Inossidabile Thatcher

Giuliano Di Caro
13/10/2010

La Lady di ferro per 11 anni alla guida della Gran Bretagna. Dall'asse con Reagan all'intransigente isolazionismo anti-europeista.

Ha avuto la forza di superare tutto. Il soprannome di milk snatcher, “ladra di latte”, appioppatole quando da ministro dell’Istruzione tagliò nel 1970 le razioni del latte nelle scuole materne. Il disastroso crollo dell’11% del Pil britannico dal 1979 al 1981, durante il suo primo mandato. I 236 soldati inglesi morti e ai 2 milardi di dollari spesi nella guerra mai dichiarata delle Falkland contro l’Argentina che, anzi, tramutò in una clamorosa operazione d’orgoglio nazionale, conquistando così la sua prima rielezione al numero 10 di Downing Street.
L’attentato terroristico dell’Ira, che nel 1984 fece esplodere un ordigno al congresso dei conservatori, nel Grand Hotel di Brighton: cinque persone uccise ma non lei, Margaret Thatcher, bersaglio primario della deflagrazione. La dama di ferro, quel 12 ottobre, dopo l’esplosione non rinunciò neppure a parlare dal palco.
“Lady di ferro”, sempre e comunque. Prima e unica donna mai eletta premier di Gran Bretagna: ce la fece per tre volte, record eguagliato soltanto da Tony Blair.

L’asse con Reagan

Margaret Thatcher, primo ministro britannico dal 1979 al 1990, ha letteralmente cambiato l’Occidente e l’idea stessa di Stato moderno. Il suo dominio politico va a braccetto con l’era di Ronald Reagan alla guida degli Stati Uniti, con il quale creò un asse conservatore intercontinentale che ha riscritto la storia: liberismo estremo, ondate di privatizzazioni nei settori chiave della società inglese, scontro durissimo con il pansindacalismo delle Trade Unions, gli allora potenti sindacati britannici, a cui oppose l’individualismo e la meritocrazia.
Le sue riforme sono state guidate dall’assunto di fondo che le funzioni dello Stato in una società moderna e liberale devono essere drasticamente ridotte e limitate. Così depotenziò fin quasi a smantellare l’assistenzialismo statale e il welfare e rese i capi sindacali legalmente responsabili dei danni e le perdite causati da agitazioni sindacali non approvate secondo le regole.
Per la sinistra britannica ed europea divenne il diavolo, il nemico numero uno (del 1998 è il graffiante e critico Grazie, Signora Thatcher del regista britannico Ken Loach). Per i conservatori, invece, un modello di leader illuminato e per nulla intimorito dalle forze sociali. Il soprannome “Lady di ferro” lo inventò però la stampa russa in risposta a un duro discorso della Thatcher contro l’Urss, pronunciato nel 1976, un anno dopo la sua storica elezione alla guida del Partito Conservatore. Prima donna della storia dei Tories.

L’Europa le fu fatale

La baronessa Thatcher di Kesteven si è laureata in biologia a Oxford e in seguito è divenuta avvocatessa fiscalista. All’inizio della sua carriera politica, quando si era occupata di istruzione e trasporti, aveva votato per la depenalizzazione del reato di omosessualità e a favore dell’aborto, ma contro l’abolizione della pena di morte.
Margaret non faceva sconti a nessuno. Il suo pensiero sulla guerra delle Falkland, riportato nelle sue memorie, riassume molto bene l’asprezza e la determinazione del personaggio. «Chi si trova in guerra non può farsi distrarre da complicazioni diplomatiche, deve invece superarle con ferrea volontà».
La Thatcher, tuttavia, non superò le conseguenze politiche della sua intransigenza all’apertura verso il resto d’Europa. Nel 1990 il Trattato europeo di Maastricht era in arrivo e le sue posizioni di assoluto isolazionismo causarono una insanabile frattura all’interno del suo stesso partito. Il 22 novembre di quell’anno l’era Thatcher trovò così il suo epilogo, quando la Lady di ferro abbandonò Downing Street accompagnata dal marito e pronunciando parole di saluto. Rotte, per una volta, dal pianto.
Finiva così un regno durato 11 anni che non lasciò nessuno indifferente, proprio come accadde per la sua figura storica: idolatrata come un messìa della politica e della democrazia, o profondamente detestata in quanto artefice della disuguaglianza e dell’iniquità sociale.