Ingroia cerca Giustizia

Il pm di Palermo allettato da un ministero.

Ancora a lungo in trincea contro la mafia come Giovanni Falcone e il suo mentore Paolo Borsellino. Oppure pronto a lasciare la toga per scendere nell’arena politica come gli illustri ex colleghi Antonio Di Pietro e Luigi De Magistris. O magari una via di mezzo: un impegno da «tecnico» per il governo del Paese in un lasso di tempo definito e, quindi, il ritorno in magistratura.
SENZA MEZZE MISURE. Sliding doors nel futuro, anche prossimo, del procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia. Con la consapevolezza che ogni opzione, ogni scelta sarà foriera di divisioni e polemiche in ragione dei forti sentimenti che l’uomo suscita.
Un simbolo della lotta per la legalità e la giustizia? Un baluardo contro i vizi di un sistema intaccato da criminalità e malaffare? Oppure un ossessionato di protagonismo che usa le indagini come una clava politica nei confronti degli avversari? Comunque la si veda, Ingroia è in questo momento al centro di mille pensieri e mille discorsi.
E le nuove indagini, da poco chiuse, sulla trattativa Stato-mafia, con i veleni e lo scontro tra procura di Palermo e Quirinale, non hanno fatto altro che accentuare una visibilità che il giudice siciliano non ha mai rifuggito o demonizzato.

Difeso dal partito delle toghe con un occhio alla politica

Chi lo considera una bandiera di coraggio e onestà lo tira già per la giacchetta. Non a caso il candidato alla presidenza della Regione Sicilia Rosario Crocetta, europarlamentare del Pd ed ex sindaco di frontiera a Gela, ha parlato chiaro: «Se vinco, il sogno è avere Ingroia in squadra».
LA PROPOSTA DI CROCETTA. Assessore o consulente speciale a Palazzo D’Orleans in una futura amministrazione di centrosinistra? Impegno onorevolissimo, ma il 53enne giudice, ex pupillo di Borsellino, che ha trattato i casi Contrada e Dell’Utri, potrebbe aspirare a ben altro.
Il milieu politico-culturale-giornalistico che difende a spada tratta le toghe ne ha fatto un martire dello scontro con la presidenza della Repubblica, con quasi tutti i partiti e con l’esercito dei «corazzieri» di penna che in queste settimane difendono il capo dello Stato Giorgio Napolitano.
SOSTENUTO DA GRILLO. Non a caso Beppe Grillo ha declamato pochi giorni fa che in Italia c’è «un’informazione simile a quella del Rwanda nel 1994» e «gli avversari si diffamano, si isolano, si mandano in esilio come Ingroia».
Naturalmente una sua eventuale discesa in campo sarebbe salutata con brindisi e botti da quell’area che politicamente fa capo ad Antonio Di Pietro, alle formazioni più a sinistra di Vendola, alla Fiom landiniana, a una parte (minoritaria e oggi ben mimetizzata) del Pd e all’ala siculo-giustizialista di Fli (vedi Fabio Granata).
LA STAMPA AMICA. Senza contare l’endorsement che Ingroia incasserebbe da Il Fatto Quotidiano, da MicroMega e dalla galassia informativa che ruota intorno a Michele Santoro e Marco Travaglio.

La paura dell’isolamento e la lezione di Falcone e Borsellino

Ma basterà l’appoggio incondizionato di una consistente fetta dell’opinione pubblica a convincere il pm che è il caso di rompere gli indugi e tentare l’avventura del voto per fare da grande il premier o qualcosa di simile?
L’UTILIZZO DELLA RIBALTA. Qualcuno ci crede, ma negli ambienti della procura di Palermo i più dubitano. Chi conosce il giudice e l’uomo spiega che la ribalta mediatica gli piace nel momento in cui serve a fare «denuncia e pedagogia civile». Non a fini di propaganda politica o elettorale.
«Lui sa che il silenzio e l’isolamento uccidono», dice a Lettera43.it qualcuno che frequenta spesso i corridoi del palazzo di giustizia di Palermo, «d’altronde è la lezione di Falcone e Borsellino».
VERSO IL GUATEMALA. Ogni decisione è rimandata in ogni caso al post-Guatemala. Ingroia conosce bene il Centroamerica da turista e da studioso. Lo ha approfondito in anni di viaggi e letture. Così adesso si è dato l’occasione di andare a dirigere per un anno, su mandato Onu, un’unità di investigazione per la lotta al narcotraffico nel piccolo Paese a sud del Messico.
Il Consiglio superiore della magistratura gli ha dato il via libera il 26 luglio scorso e Ingroia, dicono dalle parti della procura, ha potuto vedere l’effetto che fa in Italia la prospettiva di una sua assenza prolungata.
IL BENESTARE DEL CSM. «È come quando uno pubblica il proprio necrologio per vedere chi piange o meno», spiega una fonte. «Questa storia del Guatemala è partita come un giochino. Ingroia pensava che magari il Csm non avrebbe mai dato il suo benestare». E invece.
In ogni caso, un anno passa presto e al rientro l’ex ragazzino ricciolo e magro che Borsellino portò con sé da Marsala a Palermo dovrà decidere cosa fare. Quella leggera spocchietta da primo della classe che in molti rimproveravano anche a Falcone nasconde un’indole che sa essere calcolatrice. Eppure anche Ingroia, giura chi lo conosce bene, ha bisogno dell’affetto e del sostegno che gli arrivano spesso dalla gente comune.
TENTATO DAL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA. «Potrebbe essere tentato da un’avventura politica», prevede qualcuno. Mentre altri spiegano: «Entrare in politica e partecipare a un’elezione gli precluderebbe un ritorno nell’ambiente della magistratura che lui ama in modo profondo. Piuttosto gli piacerebbe molto fare il ministro della Giustizia con l’approccio del tecnico che conosce la materia. Così poi potrebbe tornare a vestire la toga».
Ingroia sa che tutti lo attendono al varco. Qualunque via sceglierà, la troverà irta di ostacoli. E a dargli conforto non ci saranno più le sue Marlboro rosse, alle quali ha rinunciato da anni.

Il «partigiano della Costituzione»

Procuratore aggiunto a Palermo dal 2009, il giudice-giornalista-scrittore che milita in Magistratura democratica è forse troppo legato alla professione per abbandonarla in modo definitivo. Ama lavorare di notte e si è convertito senza problemi alla tecnologia nell’era dei tablet.
«Ha saputo costruirsi una rete enorme di relazioni. In questo è uguale a magistrati del passato come Sica o come lo Spataro di qualche anno fa», aggiunge chi lo frequenta spesso. Non a caso tiene una rubrica sull’Unità (che pure riflette le posizioni di un Pd vicino a Napolitano) e persino l’Anpi (i partigiani) lo ha pubblicamente apprezzato in passato.
TOGHE E IMPARZIALITÀ. Ma a Ingroia non mancano neppure nemici e avversari. Nell’ottobre 2011 partecipò a un convegno dei Comunisti italiani e dal palco disse: «Un magistrato deve essere imparziale quando esercita le sue funzioni ma io confesso che non mi sento del tutto imparziale. Anzi, mi sento partigiano, sono un partigiano della Costituzione».
Il Csm lo stigmatizzò, persino l’Associazione nazionale magistrati storse il naso e il centrodestra, manco a dirlo, si scatenò come un sol uomo contro il giudice antimafia.
BUONI RAPPORTI A PALERMO. I rapporti con l’Anm, tuttavia, si sono ricompattati negli ultimi tempi sul terreno della sfida con il Quirinale. Mentre in procura, malgrado quello che si pensi, le relazioni sono buone con il procuratore capo Francesco Messineo e ottime con l’alter ego Nino Di Matteo.
Ora si ventila un cambio al vertice al palazzo di giustizia, con lo stesso Messineo che potrebbe essere sostituito da Roberto Scarpinato per andare a dirigere la Procura generale.
E Ingroia? Forse gli piacerebbe fare il ministro più che il leader di partito. Ma la toga, c’è da giurarci, resta la sua seconda pelle.

 

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