Quel 1970 così lontano e così paurosamente vicino

Massimo Del Papa
04/04/2020

Zitti zitti sono passati 50 anni. Il Cagliari si laureava campione d'Italia mentre a Sanremo trionfava l'inno crumiro di Celentano e Mori. Intanto in Uk si scioglievano i Beatles e al cinema c'erano signori come Petri e Antonioni. Ma allora come oggi un colpo di tosse spaventava: non era il Covid-19 ma la Spaziale.

Quel 1970 così lontano e così paurosamente vicino

Sembra ieri, son 50 anni. I Settanta, della post modernità sempre dietro l’angolo, ci salutano ormai da mezzo secolo di distanza.

E lo fanno lasciandoci nel pieno di una pandemia, imperscrutabile, arcana. Anche se riemergono, nella loro coda, se non altro nelle cifre drammatiche dell’economia. Il calo della produzione di marzo è sui livelli dello stesso mese del 1978, dice il Centro studi di Confindustria.

IL CAGLIARI DI RIVA E SCOPIGNO CAMPIONE

Ci guardano, i Settanta, per dirci che no, non erano di piombo, non soltanto almeno, erano così colorati, così esagerati, scoppiettanti di vita e di speranza. Così diversi da noi. Così avventurosi. 1970, e il Cagliari Campione, quello di Gigi Riva, dell’allenatore filosofo Manlio Scopigno, che, alla vigilia dell’ultima, decisiva partita, in ritiro visita a sorpresa la stanza di quattro giocatori, ci trova una bisca, bottiglie e fiche e soldi e una nuvola di sigarette che par l’aria di Pechino, copre tutto, si vede niente, e lui: «Disturbo se fumo?».

Il giorno dopo il Cagliari vince 4 a 0 e si laurea campione, e Manlio regala una delle sue perle: «Tutto mi sarei aspettato nella vita, mai di vedere Cera in mondovisione».

L’ODORE DEGLI ANNI DI PIOMBO

Perché adesso ci sono i Mondiali, in Messico, e Italia-Germania 4 a 3, e la staffetta Mazzola-Rivera e il tracollo col Brasile che sballotta il Paese in un’isteria incontrollata, da esaltazione a disperazione. È l’Italia di un benessere che già arranca questa del 70, ma dall’entusiasmo ancora incontaminato: le escandescenze sociali non mancano ma non lo intaccano, non ancora. Sorgono, in sordina, le Brigate Rosse con le prime azioni dimostrative (che molti, peraltro, non disapprovano, affatto), nessuno sa bene come e quando, se a Pecorile, l’anno prima, o al convegno della Stella Maris di Chiavari, albergo della Curia, oppure al ristorante-alloggio di Costaferrata. Sarà solo il debutto di una stagione sfibrante e inesausta di cadaveri, di sangue, di terrori, del resto inaugurata pochi mesi prima a piazza Fontana, Milano, la strage fascista sull’orlo del Natale. Ma in quel 1970 ancora nessuno se ne avvede se non i ben informati, i questori, i prefetti delle polizie che sanno cosa sta accadendo e spesso, quasi sempre, ovattano, occultano, depistano. Covano cose torbide, in quell’Italia eccitata per tutt’altro, come il golpe Borghese, uno dei tanti più o meno falliti, come la sparizione di Mauro de Mauro, cronista dell’Ora di Palermo, che una sera lo caricano in tre su una macchina e non torna più e forse sta ancora in uno di quei piloni dell’autostrada.

DAI NOSTRI RICCHI & POVERI ALLO SCIOGLIMENTO DEI BEATLES

È il tempo dei cortei, dei furori già pazzi di passioni politiche: oggi si sta in casa e si augura la morte a chi non si esalta per una coppia di influencer in babbucce di visone. È il tempo della teleselezione – basta con quella litania, «signorina, mi dia per favore il numero…»: oggi ci si videochiama da una tavoletta a guisa di telefono, e i nostri messaggi girano il globo, arrivano quasi prima di partire. Ma il primo floppy disk venne lanciato allora, se non lo sapete. È Il tempo di morire di Lucio Battisti, ma anche quello dei Fiori rosa, fiori di pesco; mentre a Sanremo trionfa la protesta crumira di Celentano e Claudia Mori, Chi non lavora non fa l’amore, seguita da La prima cosa bella dei Ricchi & Poveri e da un Endrigo solenne a bordo dell’Arca di Noè.

Altrove, nel mondo, altre cose musicali esplodono. I Beatles, per esempio, che si sciolgono il 10 aprile – dannata Yoko Ono! – e un mese dopo, l’8 maggio, licenziano il loro lp postumo, Let It Be. Frank Zappa, esagerato come sempre, butta fuori tre album in successione, Burnt Weeny Sandiwich, Weasel Ripped My Flashes e il memorabile Chunga’s Revenge. Musica che rimane, ancora oggi, mentre le filastrocche da Spotify evaporano appena nate, tremule meduse. Oggi, che Bob Dylan licenzia proditoriamente una nuova canzone di 17 minuti, la consegna alla Rete, Murder Most Foul, 50 anni spaccati da quel mastodontico Self Portrait che, all’epoca, non piacque a nessuno. Ma io rimango, ci dice Bob, io trapasso le epoche e voi dovete ancora fare i conti con me.

IL CINEMA DI ANTONIONI E PETRI E IL TEATRO DI CARMELO BENE

Quel che rimane ancora, di quel 1970, sono certi film, tanti film consegnati alla storia: le visioni allucinate e controverse di Antonioni in Zabriskie Point (colonna sonora da urlo), il dito puntato, profetico, di Elio Petri, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, l’anti-retorica americana e militaresca di M.A.S.H. di Altman.

Oggi siamo oltre la frontiera di qualsiasi possibilità virtuale, ma tutti quegli effetti, chissà com’è, non restano, volano via scavalcati da trovate digitali più estreme di ieri. Ma il western già post-spaghetti di Lo chiamavano Trinità, tutta quella violenza allegra, ci rimane in cuore e in anima, diventa parte di noi; ma il don Giovanni shakespeariano, orrorifico di Carmelo Bene, sembra un Joker ante litteram, è più fosco, più malsano di oggi, dunque più credibile, dunque più inquietante mentre lo sperimentalismo delle voci, del montaggio vertiginoso, delle musiche in asincrono si esalta nella costruzione di un brutto esistenziale inevitabile, immedicabile. Sperimentalismi arditi che si riscontrano in tutte le espressioni, la Body Art, la Spiral Jetty di Robert Smithson, alla raffigurazione aleatoria delle vibrazioni, dei salti di frequenza e delle distorsioni, alla ricerca agitata di Woody e Steina Vasulka sulle possibilità estetiche del video, l’arte rigurgita di critica alle istituzioni, mille rivoli anarchici la disperdono fino a noi.

TRA POZZANGHERE D’INCHIOSTRO E PUBBLICITÀ LEGGENDARIE

Anno grigio, lugubre, fuligginoso di smog quel 1970? No, non solo, anno truce, violento come i fumetti di Kriminal, di Satanik, che vivono allora la loro stagione centrale in un tripudio di pozzanghere di inchiostro di sangue nero (Diabolik è altro, uno stilema, ma già freddo, squadrato, ormai distante). E un anno di creatività pubblicitaria leggendaria, ricordate, per esempio, la Piaggio con la sua furbesca condanna delle sardomobili, inscatolate nel traffico mentre Bella chi Ciao, il motorino che s’infila dappertutto?

Auto dell’anno, a proposito, la 128 Fiat: dura, secca, angolosa, squadrata, essenziale, zero fronzoli ma diventa la vettura di un Paese in un momento storico, mercato, ne assemblano 3.107.000 esemplari, ne clonano versioni coupè, rally (mitica, davvero), conquista mezzo mondo.

QUANDO A UCCIDERE ERA LA SPAZIALE

Cinquant’anni, e non sentirli e averli addosso. Averli dentro. Adesso, che siamo ostaggi di noi stessi, dei nostri possibili contagi, delle nostre libertà mangiate vive, dei nostri ergastoli globali. E non ricordiamo un’altra epidemia, un’altra influenza, la Spaziale, un milione di morti nel mondo, 20 mila in Italia, partì un anno prima, esplose in quel 1970. Uno di colpo avvertiva difficoltà a respirare, febbre, debolezza estrema. Poi forse moriva. Cadevano gli anziani, i neonati. Partì, misteriosamente, da Hong Kong. Forse l’igiene, forse qualche animale, dicevano