Così Narendra Modi sta soffocando la democrazia in India

Lorenzo Lamperti
28/01/2024

L'aver dato il via alla campagna elettorale inaugurando un tempio Ram costruito sulle rovine di una moschea la dice lunga sul suo desiderio di coronare l'India come nazione induista. Da quando è salito al potere, il primo ministro ha progressivamente ristretto lo spazio di manovra di minoranze e opposizione, eroso la libertà di stampa e soffiato sul nazionalismo indù. Nel parziale disinteresse dell'Occidente. L'analisi.

Così Narendra Modi sta soffocando la democrazia in India

«La democrazia indiana sta lentamente morendo». La sentenza l’ha data il Japan Times, media di un Paese (il Giappone appunto) non certo ostile all’India. Anzi, l’ex premier Shinzo Abe (ucciso nel luglio 2022) era un grande amico di Narendra Modi, primo ministro indiano che tra meno di tre mesi va alle urne alla ricerca di un terzo mandato. Eppure, è difficile non essere d’accordo con quanto si scrive a Tokyo, che condivide con Nuova Delhi un posto all’interno del Quad, la piattaforma di difesa quadrilaterale che comprende anche Stati Uniti e Australia e che è diventata la manifestazione della politica dell’Indo-Pacifico. Un concetto, quest’ultimo, coniato proprio da Abe per connettere i mari dell’Asia orientale a quelli indiani.

Così Narendra Modi sta soffocando la democrazia in India
Narendra Modi, e Olaf Scholz al G20 di Nuova Delhi (Getty Images).

Il sogno di trasformare l’India in una nazione induista

Il segnale più chiaro di questa lenta ma a quanto pare irreversibile erosione della democrazia indiana li si è avuto lunedì 22 gennaio. A meno di 90 giorni dalle urne, Modi ha dato ufficiosamente il via alla campagna elettorale inaugurando un tempio ad Ayodhya. Non si tratta certo di un tempio come un altro. È stato infatti costruito sul terreno dove sorgeva da secoli una moschea di epoca Moghul, chiamata Babri Masjid, prima di essere demolita nel 1992 da una folla mobilitata da organizzazioni ultraindù. Proprio quelle organizzazioni solleticate da Modi e dal suo Bharatiya Janata Party (BJP), sin dalla sua ascesa al potere. La demolizione della moschea del XVI secolo scatenò alcune delle peggiori rivolte religiose dall’indipendenza indiana, causando la morte di circa 2 mila persone, la maggior parte delle quali musulmane. In una sentenza del 2019, la Corte Suprema indiana ha definito la demolizione della moschea una «grave violazione dello stato di diritto», ma ha comunque consentito la costruzione di un tempio Ram in quel luogo. Modi non se l’è fatto ripetere due volte e anzi ha cavalcato il progetto come simbolo della sua nuova India, molto meno laica e molto più tinta di un nazionalismo indù. Presenziando all’inaugurazione, il premier ha parlato della realizzazione del «sogno che molti coltivano da anni». La consacrazione del tempio è diventata un evento nazionale, con 8 mila ospiti ufficiali tra cui politici, diplomatici, star di Bollywood e figure religiose, alla presenza di centinaia di migliaia di pellegrini. Un migliore spot elettorale per Modi era difficile da immaginare, sostenuto peraltro dalla città tirata a lucido per l’evento, tra immagini di Ram e manifesti dello stesso premier. Il tempio non sarà completato fino al prossimo anno, tanto che c’è chi tra gli indù si è lamentato per un’inaugurazione così anticipata. Anche per questo a molti pare evidente il nesso temporale con l’approssimarsi delle elezioni, mostrando ancora una volta il desiderio di Modi di intestarsi il coronamento dell’India come nazione induista. Anzi, di Bharat, visto che Modi ha più volte manifestato l’intenzione di cambiare il nome del Paese, non da ultimo durante il summit del G20 ospitato a Nuova Delhi lo scorso settembre.

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L’inaugurazione del tempio Ram ad Ayodhya nell’Uttar Pradesh (Getty Images).

Le due facce di Modi: apertura agli investimenti esteri e stretta su opposizione e minoranze 

L’immagine di Modi è d’altronde intrecciata a doppio filo con gli ambienti ultranazionalisti. Nel 2002 era governatore dello Stato del Gujarat, quando esplosero vaste violenze anti musulmane in seguito a un incendio (avvenuto in circostanze mai chiarite) di un treno pieno di pellegrini indù alla stazione di Godhra. La colpa ricadde sulla minoranza musulmana e la rappresaglia causò 2500 vittime. Modi è stato accusato di non aver fatto abbastanza per provare a evitare la strage. Ma dopo anni di indagini, la Corte Suprema sostiene che la sua squadra investigativa non ha trovato prove sufficienti per avviare un procedimento giudiziario contro di lui. Qualche ombra è però sempre rimasta, ed è tornata ad addensarsi negli scorsi mesi, quando è uscito il documentario della Bbc India: The Modi Question, censurato in tutta l’India, col governo che l’ha definito «spazzatura» e «propaganda anti indiana». Dopo essere diventato premier nel 2014, Modi ha da una parte stretto i rapporti con l’Occidente aprendo agli investimenti esteri. Dall’altra ha progressivamente eroso lo spazio di manovra di opposizione e minoranze. Nel 2019, poco dopo aver ottenuto il secondo mandato, ha revocato l’autonomia del Kashmir. L’unico Stato a maggioranza musulmana è stato diviso in due parti: Ladakh e Jammu & Kashmir. Il primo non ha nemmeno più un parlamento statale. In seguito ha anche approvato una nuova legge sulla cittadinanza che secondo le minoranze musulmane contiene regole discriminatorie nei loro confronti.

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Giorgia Meloni con Narendra Modi alla Cop28 di Dubai (Getty Images).

L’alleanza con Gautam Adani e l’erosione della libertà di stampa

Sul fronte politico, l’opposizione ha sempre meno spazio anche sui media, finiti uno dopo l’altro nell’orbita governativa o comunque di imprenditori vicini a Modi come l’amico multimiliardario Gautam Adani che ha acquisito il broadcaster Ndtv dopo un’aggressiva scalata a una delle poche emittenti rimaste critiche nei confronti del premier. Non è un caso che l’anno scorso l’India sia scivolata di otto posizioni nell’indice della libertà di stampa, scendendo alla 150esima su 180 Paesi: la peggiore posizione di sempre per il Paese asiatico. La presa è fortissima anche su internet: nessun Paese al mondo opera “spegnimenti” eterodiretti della Rete, spesso in concomitanza di proteste come accaduto nel 2020 e 2021 in occasione delle maxi manifestazioni dei contadini contro la riforma agraria. Rahul Gandhi, leader dell’opposizione, è stato persino espulso dal parlamento dopo una condanna per diffamazione proprio ai danni del premier. Alle elezioni del prossimo aprile è difficile immaginarsi una reale alternativa alla vittoria di Modi. Lo stato della democrazia indiana, però, pare aver registrato una serie di sconfitte.

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Gautam Adani (Getty Images).

La miopia occidentale nei confronti del gigante asiatico

Il tutto nel parziale disinteresse dell’Occidente che vede nell’India uno snodo sempre più strategico sia sul fronte commerciale sia sul fronte geopolitico in ottica anti-cinese. Un’ottica ancora piuttosto teorica, visto che Nuova Delhi (che oltre al Quad fa parte anche dei Brics e dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai insieme a Cina e Russia) non ha mai condannato l’invasione dell’Ucraina e, anzi, ha aumentato esponenzialmente i legami commerciali con Mosca sul fronte energetico. Giovedì 25 gennaio, intanto, Modi ha accolto il presidente francese Emmanuel Macron per sottoscrivere accordi dal valore di 10 miliardi di dollari su difesa ed energia nucleare. Va bene i templi e il simbolismo indù, ma poi contano anche gli affari. A Modi non mancano nessuno dei due.

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Modi con Emmanuel Macron (Getty Images).