«Informazione non si limiti a scandali»

Redazione
29/01/2011

Da coloro che guidano il Paese «tutti attendono esemplarità, nel pubblico e nel privato». L’ arcivescovo di Milano, il cardinale...

«Informazione non si limiti a scandali»

Da coloro che guidano il Paese «tutti attendono esemplarità, nel pubblico e nel privato». L’ arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, lo ha sottolineato nell’incontro tenuto con i giornalisti in occasione della festa del patrono della categoria san Francesco di Sales. Non solo. Secondo Tettamanzi, l’informazione politica non si limiti al «racconto degli scandali. Nessuno chiede di tacere episodi, fatti, denunce, indagini che riguardano quanti sono chiamati ad animare e a guidare il Paese e dai quali tutti attendono esemplarità, nel pubblico e nel privato – ha detto – Ma, mi domando: giornali e tv contribuiscono davvero a costruire e a promuovere la pubblica opinione quando si lasciano contagiare dal clima avvelenato e violento causato da una politica che dimentica o sottovaluta i bisogni reali e concreti delle persone?». Per Tettamanzi, «i problemi veri del nostro Paese – ha detto – non sono certo quanto da mesi leggiamo nelle cronache politiche».
IL CASO SARA SCAZZI «Assistiamo all’eccessiva esibizione del privato in pubblico» secondo il cardinale che, parlando con i giornalisti ha criticato i «troppi programmi fondati sull’esposizione oltre misura dell’intimità delle persone». L’arcivescovo di Milano non ha fatto riferimento a vicende come quella di Sara Scazzi, ma ha sottolineato che si tratta di una «tendenza che, andando oltre i reality, sta contagiando ogni campo della comunicazione». Inoltre quello che viene mostrato «non sempre è un privato esemplare: spesso è stereotipato, caricaturale, addirittura patologico e grottesco». «Pare – è l’opinione del cardinale – si voglia diffondere l’idea che ‘cosi’ fan tuttì. Confrontarsi con simili ‘modelli’ non contribuisce al benessere personale e alla crescita
collettiva, ma riempiendo gli occhi di banalità e di mediocrità spinge il pubblico a rassegnarsi alle proprie ‘debolezze’, non certo a un moto sano d’orgoglio’.