suo tempo e ora centrale anche perché la premier, indebolita dopo le incaute elezioni anticipate del 2017 volute per rafforzarsi, sopravvive solo grazie ai 10 voti dei deputati unionisti nordirlandesi. Ci sono 500 chilometri di confine attraversato da non meno di 400 strade fra la Repubblica d’Irlanda e l’Ulster protestante, con 1.8 milioni di auto che le percorrono ogni mese, e nessuno vorrebbe una frontiera contraria agli interessi economici di tutti, molto osteggiata dalle imprese locali, e che pregiudicherebbe la difficile pace raggiunta grazie alla comune appartenenza alla Ue dopo generazioni di odi violenze guerriglia e morti. Ma l’Ulster, che vorrebbe sì frontiere aperte, non vuole essere separato dal resto dell’UK, restare cioè in un limbo panirlandese di norme europee con la frontiera commerciale con l’UK spostata nel Mare d’Irlanda, e per questo i 10 deputati voteranno no.

Ecco allora, anche per guadagnare tempo sulla questione irlandese, la tabella di marcia concordata: distacco legale presto come previsto, alle ore 23 del 29 marzo 2019, distacco reale graduale, due anni e forse anche quattro, con numerose misure del mercato unico che restano valide anche per Londra, che potrà nel frattempo preparare i suoi accordi commerciali con realtà terze ma potrà applicarli solo una volta del tutto fuori, dopo il 2020 o il 2022. È il cosiddetto backstop, o rete di sicurezza, dal gergo sportivo (cricket) scelto per disinnescare il nodo irlandese. Poi qualcosa dovrà accadere, ma non è chiaro come .

Da Bruxelles è già partito un avvertimento: non sarà possibile negoziare un accordo con termini diversi da quelli concordati nel novembre scorso

Un parere legale al governo, che la May ha cercato di tenere riservato e che il parlamento ha preteso martedì 4 di conoscere, definisce la soluzione che lascia l’Irlanda del Nord di fatto nella Ue «gravida di problemi». Da Bruxelles è già partito un avvertimento: non sarà possibile negoziare un accordo con termini diversi da quelli concordati nel novembre scorso. Mentre nel Lussemburgo, sede della Corte di giustizia Ue, l’avvocato generale, rispondendo a una istanza attivata da un tribunale scozzese (la Scozia è a netta maggioranza per il remain), ha fatto sapere che a suo avviso Londra potrebbe unilateralmente rinunciare all’invocato articolo 50 del Trattato di Lisbona che detta la procedura di uscita dall’Unione. In genere questi pareri vengono presto fatti propri dall’intera Corte. Sarebbe un’uscita di sicurezza: abbiamo scherzato. Ma non sarà facile.

CON L'HARD BREXIT PER EUROPA E GRAN BRETAGNA SAREBBE IL CAOS

Dopo la possibile, probabile bocciatura dell’accordo May-Ue martedì 11 dicembre, la premier ha 21 giorni per dire come intende procedere. Ci sono grossomodo tre schieramenti. I brexiteers duri e puri, l’ex ministro degli Esteri Boris Johnson e Jacob Rees-Mogg e altri che sono per la hard way, no all’accordo May che dice Johnson «è un’umiliazione nazionale e si prende burla della Brexit» e fuori senza nessuna intesa perché il popolo ha deciso. Sarebbero mesi di totale disordine commerciale, di approvvigionamenti difficili per un Paese che importa moltissime derrate alimentari, di code interminabili di Tir treni e molto altro. Sei mesi di caos e gravi disagi. Poi, pian piano, la nuova macchina prenderebbe a girare. Perdite ingenti però sono state calcolate per l’economia, una volta staccata dal resto d’Europa, forse nell’ordine dei 100 miliardi di sterline all’anno. Ma anche la metà sarebbe un dramma.

Il leader laburista Jeremy Corbin vorrebbe nuove elezioni e poi andare a Bruxelles da premier a trattare la “sua” Brexit

Per questa hard Brexit però ci sono solo 100 voti fra i conservatori e altri, ma non molti, fra i laburisti. C’è chi spera in una rinegoziazione, già esclusa dalla Ue, o in una associazione esterna al mercato unico tipo Norvegia, e il leader laburista Jeremy Corbin vorrebbe nuove elezioni e poi andare a Bruxelles da premier a trattare la “sua” uscita. E infine chi, una forza trasversale crescente di conservatori-laburisti e altri che punta a un nuovo referendum, cosa non facile, ma nella confusione totale potrebbe essere alla fine l’unica carta. I sondaggi dicono che questa volta i leave non ce la farebbero, probabilmente.

Il partito laburista, e ancor più la sua delegazione parlamentare, sono sempre più remain, o meno leave, ma il problema è la leadership che sta sciupando un’occasione storica, e rivela quanto profondi siano fra i britannici anche a sinistra certi istinti nazionalisti. Il vetero anglomarxista Corbin sdegnoso dei “continentali” fa mancare un chiaro appoggio al nuovo referendu. Vuole un’unione doganale con la Ue ma vuole uscire dal mercato Unico e dall'Europa per poter procedere ad alcune nazionalizzazioni che Bruxelles renderebbe impossibili, e nella convinzione che il suo elettorato vuole dire basta agli immigrati. Se sarà 'no' l’11 dicembre, chiederà elezioni, e solo se non ci saranno elezioni potrebbe considerare l’ipotesi di un nuovo referendum.

LE BALLE DEI FAUTORI DEL LEAVE E L'ILLUSIONE DI UN'USCITA FACILE

L’origine del grosso pasticcio, ha ricordato nei giorni scorsi Chris Patten, ultimo governatore britannico di Hong Kong ed ex commissario Ue, è nella leggerezza e nelle perfette bugie con cui i fautori del leave , primo ma non unico Boris Johnson, oggi aspirante alla guida del governo, hanno imbonito due anni fa l’elettorato. Il messaggio è stato: dobbiamo uscire per una questione di indipendenza nazionale e di contrasto all’immigrazione, manterremo i vantaggi dell’unione doganale e potremo fare in proprio trattati doganali con altri partner. Un’illusione.

Se vogliamo andare all’origine vera di una scelta irrazionale (come si fa a pensare a un futuro radioso mentre si abbandona la più grande area commerciale del mondo?) conviene tuttavia astrarsi un attimo dalla cronaca dalla politica e dall’economia. Lev Nicolaevič Tolstoj e Alexis De Tocqueville aiutano. Il peccato inglese, se peccato è stato, è di orgoglio. E di scarso realismo. Tolstoj, nel terzo volume di Guerra e pace, ha un breve schizzo dei caratteri nazionali e di che cosa li soddisfa e dice questo sugli inglesi (nota bene: inglesi, perché i britannici sono una categoria non sempre identica): «L’inglese è sicuro di sé perché è cittadino del Paese meglio ordinato del mondo; perciò, in quanto inglese, sa sempre ciò che deve fare, e sa che tutto ciò che fa, in quanto inglese, non può che essere ben fatto».

L’inglese è sicuro di sé perché è cittadino del Paese meglio ordinato del mondo; perciò, in quanto inglese, sa sempre ciò che deve fare, e sa che tutto ciò che fa, in quanto inglese, non può che essere ben fatto

Stile misurato in apparenza, ma tronfi come un cocomero d’agosto. ll referendum del 2016 era una ricerca di rifugio in questo antico spirito, ma sono passati due secoli da quando Tolstoj ambientava questi giudizi. Tocqueville è più chiaro ancora: i francesi, diceva, sono sempre ansiosi che qualcuno possa essere più in alto di loro, «l’inglese invece abbassa il suo sguardo con soddisfazione». E gli italiani? L’italiano è soddisfatto perché «facilmente si dimentica di se stesso e degli altri», diceva Tolstoj. Vero, ci siamo dimenticati delle regole di Bruxelles, dei mercati, dello spread e balliamo la tarantella sull’orlo del burrone, con gli inglesi che a fianco sul terreno che frana bevono il tè. Così è ridotta la grande Europa.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *