Incubi 2011

Giuliano Di Caro
24/01/2011

I 10 scenari, ipotetici ma non troppo, da evitare a tutti i costi.

Incubi 2011

Anno nuovo, incubi nuovi. Dall’economia europea asfittica e priva di prospettive ai venti di guerra sul confine tra le due Coree, passando per l’Italia del Berlusconi premier a oltranza e il Messico sprofondato nell’anarchia del narco-dominio. Lettera43.it  ha selezionato dieci sciagurati scenari ipotetici ma non troppo. Numerosissime le questioni cruciali della contemporaneità in bilico. La speranza è ovviamente che tali incubi globali non si realizzino, in un modo o nell’altro, nel corso del 2011. Ma un’occhiata alle aree calde del mondo potrebbe tornare utile per capire cosa (forse) ci aspetta (guarda la photogallery degli incubi 2011)

Berlusconi, ancora premier

E se lo sfascio della morale pubblica e politica dello scandalo Ruby, l’inchiesta per sfruttamento della prostituzione minorile a suo carico, lo strappo con lo storico alleato Fini e la degradante figuraccia internazionale del “Paese per escort” non bastassero comunque a far perdere le elezioni a Silvio Berlusconi? Tocca inanellare una serie di “se” non trascurabile, primo fra tutti l’effettiva chiamata alle urne nel corso dell’anno, niente affatto scontata, per immaginare che il 2011 sarà l’anno in cui il Cavaliere verrà disarcionato dalla guida del Paese. La sciagura, assai verosimile, è che invece tutto rimanga come ora.

Pakistan inghiottito dal terrorismo

Il principale Paese islamico alleato con l’Occidente nella lotta al fondamentalismo, almeno sulla carta, è allo sbando. Il governo pakistano è debole, inefficiente e corrotto. E rappresenta un terreno di conquista molto appetibile per fondamentalisti ed estremisti islamici, fautori dello scontro con le potenze occidentali.
Se le redini del Paese finissero in mano ai nemici degli Stati Uniti, la cui pur imperfetta alleanza col Paese islamico ha verosimilmente evitato parecchi guai sulla via dello scontro di civiltà, l’intero equilibrio dell’area verrebbe radicalmente alterato. Non bastasse, il Pakistan è anche una potenza atomica: una manna dal cielo per i terroristi (leggi l’articolo sulle rivelazioni di Wikileaks sul Pakistan).

Economia stagnante a Eurolandia

Dura la vita nel Vecchio Continente. Le condizioni finanziarie di Portogallo, Grecia e Irlanda sono note, ed è forte il timore che altri Stati – vedi la Spagna – possano seguirne il non edificante esempio andare a gambe all’aria, evocando lo spettro dei costosissimi piani di salvataggio di interi Paesi (leggi l’analisi sul rischio bailout dei Paesi dell’Eurozona). L’economia continentale si sviluppa al rallentatore e avrebbe bisogno di un’ondata di export per risollevarsi dagli stenti. Ma la Cina da sola non basta e il principale partner commerciale, l’America, è in caduta libera. Senza la sponda a stelle e strisce, lo spauracchio di un’economia stagnante per tutto il 2011 è possibilità assai concreta, che aggraverebbe ulteriormente le crisi sociali e politiche delle capitali europee. Senza contare la mazzata per l’innovazione e la competitività che infliggerebbe al vecchio continente, già messo alle corde dai Paesi emergenti sulla produttività e insidiato anche sul terreno del terziario avanzato.

Soldati italiani in Afghanistan sempre più sotto tiro

La missione dei soldati italiani in Afghanistan ha subito una brusca impennata alla voce pericolosità. Ci siamo tristemente abituati alle immagini del ritorno in patria di una bara avvolta nel tricolore, ai minuti di silenzio negli stadi per commemorare giovani compatrioti morti all’estero e alle polemiche che puntualmente si scatenano sulla sensatezza o meno dell’impegno militare italiano (leggi l’articolo dell’analisi sulla situazione afghana).
Le zone di competenza del contingente italiano sono diventate più calde e pericolose, poiché più aspra è divenuta la resistenza degli insorti alla quale si è aggiunta quella dei narcotrafficanti. Tocca non sbagliare nulla nella strategia militare sul campo, trovando insieme al Generale David Petraeus dell’Isaf le giuste contromosse alla mutata situazione sul campo.

Usa superpotenza in bancarotta

Mai come in questo periodo il termine superpotenza calza in maniera così approssimativa e sgraziata sugli Stati Uniti. Il tasso di disoccupazione è alle stelle, ben oltre il 10%, cifra che si raddoppia se si includono i sottoccupati. La bellezza di 1 miliardo di dollari in stimoli all’economia potrebbe non essere sufficiente a dare respiro alla grande malata dell’economia globale, da cui dipendono, per effetto a catena, le sorti di decine di Paesi, Europa inclusa (leggi l’articolo sul debito federale degli Stati Uniti).
La parola d’ordine del Congresso diviso tra repubblicani e democratici, ma ostaggio del Grand Old Party, è tagliare il debito, con buona pace del programma di Obama di investire in scuola, trasporti, energie rinnovabili. Illinois, Texas e California rischiano seriamente la bancarotta. In un simile scenario, la società civile e la classe media pagherebbero un dazio enorme: unito agli effetti dell’economia in crisi, dopo gli schiaffi del biennio passato il colpo sarebbe da ko.

Nuova guerra civile in Libano

Il governo di unità nazionale libanese non esiste più. Quella che sembrava una fase delicata del difficile rapporto di convivenza all’interno dell’esecutivo di unità nazionale tra la maggioranza, guidata dal primo ministro Saad Hariri, e le opposizioni, con in testa il movimento sciita Hezbollah, si è trasformata in una crisi di governo.

I ministri del Partito di Dio si sono dimessi a causa delle indagini del tribunale internazionale dell’Onu sull’attentato che nel 2005 causò la morte dell’ex premier Rafiq Hariri, padre dello stesso Saad. Lo spettro di una guerra civile in Libano è purtroppo uno scenario assai verosimile (leggi la cronaca delle tensioni a Beirut).

L’Italia della disoccupazione giovanile

Fuor di retorica, che futuro può avere un Paese in cui quasi il 30% dei giovani non ha un lavoro? La percentuale degli inattivi poi, cioè coloro che non lavorano, non studiano e non cercano un impiego, è in crescita costante.
La disoccupazione all’8,7% è pur sempre anni luce dal 20% spagnolo, tanto per fare un esempio. Ma sul futuro l’Italia è in crisi: se il 2011 non sarà l’anno dell’inversione di tendenza tra i giovani, già precari e dipendenti dalle famiglie, gli anni ’10 saranno il decennio in cui un’intera generazione verrà compiutamente bruciata e esclusa dalla società italiana. Un drammatico passaggio a vuoto che non ci possiamo permettere. Toccherebbe alla politica piazzare il tema ai primissimi posti dell’agenda pubblica.

Mubarak abbattuto dalla fratellanza islamica

Altro tassello chiave della lotta al terrorismo, insieme al Pakistan, è l’Egitto di Hosni Mubarak. Il dittatore egiziano amico degli Usa è duramente sotto pressione per l’inefficienza e la corruzione del suo governo.
Una sua eventuale caduta nella polvere aprirebbe la strada, in uno Stato strategico per le speranze di pace in Medio Oriente, alla Fratellanza musulmana o a gruppi ancora più violenti e estremisti. L’esempio delle sollevazioni popolari in Tunisia contro Ben Ali (leggi l’analisi sul rischio contagio della rivolta dei Gelsomini) potrebbero aggravare il malcontento popolare verso il regime di Mubarak portando non già a un governo democratico e consapevole del suo ruolo internazionale, bensì all’inizio di una stagione di caos. Durante la quale, è noto, gli agitatori e gli estremisti prosperano. Senza una rinnovata spinta democratica, il Paese si troverà tra i due fuochi di una dittatura e di un assalto alla diligenza (leggi i profili sono i dittatori del Nord Africa e del Medio Oriente).

Il Messico nelle mani dei narcos

Il mexican problem, come lo hanno chiamato per anni a Washington, è riesploso in tutta la sua veemenza. Il Paese è terreno di caccia dei narcotrafficanti, il cui potere crescente sta diventando un problema anche oltreconfine.
Un dato ben rappresenta la situazione: in un anno a Suàrez, arena delle faide tra bande di trafficanti, si sono registrati 2660 omicidi, tra cui anche l’assassinio di un funzionario del locale consolato americano. Ma soltanto 30 arresti. La sproporzione racconta di una parte di Paese avviata verso l’anarchia. Gli Usa dovranno, volenti o nolenti, provare a mettere le mani nell’annosa questione messicana. O la striscia di confine tra i due Paesi diventerà una polveriera non dissimile dall’Iraq e l’Afghanistan.

Coree, dalle scaramucce alla guerra

Dall’affondamento di un’imbarcazione al bombardamento di un’isola sul confine tra i due Paesi: Corea del Nord e Corea del Sud si studiano, giocano le loro carte nella strategia del far saltare i nervi all’avversario. E si mostrano reciprocamente i muscoli con continue esercitazioni militari, in quella che sembra essere una guerra fredda post-litteram (leggi l’articolo sull’escalation di tensione tra le due Coree).
Cina e Stati Uniti, alleati rispettivamente di Pyongyang e Seoul, hanno tutti gli interessi a mantenere il più possibile freddo questo conflitto tra cugini. Il regime del Nord è stato condotto a più miti consigli dal colosso cinese e ha iniziato il 2011 aprendo al dialogo con il Sud. Se questa improvvisa impennata della parola sui missili non dovesse durare, i 2 milioni di soldati sul confine tra i due Paesi, il più militarizzato al mondo, potrebbero mettere drammaticamente a repentaglio la pace della regione, durata decenni.