Alla locomotiva tedesca manca il motore lombardo

Barbara Ciolli
10/04/2020

Senza la componentistica del Nord Italia, in Germania l'industria non riesce a ripartire. L'emergenza Covid sta mettendo a rischio un interscambio da 128 miliardi. Per questo servono aiuti e liquidità. L'analisi e le previsioni della Camera di commercio italo-germanica.

Alla locomotiva tedesca manca il motore lombardo

Fino all primavera l’interscambio tra Italia e Germania aveva tenuto, poi no. L’indotto delle tre regioni del Nord più colpite dal Covid 19 (Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna) ha bloccato le forniture soprattutto verso i tre Land tedeschi industriali (Baviera, Baden Württemberg e Nord Reno-Vesfalia) a loro volta i più colpiti in Germania, sebbene su scala minore della Lombardia, dalla pandemia. La propagazione del coronavirus in queste sei grandi e ricche aree europee si sovrappone, come un calco, all’intenso interscambio commerciale che, fino al marzo scorso, ferveva tra le rispettive aziende. Il risultato è la paralisi della produzione industriale europea: un «tunnel» dal quale la Camera di commercio italo-germanica (Ahk Italien) spera di uscire «presto», «insieme e in sicurezza» con l’Italia. Una ripartenza necessaria per evitare il peggio, anche se, secondo le previsioni per il 2020, per tornare alla normalità occorreranno almeno 6 mesi.

COMPARTO AUTO BLOCCATO

Rimettersi lentamente in moto servirà a resistere. Il presidente di Ahk Italien Gerhard Dambach stima che un «paio di settimane di lockdown non cambieranno a questo punto la situazione». A patto che le aziende abbiano subito dagli Stati la liquidità indispensabile per pagare fornitori e lavoratori, «in modo da non essere costrette a chiudere». Un blocco più lungo non è invece sostenibile, anche per l’industria tedesca.

LEGGI ANCHE: La Germania pensa alla fase 2: i tre scenari post coronavirus

Dambach è anche amministratore delegato di Bosch Italia, il ramo del colosso di Stoccarda che nel frattempo ha sviluppato un test rapido per il coronavirus e chiede di poter ripartire; lo stesso Bmw che, come le altre case dell’auto, dal quartier generale di Monaco ha fermato per un mese tutta la produzione, in seguito alle restrizioni ma anche per il crollo della domanda. I marchi tedeschi dell’automotive sono in pressing anche sul governo Merkel per un piano comune Ue che ridia fiato. Senza la componentistica dal Nord Italia il comparto non può lavorare. «È talmente specializzata che è insostituibile con altri fornitori», precisa Dambach.

«SUBITO LIQUIDITÀ COL MES»

Nonostante questa dipendenza, per i vertici di Ahk Italien i bond europei «non sarebbero una soluzione immediata». Ci sono invece già a disposizione centinaia di miliardi «dal Mes per Paesi che hanno più bisogno come l’Italia, un modo semplice per dare ora liquidità alle aziende. Non tra settimane, quando ormai sarebbe tardi». Le previsioni sono nere per la gran parte della business community italo-tedesca di aziende sondata da Ahk Italien in due indagini a inizio marzo e poi a inizio aprile, sulle post emergenza Covid: oltre la metà delle imprese interpellate teme perdite tra il 10% e il 50% sul fatturato 2020. A causa soprattutto – per il 75% di loro – del calo degli ordini di prodotti e servizi. E se, all’inizio della pandemia, solo il 26% segnalava un impatto negativo sull’azienda, un mese dopo, arrivati al picco ben il 73% lamenta ripercussioni pesanti sui business: il 64% delle imprese contattate ha sospeso almeno in parte le attività in seguito alle misure di contenimento.

Medici alle prese con il Coronavirus in Lombardia

PER L’83% OUTLOOK 2020 NEGATIVO

Quanto all’outlook semestrale del 2020, l’83% delle imprese prospetta uno sviluppo negativo a medio termine in Italia. Ma lo stesso 83% esclude licenziamenti a causa delle chiusure in corso: per avviare la ripresa – puntando sull’online e lo smart working – sarà subito necessaria la forza lavoro, e i tagli degli ultimi anni non permettono altre riduzioni di organico. L’automotive, conferma Dambach, si trova nella situazione «più complessa» da risolvere per «più fattori» di crisi, anche precedenti alla pandemia in Europa: da gennaio la frenata economica della Cina a causa del Covid-19 rende difficili la produzione e l’export delle grandi case automobilistiche tedesche. Già in sofferenza a causa dei dazi americani alla Cina e, in parte minore, all’Ue. E alle prese con la riconversione alla mobilità elettrica anche per la stretta alle emissioni CO2 dopo gli scandali del Dieselgate. Si spera che la Cina riattivi pian piano il ciclo, ma non si escludono altre «sorprese dal virus». Mentre la paralisi del Nord Italia è un grosso problema.

NORD ITALIA CUORE DELL’INTERSCAMBIO

Per la Germania la partnership commerciale con la Lombardia (un import-export pari nel 2019 a oltre 43 miliardi di euro) pesa più dell’interscambio con la Corea del Sud (quasi 30 miliardi). Il Veneto (poco meno di 21 miliardi) vale più del Canada (16 miliardi). L’Emilia-Romagna (oltre 14 miliardi) dove l’indotto dell’auto è molto forte, più dell’Australia (12 miliardi). Nonostante i sentori di recessione, nel 2019 il circuito industriale italiano-tedesco aveva sostanzialmente tenuto, consolidandosi: l’import-export era rimasto stabile a circa 128 miliardi di euro rispetto al 2018 (-0,5%), la Germania è d’altronde il nostro primo partner commerciale. Verso Baviera, Baden-Württemberg e Nord Reno-Vesfalia l’anno passato l’Italia ha concentrato un interscambio di quasi 70 miliardi di euro: coproduzioni nel comparto dell’automotive, dei macchinari, chimico-farmaceutico ed elettrotecnico che garantivano milioni di posti di lavoro. Stravolte in un mese dall’emergenza sanitaria del coronavirus.